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ARCHIVIO PRIMO PIANO 2009-2011 (2012-2015>>)

Imbottigliata e venduta. I retroscena della nostra ossessione per l'acqua in bottiglia in un libro di Peter Gleick (dicembre '11)

il libro di GleickIn ogni secondo di ogni giornata ci sono mille americani che acquistano e bevono una bottiglia di acqua minerale. Questo determina una produzione giornaliera di circa 85 milioni di bottiglie di plastica. E per ogni bottiglia consumata negli Stati Uniti, altre quattro vengono consumate in tutto il mondo. Questi sono i dati con cui inizia il libro di Peter Gleick: Bottled & sold. The Story Behind Our Obsession With Bottled Water (Imbottigliata e venduta. I retroscena della nostra ossessione per l'acqua in bottiglia).

Una rapida occhiata alla questione potrebbe essere più che sufficiente per rendersi conto che il consumo di acqua in bottiglia rappresenta un problema.
Ma di che ordine ? In quale misura gli interessi legati a questo business influiscono sulla nostra salute, sull'accesso all'acqua sia a casa che nei luoghi pubblici e sulla nostra dipendenza dal petrolio? E quali conseguenze future ci saranno per la gestione dell'acqua potabile sia negli Stati Uniti che nel mondo?
Queste sono solo alcune delle domande che Gleick affronta all'interno di questa lettura affascinante.
"Credo che il consumo di acqua in bottiglia sia un sintomo parte di un quadro più ampio di fattori problematici come: il peggioramento del servizio di acqua pubblica nel lungo periodo, l'accesso iniquo all'acqua potabile nel mondo, la vulnerabilità umana alla pubblicità e al marketing, la realtà della società in cui viviamo che ci addestra fin dalla nascita a comprare, consumare e buttare via ", scrive Gleick.
In questo quadro le due motivazioni più forti che hanno portato al consumo attuale negli Stati Uniti sono la nostra paura per le malattie e l'incapacità di capire quale sia il vero prezzo della convenienza offerto dall'acqua in bottiglia.
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La nostra paura per l'acqua del rubinetto
Come Gleick fa notare la nostra preoccupazione per una possibile diffusione di contagi attraverso l'acqua è fondata su avvenimenti storici che ci hanno reso sospettosi sulle risorse idriche pubbliche. Oltretutto, anche quando l'uomo con l'aiuto della tecnologia ha migliorato i sistemi di trattamento delle acque per ridurre l'incidenza di malattie, si è verificato al tempo stesso un aumento delle pratiche di sversamento illegale di tutta una serie di inquinanti nei laghi e fiumi. Alcuni fatti di cronaca ci hanno pertanto insegnato a diffidare dell'acqua, dalla fonte al nostro rubinetto.
In realtà la frequenza di malattie legate all'inquinamento dell'acqua dalla seconda metà del secolo scorso è scesa del 95% e continua a diminuire. Tuttavia questa antica paura per l'acqua pubblica ha dato alle aziende dell'acqua in bottiglia un vantaggio sul mercato che hanno sfruttato sino al punto di arrivare a dichiarare cose non vere.

Vincere la battaglia sui timori per la salute
La battaglia per eliminare l'acqua in bottiglia si può vincere soprattutto contrastando la credenza che sia la più sicura. Non è infatti possibile smentire un dato di fatto inequivocabile: e cioè l'acqua del rubinetto, dovendo sottostare a normative molto più severe per quanto concerne sicurezza e igiene, sia molto più controllata e sicura dell'acqua in bottiglia. Questo aspetto viene dimostrato da Gleick nel libro sulla base di diversi studi.
Tra questi uno studio comparativo tra una marca di minerale, la Fiji Water, e l'acqua del rubinetto di Cleveland. Anche se entrambe le acque rispettano i parametri federali le prove di laboratorio effettuate riscontravano nella Fiji Water la presenza di composti plastici volatili e una presenza di batteri sino a 40 volte più alta rispetto alla media riscontrata nei sistemi idrici municipali (gestiti a norma come Cleveland), oltre a una quantità di oltre sei microgrammi per litro di arsenico. Per contro, nell'acqua del rubinetto di Cleveland, non sono stati trovati né composti plastici né tracce misurabili di arsenico.
Come fa notare l'autore, negli USA c'è un'anomalia che impedisce all'organo competente di sovraintendere sulle acque potabili, la Federal Drug Administration (FDA), di esercitare la propria autorità su buona parte del mercato dell'acqua in bottiglia. Questo accade perché le norme federali hanno applicazione esclusivamente su prodotti venduti nel commercio interstatale che non include tutto il mercato dell'acqua in bottiglia. Secondo alcune stime, questa “scappatoia” da sola permette al 60/70 per cento di tutta l'acqua venduta in bottiglia di essere esonerata dal rispetto dalle norme federali.

Gleick cita tutta una serie di circostanze che riguardano la regolamentazione dell'acqua in bottiglia che chiariscono perché dovremmo essere molto più sospettosi su quanto stiamo bevendo quando l'acqua esce da una bottiglia di plastica piuttosto che da un rubinetto. Anche quando analisi di laboratorio dell'acqua in bottiglia rilevano difformità dai limiti stabiliti dalle normative viene fatto poco o nulla per risolvere il problema. Non si va a obbligare le aziende a ritirare il prodotto dagli scaffali o a considerare la possibilità di introdurre regolamentazioni o sistemi di analisi più stringenti che limitino questi eventi.

Il nostro pianeta usa e getta
Un secondo aspetto da affrontare per vincere la battaglia e uscire dall'abitudine dell'acqua in bottiglia è renderci conto che è la ricerca della comodità a tutti i costi come avere sempre con noi dell'acqua contenuta in bottiglie di plastica leggera che ci ha spinti sino a negarne il vero costo ambientale ed economico. Come fa notare Gleick in un passaggio del libro "Se gli unici contenitori disponibili per l'acqua fossero stati solamente in vetro o alluminio, probabilmente la vendita di acqua in bottiglia non sarebbe mai decollata ai livelli attuali".
"Per fare la plastica di una bottiglia da un litro si usano tre o quattro litri di acqua. Ma il vero problema è il costo energetico. Per fare 1 kg di PET che serve per 30 bottiglie da 1 litro servono 3 litri di petrolio. Altra energia è poi richiesta per trattare le acque, far funzionare le macchine imbottigliatrici e per tenere le bottiglie al fresco. Ma ci vuole ancora molta più energia, e per lo più con utilizzo di combustibili fossili, per spostare il prodotto finito al luogo dove si compra. Mettendo tutti questi dati insieme - materiali, produzione e trasporto – il costo energetico dell'acqua in bottiglia - espresso come consumo in più di petrolio richiesto- arriva ad essere 1 quarto o più del volume della bottiglia.
Questo costo energetico è inoltre mille volte maggiore di quello richiesto per ottenere, gestire, trattare, e fornire acqua del rubinetto.
(….)
Girare intorno alla realtà
Ammettiamolo. Nella maggior parte dei casi siamo stati ciechi nel non capire sino a che punto la pubblicità è riuscita a convincerci a bere acqua in bottiglia invece che dal rubinetto. Altrettanto ciechi siamo stati nel non notare la mancanza di accesso all'acqua nei luoghi pubblici come stadi e parchi. Siamo stati semplicemente abituati al fatto che ci sia sempre acqua in bottiglia a disposizione da qualche parte, anche se questo significa in realtà acqua gratis da nessuna parte.
Eppure l'accesso all'acqua pulita, non è forse un diritto umano fondamentale?
L'ONU l'ha dichiarato nel 2010. Possiamo quindi affermare che norme edilizie che non prevedono l'installazione di fontane, o regolamenti che non provvedono alla manutenzione delle fontane esistenti possano in qualche modo ignorare un diritto umano fondamentale?
(...)
Gleick chiarisce come la discussione sull'utilizzo dell'acqua in bottiglia vada ben oltre agli aspetti prettamente ambientali o economici della questione. Le implicazioni sono di ordine psicologico, filosofico, ideologiche poiché diventa quasi impossibile non discuterne senza andare a toccare questioni come il diritto pubblico rispetto al bene privato, il diritto umano all'acqua, il libero mercato, il ruolo appropriato dei governi, e le visioni contrastanti sul futuro all'interno di comunità e nazioni.
Fonte : Tratto da Treehugger (per leggere l'articolo completo in inglese clicca qui>>)

Segnaliamo anche l'articolo uscito su Greenreport lo scorso mese che racconta come a due marche di acqua in bottiglia francesi Evian e Volvic sia stato bloccato l'ingresso nel mercato cinese a causa degli alti livelli di nitrati. Leggi l'articolo>>

Come l'industria della plastica affronta a livello internazionale il problema dei detriti plastici in mare.
 Ma è sufficiente ?
(dicembre '11)

trashLo scorso marzo si è tenuta a Honolulu nelle Hawaii la V edizione dell' International Marine Debris Conference che ha riunito esperti provenienti da circa 35 paesi per decidere su nuove partnership e impegni necessari per affrontare il problema della plastica dispersa in mare a livello globale, nazionale e locale. Per la prima volta accanto a rappresentanti di governi, enti di ricerca e aziende hanno partecipato associazioni di categoria che rappresentano il mondo produttivo della plastica come PlasticsEurope e ACC (American Chemical Council ).
Sono state 47 le organizzazioni, tra aziende e associazioni operanti nella filiera delle materie plastiche in 29 paesi, che hanno firmato una prima bozza di risoluzione per una gestione dei rifiuti marini definendo una strategia di azione.
La pressione esercitata dall'opinione pubblica e l'attenzione dedicata dai media a divieti di commercializzazione dei sacchetti di plastica entrati in vigore in diverse cittadine o contee americane -ma anche dell'acqua in bottiglia bandita in alcuni campus universitari e uffici governativi- ha spinto l'industria delle plastica a considerare azioni e progetti a livello internazionale che offrano qualche soluzione alla problematica dei detriti marini.
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Lo scopo è chiaramente strumentale al mantenimento del volume di fatturato; dimostrando che si prendono a cuore il problema sperano di esorcizzare il rischio che, dopo aver preso di mira il sacchetto di plastica, i paesi vogliano ridurre il consumo di altri contenitori usa e getta.

Un primo progetto realizzato con il supporto del commissario europeo per la pesca e gli affari marittimi Maria Damanaki ma sponsorizzato dall'industria della plastica è Waste Free Oceans (WFO). Lanciato nel maggio del 2011 si propone di coinvolgere l'industria della pesca europea nella raccolta dei detriti galleggianti e relativa consegna ai centri riciclo a fronte di compensi economici. Progetti pilota hanno interessato Olanda, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia e ultimamente il Belgio.
WFO è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa lo scorso ottobre presso il parlamento europeo alla presenza di rappresentanti politici, industriali e di associazioni non governative.

Per dare un seguito alla prima dichiarazione di Honolulu i leader del settore delle materie plastiche di tutto il mondo si sono incontrati lo scorso novembre a Dubai per definire un piano d'azione globale che affronti il problema dei rifiuti marini e della gestione della plastica post consumo.

Il piano chiamato Declaration for Solutions on Marine Litter è stato adottato da 54 organizzazioni del settore delle materie plastiche. La strategia di azione si delinea in sei punti che prevedono la stretta collaborazione dei diversi portatori di interesse che possono prendere parte alla soluzione del problema. Secondo il comunicato stampa sono stati individuati circa 100 progetti realizzabili in 32 paesi. Tra le attività è in programma una partnership con GESAMP (Joint Group of Experts on the Scientific Aspects of Marine Environmental Protection) un gruppo di esperti scienziati in ambito di protezione dell'ambiente marino fondato e sostenuto da nove organizzazioni delle Nazioni Unite per cui funge da organismo consultivo. L'industria della plastica si è impegnata a sostenere uno specifico studio di GESAMP della durata di 4 anni chiamato Working Group 40 che esaminerà la natura e le fonti di provenienza dei rifiuti plastici , la loro diffusione e punti di accumulo, le fasi di degradazione e frammentazione della plastica in mare e in quale misura le sostanze chimiche ad azione tossica contenuta nei frammenti plastici possano venire assorbite o migrare negli organismi vegetali e animali marini per poi arrivare all'uomo.

E' importante essere a conoscenza delle azioni e strategie che l'industria della plastica intraprende - con un certo ritardo se si pensa che risalgono la 1972 i primi studi che hanno evidenziato la presenza di detriti di plastica nei mari e dei possibili rischi per l'ambiente- per andare a fare quelle proposte che invece non compaiono e che affrontano il problema alla radice con misure preventive.

Non è un caso se buona parte delle soluzioni pratiche che l'industria individua riguardino l'incremento del riciclaggio e la raccolta della plastica nei mari che seppur necessarie non sono risolutorie ai fini dell'intercettazione dei rifiuti prima che finiscano in mare. Soprattutto si tratta di operazioni meno onerose rispetto a contribuire economicamente per finanziare sistemi di raccolta della plastica anche con l'applicazione di un sistema di cauzione sui vuoti che faccia sì che le bottiglie non vengano abbandonate ovunque ma riportate ai rivenditori per riavere la cauzione. Oppure a finanziare sistemi che intercettino la plastica prima che finisca in mare. Come hanno fatto oltre 16 cittadine lungo il fiume Los Angeles River. Questo progetto partito nel 2010 dal costo di 10 milioni di dollari è stato appena ultimato ed è il più grande nel suo genere negli USA. Sono state posizionale delle apposite griglie nelle caditoie e scarichi che raccolgono l'acqua piovana che finisce nel fiume capaci di trattenere anche frammenti della grandezza di un mozzicone di sigaretta.
Eppure per quanto riguarda l'Europa c'è l'articolo 8 della più recente direttiva comunitaria sui rifiuti 2008/98/ recepita con D.Lgs. n. 205 il 3 dicembre 2010, che prevede che il produttore sia soggetto ad una responsabilità estesa sui costi generati dai prodotti immessi al commercio inclusa la fase finale di recupero o smaltimento.
Per ulteriori considerazioni su come affrontare il problema dei rifiuti in mare vedi anche il post E' ora di affrontare diversamente il nostro rapporto con i rifiuti.
Maggiori dettagli sulle attività intraprese dal settore industriale delle materie plastiche si trovano invece sul sito dedicato Marine Litter Solutions.

Responsabilità sociale di impresa A MODO MIO - Il caso Coca-Cola (dicembre '11)

plastica e gran canyonIl tema della responsabilità sociale di impresa è uno dei temi guida a cui vogliamo dare ampio spazio nei prossimi mesi e vogliamo farlo prendendo spunto anche da vicende di cronaca come queste.*

Sospeso un divieto di vendita per l'acqua in bottiglia nel Parco nazionale del Grand Canyon

Aggiornamento marzo 2012: L'epilogo premia il lavoro fatto da Stephen P. Martin - ora in pensione - perchè nel corso del mese di marzo 2012 il divieto di vendita di acqua in bottiglia sarà una realtà. Probabilmente la Coca Cola che non aveva mai pubblicamente dichiarato di aver intenzione di sospendere la sua sponsorizzazione ha preferito, saggiamente, "fare buon viso a cattivo gioco" per evitare di concorrere a creare troppa attenzione sul fatto e aumentare la chance di possibili imitazioni da parte di altri parchi.
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Stanchi di fare i conti con ingenti quantità di rifiuti di plastica da raccogliere e smaltire , i funzionari del Parco Nazionale del Grand Canyon sarebbero stati pronti, alla fine dello scorso anno, a vietare la vendita di acqua in bottiglia all'interno del parco.

A sospendere il provvedimento a data indefinita è stato il Presidente della fondazione del Parco Nazionale, Neil Mulholland, con la motivazione che fosse necessario fare ulteriori valutazioni. In realtà sembra che a “convincere” il presidente sia stato il timore di perdere le donazioni di uno dei principali sponsor della fondazione, la Coca-Cola, che ha donato ad oggi oltre 13 milioni di dollari. Anche se il presidente nega di aver avuto richieste o altre forme di pressione per archiviare il provvedimento, ma solamente una richiesta di informazione da parte della Coca-Cola, (che commercializza acqua in bottiglia con il marchio Dasani) ci sarebbero testimonianze da parte del personale del parco che indicherebbero il contrario.
Piuttosto dispiaciuti e sconcertati i responsabili del progetto, il direttore Stephen P. Martin e alcuni dirigenti, che avevano inserito questo progetto di riduzione della plastica usa e getta in un piano di sostenibilità complessivo. Per preparare il divieto sono state installate diverse "stazioni di rifornimento" di acqua con cui riempire borracce o bottiglie riutilizzabili con un costo sostenuto di circa 300.000 dollari. Allo stesso tempo la direzione si era già garantita la collaborazione di tutti i soggetti che sarebbero stati toccati dal provvedimento dopo aver tenuto conto di dati come il fatturato annuo di acqua in bottiglia del parco di circa 400.000 dollari Il divieto previsto avrebbe oltretutto riguardato solamente le bottiglie più piccole di acqua e non altre bevande come la soda o succhi di frutta.
Stephen P. Martin aveva creduto di poter seguire l'esempio dello Zion National Park, nello Utah, dove un simile provvedimento nel 2008 aveva permesso in un anno l'eliminazione di 60.000 bottiglie di plastica e ricevuto un premio.
Susan Stribling, portavoce di Coca-Cola Refreshments USA ha dichiarato in merito che la società è disposta a contribuire alla soluzione del problema causato dai rifiuti in plastica potenziando i programmi di riciclaggio. "Vietare qualsiasi cosa non è mai la risposta giusta", ha aggiunto."Così facendo non si risolve necessariamente il problema e si pone un limite alle scelte personali”
La lezione che bisogna trarre è che non tutti gli sponsor mettono in secondo piano il loro profitto, neanche all'interno delle loro attività benefiche. In questo caso non è tanto la cifra in gioco come valore di fatturato dell'acqua in bottiglia del parco ma la pericolosità dell'esempio che potrebbe diventare virale.
Fonte: New York Times

Il VIDEO che dà FASTIDIO, indovinate a chi ?

plstic pullutionIl secondo fatto di cronaca arriva sempre dagli USA e vede protagonista il movimento Plastic Pollution Coalition-PPC di cui abbiamo già parlato in Primo Piano.
I fondatori di PPC hanno ricevuto sostanzialmente l'ordine di rimuovere un loro video>> realizzato in collaborazione con alcuni partecipanti di "American Idol" da parte di un'azienda collegata all'organizzazione del concorso.
Il video ha per protagonisti il vincitore e altri finalisti dell'edizione 2010 di "American Idol" che invitano gli spettatori a rifiutare la plastica usa e getta, come hanno già fatto diversi attori o cantanti americani che sostengono il progetto. Grande lo stupore di PPC (che si è rifiutata di rimuovere il video), visto che le allora 5000 visualizzazioni non giustificavano certamente cotanta pressione ed interesse. Non è sicuro chi tra gli sponsor del contest potrebbe aver fatto pressione sugli organizzatori del concorso, ma dando un'occhiata agli sponsor, forse qualche sospetto potrebbe nascere....
Come abbiamo raccontato anche in altri post di Primo Piano, l'industria che utilizza contenitori usa e getta è ormai costretta, dall'evidenza di tanti studi e documentari che hanno colpito l'opinione pubblica, a fingere di rendersi conto, solamente ora, delle conseguenze ambientali e dei costi economici generati da questo sistema "a perdere".
Alcune aziende come la Coca-Cola hanno optato qualche decennio fa con il passaggio dal sistema del vuoto a rendere a quello del contenitore monouso per una scelta all'apparenza comoda e conveniente per tutti.
Del caso Coca-Cola ne abbiamo parlato in Primo Piano lo scorso maggio.
In realtà ci hanno guadagnato le aziende perché hanno potuto eliminare i costi derivati dal sistema degli intermediari locali (che provvedevano al recupero dei contenitori, alla loro igienizzazione, riempimento e commercializzazione) scaricando sulla comunità i costi del sistema usa e getta.
Il principio della responsabilità estesa del produttore contenuto nell'ultima direttiva europea sui rifiuti renderà obbligatorio in Italia e in Europa il trasferimento sui produttori del costo dello smaltimento e del recupero dei rifiuti da loro generati.
Questo potrebbe voler dire che le aziende del settore beverage o pagano il costo reale delle operazioni di raccolta e consegna ai canali di riciclo, oppure finanziano sistemi che garantiscano che i contenitori, anche di plastica, vengano riportati a chi può avviarli ai canali di riciclo. Questo è reso possibile in alcuni paesi scandinavi e in Germania mettendo una cauzione sul contenitore che viene resa quando si consegna il vuoto.
Un'altra possibilità potrebbe essere ritornare al sistema del vuoto a rendere in vetro per il settore acque minerali e bibite che viene riutilizzato più volte con il sistema gestito in toto dalle aziende produttrici.
Costruire o finanziare impianti di riciclaggio come sta facendo l'industria della plastica negli USA risulta poco più che uno specchietto per le allodole rispetto alla scala del problema. Non serve “beneficenza”, serve prendersi carico dei costi generati dall'attuale sistema in modo chiaro e trasparente e tutto questo ha un nome: responsabilità sociale di impresa.
Un'azienda che voglia definirsi sostenibile non più non affrontare una questione di primaria importanza come il peso ambientale del packaging che immette al commercio. L'aumento della popolazione mondiale e le risorse sempre più scarse impongono infatti all'industria un ripensamento totale dei processi produttivi che non può non includere le modalità di erogazione e distribuzione dei loro prodotti. Probabilmente tra un decennio o poco più non saranno neanche più sufficienti le soluzioni prima citate, come il sistema di cauzione sul contenitore a rendere in plastica e/o il riutilizzo delle bottiglie in vetro lavate e riempite più volte.
Forse le aziende del beverage o della detergenza dovranno realizzare nuove tipologie di prodotti concentrati -anche in forma solida come barrette o granuli di prodotto- con cui ci potremo fare comodamente a casa le bibite, così come i vari detergenti.

Queste le ombre, di cui poco si legge sui giornali, che abbiamo voluto raccontare.

Se si vuole prendere visione delle luci invece si può accedere alle politiche aziendali della multinazionale anche attraverso il sito di Coca-Cola HBC Italia che non ha ovviamente un ruolo in queste specifiche vicende d'oltre oceano.

Ecco il video "incriminato"

*“Siete pronti per la nuova era di responsabilità a 360°? Non è più sufficiente che facciate bene il vostro lavoro, che soddisfiate i clienti e che produciate buoni risultati finanziari. In futuro sarete ritenuti responsabili degli input che utilizzate e dalla loro origine, di quello che i vostri clienti faranno di ciò che hanno acquistato, di quanto ne avrete migliorato la vita e dei costi e dei benefici che ne derivano al Paese e alle comunità che ne vengono interessate. Le aziende e i loro leader saranno sempre più valutati non solo per i risultati immediati, ma per l’impatto a lungo termine, e cioè sugli effetti che alla fine le loro azioni vengono ad avere sul benessere sociale.” Rosabeth Moss Kanter, Harvard Business Review, ottobre 2010

Se questa è economia «verde» di Karima Isd de "il manifesto" (dicembre '11)

grrenwashingMa è vera economia verde questa? Il gigante delle bibite sintetiche Coca-Cola sta investendo milioni di dollari in tre compagnie biotecnologiche per accelerare la produzione di una «PlantBottle», una bottiglia di origine interamente vegetale, fatta di «bioplastica» a sostituire i materiali non rinnovabili di origine petrolchimica (la plastica vera, derivata dal petrolio). Anche la concorrente PepsiCo ha dichiarato mesi fa di aver sviluppato una bottiglia di Pet 100% rinnovabile, ma la produzione pilota inizierà nel 2012.
La compagnia di Atlanta va più veloce. Dalla fine del 2009 la Coca-Cola ha immesso sul mercato una bottiglia derivata per il 30% da risorse vegetali anziché derivata da idrocarburi. Ne sono state vendute per ora 10 miliardi, in 20 paesi.
Coca-Cola sostiene che è imperativo passare alla bottiglia «vegetale» perché da qui al 2020 il consumo di bibite raddoppierà passando a 3 miliardi di bottiglie al giorno (alle quali vanno aggiunte le lattine). Insomma: prosperi pure il consumismo di bevande spazzatura e il suo ciclo di vita (produzione, trasporto, distribuzione... obesità), ma cambiamogli l'involucro; facciamolo verde.
La richiesta di biomasse per massicci usi futili come il consumo di bevande in bottiglia porterà fra gli altri problemi a ulteriori furti di terre tropicali, seguendo il copione già evidentissimo degli agrocombustibili.
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Lo ha denunciato giorni fa un articolo dell'Ecologist, ripreso dalla nostrana campagna dei Comuni virtuosi italiani «Porta la sporta», che si batte contro tutti gli involucri e imballaggi usa e getta; a partire dallo shopper di plastica - il nemico iniziale di «Porta la sporta» - mai uscito dall'orizzonte italiano, malgrado il divieto del gennaio 2011 che non è però mai stato seguito dai necessari decreti attuativi; intanto si sta ampliando il mercato dei sacchetti finti bio con plastica additivata.
L'Ecologist riprende lo scenario di un libro del centro di ricerca Etc Group, Earth Grab - Geopiracy, the New Biomassters and Capturing Climate Genes.

green washingIl punto critico è che quanto è rimasto delle biomasse a livello globale assolve già con difficoltà a quelle funzioni ecologiche necessarie per la vita sul pianeta come la regolazione del clima, del ciclo dell'acqua e dell'azoto e la protezione dei suoli da fenomeni di erosione. Può la terra far fronte a massicce richieste di biomassa per sostituire combustibili fossili, pur dovendo continuare a svolgere funzioni ecosistemiche di vitale importanza? A farne le spese, secondo gli autori, saranno le foreste tropicali ricche di biodiversità dell'Africa, Asia e Sud America dove si trova la biomassa più idonea rimasta.

Sono tanti i nuovi «padroni delle biomasse» impegnati a fare man bassa. Fra queste, imprese ad alta tecnologia come la Monsanto e Syngenta stanno fornendo nuovi strumenti per trasformare, misurare e sfruttare il mondo biologico, contribuendo a fare dell'informazione genetica una merce. Aziende farmaceutiche, chimiche e del settore dell'energia tra cui DuPont, Basf, Shell, Bp ed ExxonMobil sono pronte a interagire con i nuovi «bio-imprenditori» per cambiare i loro processi di produzione e di approvvigionamento delle materie prime. 
Società di servizi finanziari e banche d'investimento come Goldman Sachs e JP Morgan stanno elaborando nuovi titoli agganciati a questo mercato. E aziende come Procter & Gamble, Unilever e Coca-Cola utilizzano nella formulazione di prodotti o packaging materie prime provenienti da fonti rinnovabili allo scopo di lanciare o rilanciare alcuni loro prodotti sfruttando l'onda del «green».

Fermiamo il furto di terra o le generazioni future non ci perdoneranno. (dicembre '11)

estizione tigre Chissà quanti politici hanno avuto una notte insonne dopo la puntata di Report di domenica 18 dicembre intitolata Corsa alla Terra. Probabilmente nessuno, a differenza delle persone comuni che hanno pagato il pegno per aver voluto sapere, senza cambiare canale. Raccapricciante come al consumo di territorio che sta divorando tutte le terre fertili della pianura padana legato da sempre alla cementificazione si vada a sottrarre altro terreno alle colture agricole a uso alimentare destinando grano, mais, bietole alla produzione di biocombustibili. E non pochi coltivatori si stanno convertendo al più vantaggioso business della produzione di biogas installando impianti che ingoiano i raccolti per produrre energia di cui non c'è reale necessità.
Sorgono inoltre come funghi centrali a biomassa favorite dagli incentivi pubblici nella forma di certificati verdi anche laddove non ci sono a disposizioni scarti da trattare ma vengono appositamente coltivate o trasportate biomasse erbacee o legnose. Frutto della logica prima si installa l'impianto e poi si cerca cosa bruciare.
Secondo il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio ogni giorno in Italia vengono cementificati 130 ettari di terreno fertile.
In Veneto e in Lombardia perdiamo ogni giorno una quantità di terreno coltivabile equivalente a 7 volte piazza del Duomo. Nonostante ci siano vaste aree dismesse industriali si va a cementificare e asfaltare terreni che non potranno mai più fornire vita e nutrimento. In un mondo che dovrebbe affrancarsi sempre più da un petrolio che sta per finire, e il cui prezzo è destinato a crescere, si va, come ha ben spiegato il servizio di Piero Riccardi, a fare del cibo un'ulteriore commodity agganciata proprio al prezzo del petrolio. Mais, grano e cereali perdono quindi una prioritaria valenza alimentare, per acquisire un valore energetico: ma questa situazione, secondo autorevoli osservatori, diventa soltanto il preludio di una nuova strategia di conquista della risorsa più preziosa, l'acqua.
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Un vero incubo dai risvolti masochisti -per i più- che va a beneficio di pochi. L'Italia dismettendo l'agricoltura nostrana continua a incrementare la propria dipendenza dall'estero per un bene primario come il cibo. Questo anche se è sempre più chiaro che il cibo può essere oggetto di speculazioni economiche come il petrolio, i metalli o le materie prime in genere.

Viene da chiedersi cosa mangeremo se continuiamo ad amputarci parti sane e vitali del nostro territorio fertile, se non bonifichiamo quelle malate che ci stanno uccidendo, se non mettiamo in sicurezza i territori a rischio idrogeologico ?

Mangeremo capannoni, bretelle autostradali, centri commerciali, opere come la TAV o la Pedemontana?
Stiamo perseverando nella costruzione di un paese mostruoso dai piedi di argilla basato su falsi presupposti come quello di una crescita economica continua basata su risorse infinite e a basso prezzo: come petrolio, cibo e acqua...senza voler prendere atto della realtà che sta invece andando verso un collasso delle risorse vitali del pianeta.
Gettando lo sguardo oltre il nostro paese: scioccante, per la sua disumanità, l'immagine di interi villaggi africani a cui vengono sottratti per pochi euro centinaia di migliaia di ettari di terreno, da secoli a disposizione per un uso collettivo (e perciò non accatastati e attribuibili a uno specifico proprietario). La logica del profitto in assenza di ogni remora etica, mostra la stessa procedura ferrea e distruttiva in ogni angolo del pianeta. Al momento ci sono anche aziende italiane nel Mali o in Senegal impegnate a sottrarre la terra ai contadini per coltivare biocarburanti. Il punto è che interi villaggi privati dalla loro fonte di alimentazione non hanno i mezzi per pagare altro cibo magari importato perché costa troppo. E quando toccherà a noi ?
Cosa possiamo fare per impedire questo disastro che le future generazioni non potranno perdonarci e finché siamo in tempo ?

Serve un Miracolo di Natale attuabile con un cambio di paradigma che tutti auspicano ma che pochi praticano. Passare dall'IO al NOI: lavorare insieme a un piano condiviso che veda le associazioni ambientaliste tradizionali riunite una task force permanente aperta a tutti i movimenti spontanei e forum impegnati nella difesa dei beni comuni. Non è più sufficiente in questo stadio sottoscrivere documenti unitari una tantum e poi tornare a gestire progetti propri -magari negli stessi settori- disperdendo preziose energie e indebolendo l'efficacia del messaggio con la frammentazione. Quando le forze di contrasto sono esigue e gli avversari sempre più potenti bisogna mettere insieme risorse, energia e diventare NOI.
Un NOI più forte che può spaventare l'avversario come ci hanno raccontato i fratelli Grimm nella bella favola dei Musicanti di Brema. Tanto tempo fa, quando eravamo piccoli e credevamo nelle storie a lieto fine.

La richiesta di biomasse così come è stato per i biocarburanti porterà a ulteriori furti di terra nelle foreste tropicali di Tom Levitt -The Ecologist (dicembre '11)

canna da zuccheroLa corsa alle biomasse porterà sempre di più ad un fenomeno ormai globale noto come «land grab», accaparramento di terre, e avrà lo stesso impatto che la produzione di biocarburanti ha avuto sulle foreste tropicali. Questo è l'allarme che movimenti ambientalisti e organizzazioni non governative stanno lanciando a livello internazionale.
Proprio come i biocombustibili hanno divorato terreni agricoli destinati alla produzione del cibo, così l'interesse delle multinazionali dell'agro-alimentare come Monsanto, Cargill e altre porterà a un furto di terra senza precedenti a discapito di piante e foreste
ricche di biodiversità.
Un mondo sull'orlo di un ulteriore land grab da parte di multinazionali che si muovono all'interno di un ampio tentativo di acquisizione e di controllo della capacità produttiva del pianeta, questo é lo scenario del nuovo libro di ETC Group , Earth Grab - Geopiracy, the New Biomassters and Capturing Climate Genes.
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Ad oggi gli esseri umani usano un quarto delle risorse di biomassa del pianeta terra per i bisogni primari come nutrirsi, riscaldarsi e costruirsi un riparo. Nel nome della green economy le industrie andranno ad utilizzare sempre maggiori quantità di biomasse costituite da vegetali di varia natura, trucioli di legno, alghe, così come già avviene per i biocarburanti. Il fatto che le nuove tecnologie rendano possibili sempre nuovi impieghi come la produzione di fertilizzanti, di prodotti chimici o per generare energia non fa che aumentarne la richiesta.

A farne le spese, secondo gli autori, saranno le foreste tropicali ricche di biodiversità dell'Africa, Asia e Sud America dove si trova la biomassa più idonea rimasta.
Quello che viene venduto come un cambiamento benefico verso una cosiddetta “bioeconomy” non più basata sul carbone fossile si
rivela invece come l'ennesima appropriazione di una nuova fonte di ricchezza ad opera “del nord del mondo” più ricco verso il sud dei più poveri.
Il punto critico è che quanto è rimasto delle biomasse a livello globale assolve già con difficoltà a quelle funzioni ecologiche necessarie per la vita sul pianeta come la regolazione del clima, del ciclo dell'acqua e dell'azoto e la protezione dei suoli da fenomeni di erosione.

Questo libro, così come altre ricerche, si interroga sulla capacità della terra di poter far fronte a massicce richieste di biomassa per sostituire combustibili fossili, pur dovendo continuare a svolgere funzioni ecosistemiche di vitale importanza.
“A differenza del carbone o del petrolio la biomassa ha già un suo ruolo essenziale in un futuro più verde. Così come la prima generazione di biocarburanti ha sequestrato terreni agricoli quando avrebbe dovuto essere prioritaria la produzione alimentare, un'insaziabile richiesta di biomassa da parte della bioeconomy porterà a conseguenze altrettanto devastanti”. Dice uno degli autori Jim Thomas.
Nel libro si fa l'esempio della coltivazione intensiva della canna da zucchero in Brasile nel Cerrado una zona caratterizzata da una savana estesa, foreste e valli. Per rendere fertili i terreni per lo più originariamente aridi si è fatto un uso massiccio di chimica e fertilizzanti che ha causato un grave inquinamento delle falde e dei fiumi della zona che alimentano il Rio delle Amazzoni.
Per non parlare dell'esercito di lavoratori maltrattati o in condizione di schiavitù che vengono sfruttati nella coltivazione. L'espansione della coltivazione della canna da zucchero sta spingendo allo stesso tempo altre coltivazioni, come quella della soia, più in profondità all'interno della foresta pluviale amazzonica.
Le conclusioni degli autori sono che il saccheggio di ecosistemi già fragili sia una mossa criminale considerando lo stato in cui versa il pianeta e che la società civile, invece di credere alle promesse che vengono fatte in nome delle nuove green economy, deve respingere l'assalto che i “signori delle biomasse “ (Biomassters) perpetrano ai danni della terra, dei mezzi di sussistenza e di tutto il nostro mondo vivente.
Chi sono i nuovi Biomassters?

-Colossi dell'industria del legname e del settore agro-alimentare che già controllano vasti territori e relative risorse biologiche in tutto il mondo come Cargill, Bunge e Tate & Lyle sono in prima linea.

-Imprese ad alta tecnologia come la Monsanto e Syngenta che stanno fornendo nuovi strumenti per trasformare, misurare e sfruttare il mondo biologico, contribuendo a fare dell'informazione genetica una commodity.

-Aziende farmaceutiche, chimiche e del settore dell'energia tra cui DuPont, BASF, Shell, BP ed ExxonMobil che sono pronte ad interagire con i nuovi “bio-imprenditori” per cambiare i loro processi di produzione e di approvvigionamento delle materie prime.

-Società di servizi finanziari e banche d'investimento come Goldman Sachs e JP Morgan stanno elaborando nuovi titoli agganciati a questo mercato.

-Aziende come Procter & Gamble, Unilever e Coca-Cola che utilizzano nella formulazione di prodotti o packaging materie prime provenienti da fonti rinnovabili allo scopo di lanciare o rilanciare alcuni loro prodotti sfruttando l'onda del “green”.

Fonte : Tratto da The Ecologist; per leggere l'intervista in inglese clicca qui>>

Guarda il video realizzato da Oxfam International sull'argomento>> [disponibile anche con i sottotitoli in italiano (cliccare CC sulla barra comandi del video)]

Responsabilità sociale di impresa A MODO MIO: quando la vecchia soluzione era più rispettosa dell'ambiente, dal dado alla tazzina di caffè (dicembre '11)

packaging dai dadi alle capsule del caffèUn'azienda che voglia definirsi sostenibile non può più ignorare una questione di primaria importanza come il peso ambientale del packaging che immette in commercio. L'aumento della popolazione mondiale e le risorse sempre più scarse impongono infatti all'industria un ripensamento totale dei processi produttivi che includa le modalità di erogazione e distribuzione dei prodotti che vanno poi a determinare lo sviluppo dei packaging più appropriati. Tuttavia, alcune aziende hanno effettuato il percorso contrario con il lancio di novità il cui impatto ambientale è addirittura peggiorato rispetto alla versione precedente del prodotto.
Risulta inquietante che in alcuni prodotti presentati come “innovativi” si sia fatto leva sulla “pigrizia” del consumatore anche quando il risultato sarebbe andato a discapito dell'ecosostenibilità ambientale del prodotto. A questo punto viene da chiedersi se nelle aziende in questione manchi la figura preposta a questo genere di considerazioni nella fase di sviluppo del prodotto, e quindi si sia incorsi in qualche “svista”.
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Oppure se invece la scelta sia stata presa volutamente, magari a seguito di dinamiche interne all'azienda in cui sono prevalse considerazioni e decisioni da parte di alcune direzioni a discapito di altre. Qualunque possa essere la risposta è evidente la necessità di uscire dai vecchi schemi del “business as usual” e assumersi la responsabilità di formare i cittadini al consumo consapevole, anche solamente per una questione prettamente economica. Assecondare a scopo di vendita la ricerca della pura comodità delle azioni nei cittadini consumatori, senza tener conto e informare sulle conseguenze a lungo termine delle stesse, non è più economicamente sostenibile, oltre che eticamente inaccettabile.
Questo sistema si è rivelato infatti un boomerang per lo stato del pianeta con impatti ambientali ed economici di dimensioni globali tra cui quello dell'inquinamento da plastica.
Un primo esempio è il dado per brodo della Star che dalla pratica confezione in cartoncino con più dadi a tavoletta diventa, con l'aggiunta di acqua, un brodo pronto in confezione di tetra brick con tappo in plastica. Dal lancio avvenuto nel 2010 continuano in televisione gli spot pubblicitari con Milly Carlucci
Un'altro prodotto sostitutivo del dado che ha aumentato l'impatto del packaging è il brodo Knorr "Cuore di brodo-manzo" (4 vaschette, 28 g l'una in un blister di cartoncino) dove il contenuto di ogni vaschetta va diluito in 500 ml di acqua calda. Come rileva l'indagine di Altro Consumo il valore qualitativo-nutrizionale di entrambi i prodotti non è migliorato ma il costo si. Per 250 ml di brodo fatto con il dado a tavoletta si pagano 5 cent mentre con il brodo pronto Star e cuore di brodo Knorr si spendono rispettivamente 18 e 50 cent. Il prezzo va a coprire i costi dello sviluppo del prodotto, del marketing e del packaging aggiuntivo. Ne valeva la pena?
Un secondo esempio di peggioramento del packaging nel settore dei detersivi, è il prodotto Dash ecodosi, che ha ricevuto per il 2011 il premio BRANDS AWARD per “aver puntato in modo eguale su economicità e attenzione all'ambiente” , così come recita la motivazione.
Il prodotto per chi non lo conoscesse consta di bustine monodose di detersivo confezionate in scatola di plastica rigida con coperchio richiudibile. Considerato che il packaging è più impattante della semplice busta in polipropilene di tanti detersivi l'aggettivo “ecologico” è riferito alla preparazione delle dosi che impedirebbe, sempre se la lavatrice viene usata a pieno carico, di non usare più detersivo del necessario. Anche se l'aggettivo ecologico è ormai così inflazionato da aver perso il suo significato è lecito chiedersi se si possa definire “ecologica” una dose di qualunque prodotto solamente perché la si usa nella giusta misura, senza considerare altri aspetti come la sua formulazione chimica, o processi di produzione e commercializzazione a monte tra cui la scelta del packaging.
capsule lavazzaMa il primo premio della classifica “di bene in peggio l'innovazione nemica dell'ambiente” va al sistema di consumo del caffè in cialda che, come ben spiega Diego Barsotti di Greenreport in questo articolo Le nuove discariche prodotte dal caffè in cialda utilizza la stessa strategia delle stampanti in cui la macchina che si acquista per utilizzare le cialde ha un prezzo ridicolo rispetto alle sue ricariche.
E' incredibile come un sapiente marketing a tamburo battente con spot presenziati da star holliwodiane stia riuscendo (o quasi) a mandare in soffitta l'ecologica moka, convincendoci a pagare molto di più per una tazzina di caffè, anche a casa, visto che con la moka, come appurato da un' indagine di Altro Consumo, spenderemmo circa 7 cent.
Secondo un case study condotto da Luca Roggi del Centro Ricerca Rifiuti Zero di Capannori in Italia si consumano 1 miliardo di capsule usa e getta (il 10% di quanto consumato nel mondo) che finiscono in discarica o negli inceneritori.
La presentazione del caso studio di Luca Roggi sull'impatto ambientale delle cialde in plastica e possibili alternative si trova scaricabile sul sito del centro ricerca.

A seguito di una lettera aperta inviata alla Lavazza dal centro ricerca per sollecitare l'azienda a trovare delle soluzioni ci sono stati due incontri tra i rappresentanti del Comune del Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori , con Lavazza prima e con l'AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari, settore del caffè) e il Politecnico di Torino in cui si è discusso su possibili sistemi di recupero e riciclo delle capsule di caffè.

“Siete pronti per la nuova era di responsabilità a 360°? Non è più sufficiente che facciate bene il vostro lavoro, che soddisfiate i clienti e che produciate buoni risultati finanziari. In futuro sarete ritenuti responsabili degli input che utilizzate e dalla loro origine, di quello che i vostri clienti faranno di ciò che hanno acquistato, di quanto ne avrete migliorato la vita e dei costi e dei benefici che ne derivano al Paese e alle comunità che ne vengono interessate. Le aziende e i loro leader saranno sempre più valutati non solo per i risultati immediati, ma per l’impatto a lungo termine, e cioè sugli effetti che alla fine le loro azioni vengono ad avere sul benessere sociale.” Rosabeth Moss Kanter, Harvard Business Review, ottobre 2010

La plastica nascosta dei nostri scarichi che possiamo fermare (novembre '11)

cosmeticiQuando si dice un mondo di plastica...la si trova ovunque, in una forma o nell'altra anche dove meno la si aspetta.
Negli ultimi 20 anni l'industria della cosmetica ha iniziato ad utilizzare microgranuli di plastica in sostituzione dei materiali naturali nella composizione dei detergenti esfolianti ma non solo.
Questa scelta intrapresa per ragioni di ordine economico dalle multinazionali della cosmetica si sta palesando come dannosa per l'ambiente in quanto queste particelle troppo piccole per essere trattenute nei filtri dei depuratori delle acque reflue hanno come destinazione finale gli oceani.
L'inquinamento da materie plastiche a cui il sito dedica una sezione e diversi articoli in Primo Piano è una delle minacce che affligge gli oceani che Charles Moore, in quasi 15 anni di ricerche, ha saputo portare all'attenzione del dibattito pubblico mondiale.
Anche se l'inquinamento più evidente per l'opinione pubblica è quello costituito da rifiuti plastici di maggiore grandezza come sacchetti di plastica, bottiglie e altri contenitori, taniche, reti dismesse, ecc, l'inquinamento più pericoloso è quello causato dalla microplastica. Mari ed oceani sono infestati da miliardi e miliardi di tonnellate di microparticelle in cui la plastica si degrada e frammenta nei millenni che galleggiano a varie profondità della colonna d'acqua degli oceani o ricoprono i fondali, soffocando ogni forma di vita.
Diversi studi documentano come la plastica presente in mare abbia la proprietà di assorbire gli inquinanti chimici dispersi nelle acque che possono arrivare ad essere presenti nei frammenti di plastica in una percentuale sino ad un milione di volte superiore rispetto a quella presente nelle acque.
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I microgranuli dei cosmetici sovente più piccoli di 100 micron sono della misura giusta da poter essere ingerite da organismi planctonici come copepodi, pesci, larve di crostacei, ecc. che sono alla base della catena alimentare. I piccoli pesci quindi possono sia mangiare direttamente minuscole particelle di plastica scambiate per plancton sia plancton che contiene plastica all'interno delle sue cellule permettendo così ad inquinanti chimici come DDT, PCB e altri di risalire la catena alimentare in un processo noto come bioaccumulo biologico.
scarico lavandinoI primi studi che hanno documentato i rischi conseguenti all'utilizzo delle microsfere di plastica risalgono al 2001. Già dal 2009, come documenta uno studio dell'Università di Auckland, quasi tutte le marche utilizzavano il polietilene nei prodotti esfolianti e paste sgrassanti per mani.

Anche se è difficile valutare l'impatto ambientale di questi microgranuli invisibili all'occhio umano, la diffusione a livello mondiale dei tanti prodotti che li contengono suggerisce che l'impatto potrebbe essere davvero enorme.
Imparare a leggere le etichette dei prodotti prima di acquistare può aiutare il consumatore a non diventare complice di linee aziendali che, alla luce delle conseguenze che vengono arrecate all'ambiente, non si ritengono accettabili.
Anche se non tutte le etichette contengono una lista completa degli ingredienti si può cominciare ad escludere tutti i prodotti di detergenza, tra cui anche alcuni dentifrici, che contengono polietilene.
Tra le le marche più note che utilizzano polietilene ci sono : Colgate, Olay, Avon, Revlon, Oreal, Clinique, Cover Girl, Crest, Ducray, Neutrogena, Clerasil, Nivea, Vichy, Avène, Clarins, Lancôme, ROC, Biogénie, Lierac, Guinot, Swisscare.
La funzione di facilitare la pulizia a fondo della pelle e rimozione delle cellule morte a cui assolvono le microsfere può essere svolta utilizzando un guanto di crine per il corpo. Ci sono inoltre in commercio prodotti che contengono ingredienti naturali come farina di avena, gusci di noci, fiocchi d'avena, semi o noccioli vari finementi tritati.
Abbiamo fatto una ricerca nella banca dati dei prodotti commerciali a cura del dipartimento americano per la salute e la sicurezza per scoprire i prodotti che contengono polietilene. Tra le uscite oltre ai detergenti ci sono parecchi cosmetici che contengono polietilene, dai trucchi agli smalti per unghie, ai deodoranti, ecc.
Agli effetti dell'inquinamento delle acque sono le microsfere di polietilene che causano i maggiori danni.
Mentre possiamo con un po' di informazione evitare questi prodotti -ma anche altre sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene consultando il biodizionario - più difficile diventa evitare che anche il nostro bucato contribuisca ad aumentare la presenza di plastica negli oceani.
Uno studio compiuto da un team di scienziati coordinati dal Prof. Browne dell' University College di Dublino pubblicato sul numero di novembre della rivista Environmental Science & Technology ha fornito la dimensione internazionale di un'altra forma di inquinamento da microplastica ancora sconosciuta.
Browne e i colleghi dell'Università di Sydney per l' Australia, Plymouth and Exeter per l'Inghilterra e Waters per il Canada hanno raccolto campioni prelevati in 18 siti costieri per scoprire quale fosse la fonte di contaminazione.
Esaminando la composizione chimica dei microscopici frammenti di fibra trovati in mezzo alla sabbia nelle diverse località con la spettroscopia a raggi infrarossi i ricercatori hanno rilevato che si trattava di poliestere per l'80% dei casi e da poliammide e polipropilene per il percentuale restante.
Tutte le spiagge sono risultate affette dalla presenza di plastica e ciascun campione di sabbia raccolto in una tazza conteneva da un minimo di 2 a 31 frammenti di fibra . La maggiore concentrazione di plastica riscontrata nelle zone residenziali costiere più densamente popolate ha suggerito che potesse provenire dagli scarichi. I successivi rilevamenti compiuti presso impianti di depurazione delle acque reflue hanno confermato l'ipotesi di partenza con la presenza riscontrata di fibre identiche. Per avere tuttavia una prova inconfutabile la squadra di Browne ha acquistato un assortimento di coperte, lenzuola e capi di abbigliamento in poliestere che sono state lavate per alcuni mesi usando tre lavatrici. Le analisi effettuate analizzando e filtrando le acque di scarico delle lavatrici hanno non solamente provato il rilascio di fibre ma rilevato che un singolo capo possa addirittura perdere ad ogni lavaggio oltre 1.900 di questi quasi invisibili frammenti di fibra.
Secondo Browne questo studio deve diventare un incitamento per i soggetti portatori di interesse per trovare soluzioni e materiali che possano ridurre questo fenomeno che va ad aumentare il già pesante inquinamento da microplastica dei mari. Tra di essi i produttori di lavatrici così come gli impianti di depurazione che devono ricercare metodologie che possano trattenere le fibre. L'industria tessile dal canto suo dovrà sviluppare materiali che non presentino questo inconveniente.
Nell'attesa i consumatori possono contribuire a non peggiorare la situazione scegliendo fibre naturali invece che sintetiche tenendo conto che capi di abbigliamento comuni come le felpe in poliestere sono in grado di rilasciare fibre fino al 180% in più rispetto ad altri tessuti sintetici.

Fonte: Ecouterre.com

Successo di adesioni per la settimana europea per la riduzione dei rifiuti - Ecco una rassegna delle iniziative per la riduzione degli imballaggi. (novembre '11)

packagingSono più che raddoppiate rispetto allo scorso anno le iniziative di partecipazione all'evento con oltre 900 azioni registrate. Porta la Sporta partecipa alla settimana SERR con la promozione delle sue iniziative Meno plastica per tutti , Mettila in rete e Sfida all'ultima sporta per Scuole o Comuni. Inoltre per spingere le insegne ad impegnarsi maggiormente sul fronte della prevenzione del rifiuto o a migliorare e ampliare le iniziative già in essere abbiamo inviato una lettera aperta alla GDO in collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum pubblicata ad ottobre, sempre in Primo Piano.
Tuttavia, per mettere in condizione le persone di aderire alle sette mosse di Meno plastica per tutti è necessario il contributo di aziende leader del settore alimentare come Lavazza, Barilla e altre di pari importanza che facciano da traino in modo che, un giorno, si possano trovare sugli scaffali di tutte le insegne della Grande Distribuzione prodotti alimentari a basso impatto di packaging che deve anche essere totalmente riciclabile.
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C'è inoltre la necessità che la GDO si faccia portavoce verso le marche che distribuisce -a cominciare da quelle proprie dell'insegna - delle richieste di ridurre i rifiuti da imballaggio e altri oggetti usa e getta che riceve dagli enti locali che devono inserire, entro il 2013 , la prevenzione all'interno dei loro piani di gestione dei rifiuti.
La GDO inoltre può decidere totalmente su quali soluzioni di vendita mettere a disposizione nei propri punti vendita che possano ridurre la plastica. Dal settore alimentare nei reparti ortofrutta e o gastronomia al reparto della detergenza della casa e della persona dove si possono istallare sistemi di erogazione alla spina.
Sono diversi i soggetti tra associazioni, singoli e comuni che ci hanno informati di voler sottoscrivere l'appello e di lanciarlo verso i supermercati locali. Tra questi il comune di Carmagnola (TO) che lo diffonderà dal sito e verso i media locali e il Comune di Seriate (BG). A Termoli(CB) la nostra lettera aperta è diventata argomento di una mozione comunale.

Ecco alcune tra le azioni che abbiamo intercettato che hanno attinenza con il campo d'azione della nostra campagna.

eco.assorbenti,pannolini
Parma:
l'Associazione GCR personalizzerà ed invierà la nostra lettera aperta alla GDO ai media locali. La farmacia SS.Annunziata che dal 2008 fornisce solamente shopper biodegradabili a 20 cent ai propri clienti promuove la Settimana SERR esponendo locandine e sensibilizzando la clientela sulle possibili azioni di riduzione dei rifiuti. In particolare verranno fornite informazioni e dimostrazioni sull'utilizzo di spazzolini con testine intercambiabili, pannolini lavabili per neonati e per il pubblico femminile. A quest'ultimo verrà inoltre proposta la coppetta mestruale che, a fronte di nessuna controindicazione, permette di risparmiare e ridurre una tipologia di usa e getta molto impattante. Inoltre i clienti della farmacia oltre a poter comprare detersivi alla spina potranno presto acquistare portando il proprio contenitore anche prodotti per la detergenza della persona come shampoo, bagnoschiuma, detergente intimo. Cosa si può pretendere di più da una farmacia ? Farmacisti copiate!

Pino Torinese TO: il 24 novembre mattinata di sensibilizzazione e di coinvolgimento di cittadini e commercianti con azioni pratiche e dimostrative per la riduzione degli imballaggi e gli sprechi alimentari. La giornata sarà occasione per intervistare i commercianti dei banchi del mercato per conoscere la quantità di prodotti mediamente invenduti che vengono buttati via e il coinvolgimento e la sensibilizzazione ad individuare delle azioni da mettere in atto per evitare tali sprechi. Verranno distribuite borse di cotone a rete in collaborazione con l'Associazione Commercianti locale.

Nei comuni di San Secondo di Pinerolo (TO) e Villafranca Piemonte (TO) verrà consegnata durante la settimana a tutti i bambini e ragazzi frequentanti le scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di 1° grado e micro nido, la RIBORSA, prodotta dall’ACEA Pinerolese con plastica riciclata ottenuta da bottiglie insieme a un volantino informativo che promuove l’acquisto di prodotti sfusi o con poco imballo.

Bracciano RM: in collaborazione con un punto vendita Conad verranno distribuite il 26 e 27 novembre retini di cotone riutilizzabili per l'ortofrutta al posto delle buste di plastica come come prevede Mettila in rete. Anche ad Andria (BT) verrà promossa mettila in rete verso supermercati e negozi di ortofrutta.

Verona: a cura dell' Ecosportello verrà effettuato un rilevamento in quattro supermercati della città per quantificare la percentuale di clienti che è passata alla borsa riutilizzabile. Si inaugura durante la settimana il Centro di riuso creativo che raccoglierà materiali di scarto donati dal circa 30 aziende del territorio. Questo materiale viene esposto e messo a disposizione delle scuole e delle associazioni senza fini di lucro per poter reinventare altri oggetti ed utilizzi stimolando la creatività dei bambini. Il Centro si avvale del lavoro di una cooperativa sociale che reinserisce persone in difficoltà.

locandina di vasto







Vasto CH:
nel supermercato Maxi Tigre del gruppo Gabrielli partirà una sperimentazione di Mettila in rete che ha accolto l'invito dell'Amministrazione Comunale. Collaborano per una buona riuscita dell'iniziativa invitando ad utilizzare i retini per inserire le associazioni di WWF, Legambiente e Arci Nuova Associazione di Vasto.





detersivi alla spina

Canale Monterano RM:
i ragazzi della scuola dell'infanzia e ultime tre classi della scuola primaria si faranno promotori di buone pratiche verso le proprie famiglie con due azioni. Una riguarderà la promozione dell'acquisto di detersivi sfusi che per l'occasione alcuni negozi metteranno a disposizione in erogatori a caduta. I ragazzi sensibilizzeranno le famiglie a recarsi ad acquistare con contenitori portati da casa. Partirà una seconda azione per incrementare l'uso della sporta nei negozi di prossimità che vedrà competere tra loro le classi a chi compie più acquisti senza sacchetti. Ogni ragazzo chiederà alla famiglia di acquistare senza sacchetto monouso in modo da ricevere un timbro dell'esercizio su un'apposita tessera. I punti verranno raccolti durante i cinque mesi di durata dell'iniziativa calcolando i punti raccolti sulle tessere cumulativamente per ogni classe. Vincerà una gita offerta dall’Amministrazione comunale ad un museo del riuso la classe che avrà raggiunto il punteggio più alto.
La riserva naturale di Monterano che promuove da tempo la nostra campagna fornirà agli esercizi che si attiveranno nella promozione della sporta le borse a rete ecottonbag. L'acquisto delle borse è stato finanziato con gli introiti generati dall'impianto di erogazione pubblico di acqua naturale e frizzante.

Istituto Professionale Cabrini di Taranto: il 19 novembre presso l'aula magna dell'istituto le insegnanti che durante l'intero anno scolastico si impegnano ad approfondire le tematiche ambientali, colgono l'occasione della settimana per sensibilizzare anche le famiglie degli allievi che hanno acquisito nozioni nel campo della riduzione dei rifiuti. In particolare si utilizzeranno le sette mosse di "meno plastica per tutti" per evidenziare come andare oltre all'usa e getta.

Istituto Comprensivo Castellabate San Marco SA: il 19 novembre presentazione di Mettila in rete e Sfida all'ultima sporta con distribuzione di una borsa riutilizzabile e di un retino in cotone per l'acquisto di ortofrutta senza sacchetto monouso a tutte le famiglie dei ragazzi dell'Istituto.

Santa Lucia Del Mela ME: in Piazza Milite Ignoto il 27 novembre verrà allestito un gazebo organizzato da volontari dell'associazione no profit o2italia che distribuirà borse riutilizzabili e materiale informativo sulla riduzione dei rifiuti e su come raggiungere il traguardo dei meno 15 kg di Meno plastica per tutti. Contestualmente saranno realizzati dei laboratori pratici per i bambini all’insegna del riuso.

Grande Distribuzione Organizzata: c'è posta per te (ottobre '11)

riduzione rifiuti si puòIn collaborazione con Italia Nostra e Adiconsum due delle associazioni nazionali partner della nostra campagna lanciamo alle insegne della GDO un appello pubblico per chiedere, in occasione della Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti quanto sono disposte a fare per prevenire la produzione dei rifiuti con un taglio agli imballaggi evitabili e la messa in vendita di alternative di consumo a basso impatto ambientale.
La terza edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti avrà luogo dal 19 al 27 novembre in tutta Europa. Si tratta di una campagna di comunicazione ambientale con l’obiettivo primario di sensibilizzare le Istituzioni, i consumatori e tutti gli altri stakeholder circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione Europea, che gli Stati membri devono perseguire, anche alla luce delle ultime disposizioni normative (1).
Secondo l'Agenzia Europea per l'ambiente in assenza di politiche di prevenzione dei rifiuti la quantità di rifiuti prodotta in Europa è destinata ad aumentare arrivando sino a una media di 558 chili pro capite nel 2020. Troppi, bisogna correre ai ripari e ridurre i rifiuti che generiamo . Lo richiedono le emergenze rifiuti già conclamate di alcune nostre città e altre annunciate. Inoltre la mancanza di risorse economiche che affligge gli enti locali richiede una drastica riduzione dei costi di gestione dei rifiuti dovuti al conferimento in discarica o all'incenerimento e ai crescenti costi di raccolta. I rifiuti sono insomma diventati “un lusso” che non possiamo più permetterci di gestire con leggerezza come abbiamo fatto sino ad ora.
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Sempre più amministrazioni pubbliche, associazioni, singoli cittadini ci chiedono di farci portavoce delle loro richieste verso la Grande Distribuzione Organizzata in modo che nei punti vendita delle insegne si possano trovare prodotti e soluzioni che consentano ai cittadini di adottare stili di vita e di consumo “ low carbon” ma anche che queste opportunità vengano comunicate e promosse.La consapevolezza della limitatezza delle risorse del pianeta ha posto in primo piano il concetto di sostenibilità in generale e, più in particolare la sostenibilità delle imprese. Fare di più con meno rappresenta per le aziende il vantaggio competitivo del XXI secolo. (2)

Porta la Sporta ritiene che la Grande distribuzione possa fare grandi cose in campo ambientale e che i gruppi abbiano al loro interno risorse e know how per pianificare velocemente in alcuni ambiti. Sicuramente la GDO si trova nella posizione di poter influenzare il mondo della produzione a monte e agire direttamente sui prodotti a marca dell'insegna o private label, che non è poco.

packagingLa nostra campagna con la collaborazione delle associazioni partner ha sempre cercato di coinvolgere nelle proprie iniziative tutti gli attori che possono giocare un ruolo importante nell'attuazione di politiche di sostenibilità ambientale o di divulgazione di buone pratiche in un meccanismo di sistema. Siccome la Grande Distribuzione rappresenta un interlocutore imprescindibile è stata fatta ai gruppi del retail dal 2010 una prima proposta di promozione della borsa riutilizzabile verso la propria clientela. Hanno raccolto l'invito 19 gruppi che hanno partecipato all'ultimo evento Settimana Nazionale Porta la Sporta dello scorso aprile 2011.
Pur riconoscendo il ruolo che il legislatore ha nel determinare l'applicazione di politiche di prevenzione efficaci ed estese, l'urgenza delle problematiche ambientali connesse alla produzione dei rifiuti ci deve spingere come singoli cittadini, produttori, distributori, amministratori di enti locali, ecc. a metterci in gioco: dimostrando con i fatti che ogni comportamento individuale è incisivo. Enti locali, associazioni e singoli cittadini su tutto il territorio nazionale sono caldamente invitati a fare proprio questo appello, a personalizzarlo e a inviarlo a livello locale o nazionale alle insegne della GDO e ai media diffondendolo su siti,blog e social media.

Ecco le sette azioni di riduzione dei rifiuti che insieme a Italia Nostra e Adiconsum chiediamo ai gruppi della GDO di realizzare in tempi brevi.
Queste sette azioni sono funzionali alle proposte di riduzione degli imballaggi e articoli usa e getta che con le iniziative Mettila in rete e Meno plastica per tutti chiediamo ai cittadini di adottare e agli enti locali di promuovere sul loro territorio.

1) Ridurre drasticamente il consumo di sacchetti monouso nel reparto ortofrutta con l'affiancamento di una soluzione riutilizzabile come proponiamo con la nostra specifica iniziativa Mettila in rete;
2) inserire nell'offerta attuale di spazzolini almeno un modello con testine intercambiabili con ricariche in confezione a parte e invitare i produttori delle marche trattate a convertirsi a questo sistema meno impattante;
3) ridurre l'overpackaging dei prodotti di gastronomia confezionati nei punti vendita e liminando ad esempio gli inutili vassoietti nel confezionamento dei formaggi quando la pellicola trasparente potrebbe essere già sufficiente;
4) chiedere ai propri fornitori di eliminare al più presto: a) i doppi imballaggi evitabili come le confezioni di cartoncino che contengono dentifrici o altri prodotti di detergenza per il corpo. b) gli imballaggi secondari come l'involucro che avvolge due confezioni di caffè singole da 250 gr utilizzati dalla Lavazza e altre marche. Basterebbe una grafica diversa sulle singole confezioni che evidenzi l'impossibilità di un acquisto separato. Il fatto che un prodotto con doppio imballaggio e maggiore impiego di materiale sia più conveniente rispetto al singolo acquisto non contribuisce ad educare il consumatore ad un consumo responsabile inducendolo a sottovalutare i costi e gli impatti ambientali che l'imballaggio ha nella realtà;
5) sostituire gli imballaggi a partire dalla private label in poliaccoppiato non riciclabile con imballaggi in monomateriale riciclabili,come ha fatto per ora Barilla con una nuova linea di biscotti con involucro monomateriale in polipropilene;
6) mettere a disposizione in tutti i punti vendita un ampio assortimento di prodotti per la detergenza del corpo e della casa acquistabili alla spina o in formati concentrati(3) ;
7) ultima azione ma non meno importante riguarda la necessità di fare una regolare comunicazione per valorizzare le politiche ambientali intraprese. Le iniziative a carattere ambientale che richiedono la partecipazione dei consumatori necessitano di essere accompagnate da una comunicazione a lungo termine che ne promuova l'adozione con il supporto di sistemi premianti. Andrebbero attivati allo scopo tutti gli strumenti di comunicazione e di fidelizzazione che le insegne hanno a disposizione. Dal sito web, alla newsletter, alla comunicazione nel punto vendita tramite cartellonistica e passaggio di spot audio.

Ha già accolto l'invito espresso al punto uno l'Iper E.Leclerc Conad di Terni dove, in collaborazione con l'associazione Ecologicpoint partirà una sperimentazione che durerà alcuni mesi, a partire dal 27 ottobre, di cui parliamo sempre in Primo Piano.
Ecco l'appello che è stato inviato ai media. Invitiamo però tutti gli enti locali, associazioni, singoli cittadini a sottoscrivere l'appello, personalizzarlo ed inviarlo alle insegne della grande distribuzione a livello nazionale e locale. Chi non avesse ancora firmato la petizione per Mettila in rete in tutti i supermercati può farlo ora!

Note
(1) La nuova direttiva (98/2008 CE) in materia di gestione rifiuti sottotitolata Verso una società del riciclo pone la prevenzione e il riuso ai primi 2 posti della gerarchia gestionale. E' infatti evidente che la migliore pratica di gestione dei rifiuti consiste nel non generarli, perché i benefici in termini di riduzione di estrazione di risorse, consumo energetico, emissioni di gas serra e altri impatti ambientali che si concretizzano superano di gran lunga i benefici provenienti dal riciclaggio.
(2) Mark up
(3) Alcune insegne della Grande Distribuzione hanno messo a disposizione in qualche punto vendita erogatori di detersivi alla spina e una selezione di prodotti alimentari secchi acquistabili sfusi da dispenser. Tuttavia queste possibilità vanno estese in tutti i punti vendita ma soprattutto per quanto riguarda i prodotti per la detergenza della casa e della persona ne andrebbe incrementato l'assortimento. Un'offerta limitata che non includa le tipologie dei prodotti più usati dalle famiglie non induce un consumatore abituato a mille prodotti a considerarne la fattibilità e a realizzare invece che prendendo oltre il 60% dei prodotti utilizzati alla spina può facilmente dimezzare il suo consumo di plastica.

Ortofrutta senza plastica ? A Terni si può fare ! Dal 27 ottobre presso l'Ipermercato E.Leclerc Conad l'ortofrutta si mette in rete (ottobre '11)

leclerc conad e mettila in reteParte dal 27 ottobre a Terni una sperimentazione della nostra iniziativa Mettila in rete presso l'Ipermercato E.Leclerc Conad grazie all'associazione Ecologicpoint e alla collaborazione della Direzione del punto vendita.(vai al link>>)
L'iniziativa che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Terni (Assessorato all'ambiente) e della Confcommercio provinciale viene presentata alla stampa lunedì 24 ottobre. Il progetto che partecipa alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti rappresenta concretamente un primo momento di incontro tra la grande distribuzione e il mondo dell'associazionismo ambientale territoriale. Per la nostra campagna rappresenta inoltre la prima sperimentazione nazionale che avrà luogo per un periodo sufficientemente lungo da poter permettere all'insegna di valutare l'estensione ad altri punti vendita. Per poter esprimere di persona il nostro ringraziamento e apprezzamento al direttore dell'Ipermercato Maurizio Ciferri e a Serenella Bartolomei presidente di Ecologicpoint, Silvia Ricci, coordinatrice della nostra campagna parteciperà alla conferenza stampa. Mettila in rete è un'iniziativa pensata per supportare la Grande Distribuzione nella riduzione di altri imballaggi evitabili come i sacchettini del reparto ortofrutta. L'iniziativa prevede l'affiancamento di una soluzione riutilizzabile al sacchetto monouso dei reparti ortofrutta in rete di cotone e viene proposta alle direzioni dei principali gruppi della GDO dove si concentra ben il 55% degli acquisti del mercato interno di ortofrutta (dati 2010).
Invitiamo i cittadini di Terni a recarsi nel punto vendita Leclerc ternano per testare questa possibilità di acquisto a imballo zero e di acquistare i retini che poi, con il permesso dei gestori si potranno utilizzare anche in altri supermercati. Nei punti vendita dove è presente un addetto di reparto basta indicare il peso del retino per impostare la tara ( 20 gr circa) anche se già riempito o farne pesare uno vuoto, nei reparti con servizio self-service basta pesare i prodotti di ortofrutta prima di inserirli nel retino, legare i manici e apporre l'etichetta.
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Nell'Ipermercato E.Leclerc verrà posizionata nel settore ortofrutta una bilancia dedicata a Mettila in rete tarata sul peso del retino con le istruzioni necessarie per i clienti che acquisteranno i retini la prima volta e li riporteranno, insieme alla borsa riutilizzabile, le volte successive. Tutto sommato si tratta di un piccolo sforzo che fatto da tanti permetterebbe di ridurre l'impatto della plastica sull'ambiente.
Serenella Bartolomei una delle fondatrici di Ecologicpoint un'associazione tutta al femminile che ha creduto nella potenzialità della nostra iniziativa, dichiara: “ Siamo orgogliose di essere riuscite, grazie alla sensibilità del direttore Maurizio Ciferri a fare partire il primo progetto pilota a livello nazionale perché potrà costituire un precedente, un incoraggiamento perché altre insegne della Distribuzione Moderna seguano l'esempio. Ma dovranno essere anche gli enti locali che hanno il compito di attuare politiche di prevenzione dei rifiuti a sollecitare le insegne in modo da portare avanti insieme progetti di riduzione dei rifiuti più radicali e coraggiosi rispetto a quelli sin qui attuati che siano in grado di portare a risultati misurabili nel breve periodo. Non dimentichiamo che la riduzione degli sprechi evitabili come le centinaia di migliaia di sacchettini monouso che un punto vendita può utilizzare in un anno apporta non solamente benefici ambientali ma anche economici. Per cambiare abitudini di consumo improntate allo spreco indotte nei cittadini da decenni di marketing intensivo ci vuole informazione, educazione e messa a disposizione di alternative a basso impatto. L'obiettivo si raggiunge lavorando in un meccanismo di sistema che veda produttori, mondo del retail, referenti istituzionali, mondo dell'ambientalismo e campagne nazionali come Porta la Sporta collaborare in modo sinergico a progetti come questo che noi come Ecologicpoint sosteniamo localmente”.

Dal canto nostro siamo estremamente soddisfatti che finalmente un punto vendita della grande distribuzione italiana accolga questa sfida perché la tendenza generale nell'affrontare la necessità di ridurre i rifiuti da parte delle istituzioni preposte e aziende -tra cui la GDO- è quella intraprendere quelle azioni di riduzione “più facili” che non richiedano troppo impegno da parte del cittadino consumatore. Come ridurre, ad esempio il packaging dei prodotti o sostituire la plastica con materiali biodegradabili. Oltre a queste seppur importanti azioni è indispensabile però ridurre il consumo di risorse alla fonte e comunicare questo nuovo approccio ai cittadini che devono diventare attori principali del cambiamento. Nello specifico questo obiettivo è realizzabile solamente attraverso l'eliminazione totale del packaging con l'applicazione di modalità di somministrazione alternative come gli erogatori alla spina e/o con l'utilizzo di contenitori riutilizzabili che vengono riempiti e riportati “all'infinito”. Tra chi si occupa di rifiuti circola il detto che il migliore rifiuto è quello che non si produce. Anche per il packaging si può affermare che il miglior packaging è in primo luogo quello che non c'è (anche grazie al riutilizzo). In secondo e terzo luogo il miglior packaging è quello che assolve al suo scopo e poi si “dematerializza” (senza inquinare come il cono del gelato) o che viene totalmente riciclato (quando l'imballaggio è strettamente indispensabile)”.
La nuova direttiva (98/2008 CE) in materia di gestione rifiuti, sottotitolata Verso una società del riciclo pone d'altronde la prevenzione e il riuso ai primi 2 posti della gerarchia gestionale. E' infatti evidente che la migliore pratica di gestione dei rifiuti consiste nel non generarli, perché i benefici in termini di riduzione di estrazione di risorse, consumo energetico, emissioni di gas serra e altri impatti ambientali che si concretizzano superano di gran lunga i benefici provenienti dal riciclaggio.

L'Italia che occupa dal 2006 il terzo posto in Europa per quantità di imballaggi immessi al consumo dietro a Irlanda e Lussemburgo e di poco davanti alla Francia con circa 208 kg/ab anno di imballaggi (1) deve impegnarsi più seriamente. Lo richiedono le emergenze rifiuti già conclamate di alcune nostre città e le altre annunciate. Non si tratta solamente della città di Napoli. Inoltre la mancanza di risorse economiche che affligge gli enti locali richiede una drastica riduzione dei costi di gestione dei rifiuti dovuti al conferimento in discarica o all'incenerimento degli stessi e ai crescenti costi di raccolta. I rifiuti sono insomma diventati un lusso che non possiamo più permetterci.

(1) Rapporto 2011 rifiuti Urbani sezione il contesto europeo a cura di ISPRA.

Il ritorno dell'acqua del rubinetto, sempre più enti pubblici negli USA bandiscono la distribuzione gratuita di acqua in bottiglia negli uffici (ottobre '11)

think outside the bottleSempre più amministrazioni pubbliche americane si convincono a porre un freno al consumo di acqua minerale nelle strutture pubbliche perché il buon esempio deve partire da chi amministra e perché i soldi dei contribuenti vanno spesi per migliorare i servizi pubblici in prima istanza.
Parte del merito di questa rivoluzione va alla campagna nazionale Think Outside the Bottle lanciata da Corporate Accountability International per promuovere e garantire i finanziamenti pubblici al sistema idrico nazionale. Corporate Accountability International è una organizzazione no profit con sede a Boston che, negli ultimi 35 anni, ha promosso con successo campagne a tutela della salute, dell'ambiente e dei diritti umani.
Al momento hanno risposto all'appello della campagna sei stati, oltre 140 città, centinaia di aziende, decine di organizzazioni e decine di migliaia di persone a livello nazionale.
E' di fine agosto 2011 l'annuncio con cui i sindaci in tutta la California, tra cui i sindaci di Oakland, Davis e Santa Rosa, hanno reso noto il loro impegno a eliminare nelle strutture pubbliche la distribuzione gratuita di acqua in bottiglia. Nella stessa occasione hanno invitato il loro governatore Brown a tagliare la spesa statale per l'acqua in bottiglia e a reinvestire le risorse economiche per migliorare il sistema e il servizio idrico pubblico dello stato della California.
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Nonostante l'attuale governatore Brown avesse già espresso nei panni di procuratore generale la sua preoccupazione sull'impatto ambientale e di contributo al cambiamento climatico che l'imbottigliamento e il confezionamento in plastica dell'acqua causa all'ambiente i sindaci rilevano nel comunicato che anche sotto la sua amministrazione poco è cambiato.
Dalla data dell'annuncio, 35 città in tutto lo stato hanno sospeso la somministrazione di acqua in bottiglia e a queste città si sono aggiunte decine di esercizi tra bar e ristoranti a Oakland.
"Con questa decisione Oakland e le altre cittadine fanno un passo in avanti, siamo molto orgogliosi della qualità della nostra acqua del rubinetto, spina dorsale della salute pubblica e della nostra economia. Sappiamo che il Governatore, come ex sindaco, condivide la nostra convinzione. Ci auguriamo che la nostra azione di tagliare l'acqua in bottiglia a partire dai bilanci delle città fungerà da stimolo per il Governatore Brown e il legislatore a seguire l'esempio. E' un primo passo fondamentale per garantire che i sistemi idrici dello Stato ricevano le attenzioni e le risorse necessarie per garantire un servizio pubblico efficiente alle generazioni a venire ", ha commentato il sindaco di Oakland, Jean Quan.
think outside the bottleSecondo Kristin Urquiza di “Think Outside the Bottle” le città che intraprendono questa scelta sostengono un principio importante e cioè che le sempre più esigue risorse pubbliche andrebbero impiegate per progetti che forniscano servizi pubblici essenziali e per far crescere l'economia in generale, non per favorire una manciata di società private. In questa prospettiva gli investimenti per l'acqua pubblica sono uno dei più saggi investimenti che uno Stato può fare.
Nel comunicato stampa delle cittadine californiane si legge inoltre che ogni dollaro speso nei sistemi di acqua pubblica determina un guadagno di 9 dollari per l'economia nazionale e contribuisce a creare posti di lavoro “verdi”. Al contrario, l'acqua in bottiglia crea un buco nero che inghiotte denaro pubblico. Ammontano infatti ad almeno 42 milioni di dollari i costi che cittadine e stati devono spendere ogni anno per lo smaltimento delle bottiglie di plastica. Ecco perché più di 140 sindaci di altrettante città degli Stati Uniti e cinque governatori hanno già preso provvedimenti simili prima di loro.
Queste amministrazioni statali e locali hanno reso disponibile l'acqua pubblica optando per l'incentivazione delle bottiglie riutilizzabili, installando vari tipi di erogatori e fontane dove approvvigionarsi di acqua anche refrigerata. Ancora più importante, questi pubblici ufficiali hanno utilizzato questo servizio come piattaforma per ricostruire la fiducia del pubblico nell'acqua del rubinetto.
Sesto stato a rispondere all'appello inviato da Think Outside the Bottle dopo Connecticut, Vermont, New York, Colorado e Illinois è stato il Maryland. Sotto la spinta dei movimenti di base il Governatore O'Malley ha comunicato il 30 settembre scorso di voler eliminare la distribuzione di acqua in bottiglia nelle strutture pubbliche dello stato. Questa decisione farà parte delle azioni del piano elaborato dalla commissione per gli acquisti verdi dell'ente: Green Maryland Purchasing Committee. La commissione è stata istituita dal Ministero delle risorse naturali, all'interno del "Green Maryland Act” del 2010 convertito in legge dallo stesso O'Malley.
Nonostante l'alto livello di qualità che contraddistingue l'acqua potabile del Maryland , uno tra i più alti al mondo, i residenti dello stato bevono più di 261.400.000 litri di acqua in bottiglia all'anno. Nei prossimi 20 anni lo stato dovrà investire nelle infrastrutture dell'acqua potabile 3,96 miliardi dollari. Secondo il governatore O'Malley quando gli stati finanziano e promuovono il sistema dell'acqua pubblica e poi acquistano l'acqua in bottiglia mandano al pubblico un messaggio contraddittorio. Con la decisione effettuata si va invece nella giusta direzione stabilendo la priorità di investire denaro pubblico per potenziare il servizio di acqua pubblica nel lungo termine.
Secondo Corporate Accountability International lo stato arriva a spendere per l'acqua in bottiglia circa 200.000 dollari all'anno.
"Questa scelta è doppiamente premiante per lo stato e i cittadini perché si evita di continuare a buttare tonnellate di plastica nelle discariche e i soldi dei contribuenti fuori dalla finestra” commenta John Stewart, membro del comitato organizzatore di "Think Outside the Bottle"
Superfluo il commento sul fatto che questo esempio americano andrebbe replicato anche in Italia mettendo a disposizione erogatori di acqua in tutti gli uffici pubblici sia per i dipendenti -che possono tenere un bicchiere riutilizzabile o borraccia termica in ufficio - che per i visitatori.
Fonte : Sito di Corporate Accountability International

Meno rifiuti e meno plastica per tutti ! Partecipa alla SERR (settembre '11)

serr 2011 Partecipa alla settimana Europea per la Riduzione dei rifiuti SERR 2011 che si terrà in tutta Europa dal 19 al 27 novembre 2011 con Meno Plastica per tutti, Mettila in rete e Sfida all'ultima Sporta adottabili da chiunque voglia una vita con meno rifiuti e meno plastica.
Per tutti i problemi esiste una soluzione, praticabile o impraticabile che sia. Così è per la produzione dei rifiuti che, salvo momenti di lieve decrescita dovuti alla recessione economica continuano ad aumentare in tutta Europa. Anche in questo caso vale il detto che prevenire è meglio che curare e guardando cosa spinge la nostra pattumiera sino ai 532 kg pro capite attuali salta all'occhio che ci sono troppi imballaggi e contenitori, prodotti usa e getta, e oggetti che hanno avuto comunque un ciclo di vita troppo breve e che non sono più né riparabili né riutilizzabili.
Dall'ultimo rapporto diffuso a fine agosto dall’Agenzia europea per l’Ambiente, Le opportunità dei rifiuti, emerge che se gli Stati europei seguissero alla lettera le direttive comunitarie in merito si potrebbe ottenere un taglio drastico delle emissioni di gas serra pari a 78 milioni di tonnellate entro il 2020. In caso contrario, qualora non venissero messe in atto politiche efficaci, la quantità di rifiuti prodotta in Europa è destinata ad aumentare arrivando sino a una media di 558 chili pro capite nel 2020.
Ecco le soluzioni concrete che la campagna propone a livello nazionale e locale per attenuare l'impatto della plastica sull'ambiente e soprattutto nei mari attraverso una drastica riduzione dell'usa e getta, un ripensamento del packaging e delle modalità di commercializzazione dei prodotti di uso comune.
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MENO PLASTICA PER TUTTI : TRAGUARDO 15 CHILI IN 7 MOSSE
Non è difficile eliminare in un anno almeno 15 chili di plastica pro-capite, serve solamente un minimo di organizzazione. In sette mosse tra cui bere l'acqua del rubinetto, acquistare prodotti sfusi o alla spina, usare spazzolini e rasoi con testine intercambiabili è possibile risparmiare denaro, avere meno rifiuti da gestire e impegnarsi concretamente per l'ambiente.continua>>

METTILA IN RETE
Mettila in rete viene rilanciata in modo che, dopo l'eliminazione dello shopper in plastica, la Grande Distribuzione metta a disposizione una soluzione riutilizzabile in alternativa al sacchetto monouso dei reparti ortofrutta. Per promuovere questo cambiamento è stata creata questa iniziativa che viene proposta a tutti i soggetti che possono adottarla e promuoverla a partire dal referente principale: la Distribuzione Organizzata, dove si concentra il 55% degli acquisti del mercato interno di ortofrutta (dati 2010). Parallelamente viene sollecitato l'apporto istituzionale degli uffici e servizi preposti alla riduzione dei rifiuti a livello comunale, provinciale e regionale affinché questa iniziativa venga inserita nei piani di prevenzione locali dei rifiutie venga proposta “formalmente” e capillarmente alla Grande Distribuzione.
Firma la petizione, “METTILA IN RETE IN TUTTI I SUPERMERCATI” e per saperne di più e visionare i filmati vai alla pagina dedicata>>

SFIDA ALL'ULTIMA SPORTA NEI NEGOZI
Simpatica e coinvolgente sfida organizzabile a livello di comune, quartiere o associazione di commercianti di via per promuovere l'utilizzo della sporta. Vincono i cittadini che nel periodo stabilito avranno effettuato il maggior numero di acquisti senza prendere sacchetti monouso.continua>>

SFIDA ALL'ULTIMA SPORTA NELLE SCUOLE
Ragazzi e insegnanti insieme per promuovere comportamenti sostenibili nella comunità di appartenenza. Intere famiglie verranno coinvolte nella raccolta di scontrini dei supermercati senza addebito di sacchetti monouso per far vincere classi o scuole che gareggiano tra loro. continua>>

Ridurre i rifiuti, una necessità di Roberto Cavallo (settembre '11)

meno 100 kg. copertina


La vera sfida è NON pensare ai rifiuti: quanto pesa lo zaino ecologico dell'Europa
. Come nelle lezioni di comunicazione si insegna che quando ci si dice di non pensare ad un elefante diventa poi impossibile non farlo, così accade per i rifiuti.
Siamo talmente abituati a pensarci che non riusciamo a farne a meno. Anche quando ci si mette a progettare sistemi di gestione si parte dal presupposto che i rifiuti ci siano e siano tanti, sempre di più. È arrivato il tempo di cambiare punto di vista, prospettiva, angolo di osservazione.
Facciamoci aiutare da chi in questi ultimi 30 anni ha già tracciato la strada.continua>>

 

E' ora di affrontare diversamente il nostro rapporto con i rifiuti (settembre '11)

gerarchia rifiutiDa quasi due decenni gli esperti nazionali del settore promuovono le migliori tecniche di gestione dei rifiuti. Eppure in molte parti del paese tali pratiche sono ampiamente ignorate e le emergenze rifiuti, periodicamente, occupano le prime pagine dei giornali. A poco serve averne parlato per anni se poi, ogni qualvolta l'emergenza si presenta puntuale ci si riduce a guardare alla montagne di rifiuti con un senso di impotenza mista a rassegnazione e a subire scelte imposte dall'emergenza che non risolvono il problema.
La via di uscita, come tutti concordano, sta nel far scendere i volumi di quelle montagne di rifiuti destinate a discariche o inceneritori, assumendoci tutti la responsabilità di una scelta. Decidere cioè se diventare parte del problema -facendo finta di nulla- o della soluzione - adottando misure preventive.
Basterebbe non voltare lo sguardo e considerare con attenzione da cosa sono composte quelle montagne e a partire dalla nostra personale produzione di rifiuti. Un esercizio che ci fornirà gli elementi per capire quali siano le conseguenze del nostro stile di vita e di consumo e che cosa non ha funzionato negli oggetti che abbiamo comprato e buttato.
E allora sarà chiaro che ci sono delle azioni e delle scelte che si possono e debbono intraprendere come individui per ridurre la quantità di cose che troppo presto si buttano.
Ma sarà ancora più chiaro che a spingere la nostra pattumiera ad arrivare ad una produzione annua di 532 kg pro capite del 2009 (con punte oltre ai 600 kg in centro Italia) ci sono scelte e responsabilità che attengono alla politica e all'industria
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Come liberare l'ambiente dalla plastica e chi dovrebbe attivarsi

Tra i rifiuti prodotti sono quelli di plastica ad avere il maggiore impatto sull'ambiente e a compromettere seriamente la salute degli oceani ormai infestati da una "zuppa plastica" che in parte galleggia lungo la colonna d'acqua ma per lo più si adagia sui fondali soffocandoli e uccidendo le forme di vita che li abitano.
La plastica costituisce il 90% dei rifiuti galleggianti negli oceani e si stima che oltre l'80% dei rifiuti dispersi in mare arrivi dalla terraferma, il resto dalle navi o dalle piattaforme petrolifere.
Dalla terraferma, per l'appunto: è da qui che si deve partire per salvare i mari, i nostri polmoni.
Nel 2011 gli esiti di un rilevamento effettuato nel 2010 nel Mediterraneo, Expédition MED ci hanno confermato che la zuppa di plastica è presente anche nei nostri mari e in concentrazioni simili o maggiori a quelle riscontrate nelle zone dei gyre degli oceani Pacifico e dell'Atlantico dove le correnti oceaniche permettono alla plastica di accumularsi.

La situazione attuale

gerarchia rifiutiAd oggi le principali misure di contrasto messe in capo a livello internazionale per impedire che i rifiuti confluiscano negli ambienti acquatici consistono principalmente in programmi che puntano a migliorare i sistemi di raccolta dei rifiuti a terra, ripulire dai rifiuti mari e coste e aumentare le quantità di plastica che vengono intercettate per il riciclo. Tutte azioni che seppur importanti e necessarie, non possono essere la sola risposta che industria e governi mettono in campo perché significherebbe pur sempre affrontare il problema dalla coda anziché dalla testa.
Non è possibile affrontare il problema del carico che questi scarti di plastica hanno sull'ambiente dalla fase di produzione a quella di smaltimento senza ridurne le quantità immesse annualmente sul mercato. Essendo ovvio che l'industria della plastica farà di tutto per difendere il suo fatturato intervenendo anche sulla politica centrale sono quindi i cittadini, le associazioni e le amministrazioni sensibili sul territorio che devono attivarsi lanciando segnali chiari all'industria che si serve del packaging per i propri prodotti. Non è casuale che alla luce di nuovi rapporti che evidenziano come la plastica sia arrivata anche nel nostro cibo l'industria in causa, per difendere reputazione e volumi di fatturato, si dichiari ora maggiormente disponibile a collaborare finanziando programmi di pulizia ambientale, di sensibilizzazione dei consumatori sulla corretta gestione dei rifiuti, di implementazione del riciclaggio - e non altro.

Non resta quindi ai Governi altro che prendere da subito provvedimenti drastici e coraggiosi per evitare che altri quantitativi massicci di plastica continuino a invadere l'ambiente e defluire nei mari.

Tra i possibili provvedimenti i più efficaci e con risultati a breve termine potrebbero essere:

1) una drastica riduzione delle quantità di imballaggi e contenitori usa e getta immessi al consumo anche tramite l'adozione delle misure riportate nei punti a seguire;

2) la commercializzazione di prodotti allo stato solido, concentrato con l'utilizzo di packaging eco compatibile, facilmente riciclabile ma soprattutto riutilizzabile;

3) l'estensione della possibilità di acquistare con propri contenitori in tutti gli esercizi del settore alimentare dalla grande distribuzione al piccolo commercio modificando la legislazione vigente;

4) la commercializzazione di prodotti alimentari in vuoto a rendere attraverso la standardizzazione dei formati dei contenitori in vetro che possano essere utilizzati per più tipologie di alimentari che vengano prodotti localmente;

5) l'adozione di un sistema nazionale che preveda l'applicazione di una cauzione su bottiglie e lattine per disincentivare economicamente il loro abbandono nell'ambiente;

6) un divieto di distribuzione gratuita degli shopper monouso nel comparto alimentare che includa supermercati, negozi e operatori commerciali ambulanti;

7) per quanto concerne i paesi europei un rapido passaggio ai decreti attuativi delle leggi di recepimento della direttiva europea (98/2008 CE) così da veder davvero applicato il principio di gerarchia che pone la prevenzione e il riuso ai primi 2 posti della gerarchia gestionale e il principio di responsabilità estesa del produttore (di cui all’art. 8) per tutto il ciclo di vita del bene prodotto.

Accanto ai provvedimenti enunciati, trattandosi di dover promuovere un cambiamento di stili di vita e di consumo nei cittadini serve l'apporto indispensabile della politica nazionale e locale nel creare le condizioni materiali che spingano i cittadini a mettere in pratica le azioni più semplici e immediate di prevenzione del rifiuto come propone l'iniziativa Meno Plastica per Tutti in 7 mosse per la parte relativa agli imballaggi e contenitori. Questo comporta rendere accessibili in ogni comune o quartiere e al maggior numero di cittadini possibile, case dell'acqua o fontanelli dove ci si possa approvvigionare di acqua anche gassata con propri contenitori e distributori di latte crudo alla spina. E' inoltre necessario facilitare la nascita di negozi con ampi assortimenti di prodotti sfusi e a basso impatto ambientale, dal settore alimentare a quello della detergenza della casa , della persona e privilegiando le produzioni locali.

Allo stesso tempo vanno convinti i gruppi della Grande Distribuzione presenti localmente perché mettano a disposizione prodotti sfusi e a imballaggio ridotto.

Ripensare e ridurre il packaging in relazione ai canali distributivi (settembre '11)

IQ 2Il packaging in plastica di tantissimi prodotti va totalmente ripensato in base alla durata del suo utilizzo (minuti-ore-mesi ?) e alle possibilità esistenti per sostituirlo totalmente o riutilizzarlo più volte. La maggior parte dei prodotti in forma liquida che troviamo contenuti nella plastica nei supermercati ha come principale ingrediente l'acqua. Per contenere prevalentemente un ingrediente a cui la maggioranza degli italiani ha facile accesso viene massicciamente utilizzato un materiale come la plastica, che dura anche un millennio, e che non è privo di effetti tossici quando abbandonato nell'ambiente.
Possiamo, a questo punto, alla luce delle pesanti ricadute ambientali e sanitarie, sempre più frequentemente documentate da nuovi studi scientifici, definire il design che ha dato origine alla plastica usa e getta come appropriato e ambientalmente responsabile ?
Alle aziende va inderogabilmente chiesto di ripensare il packaging differenziandolo in base alle modalità distributive dei loro prodotti. Se un prodotto viene venduto attraverso reti del piccolo commercio locale o negozi monomarca, diffusi capillarmente sul territorio, può maggiormente prestarsi una vendita attraverso erogatori alla spina o contenitori che vengono riportati vuoti e ritirati pieni. Se invece la vendita avviene tramite la grande distribuzione o negozi privi di sistemi di erogazione vanno privilegiate le confezioni di prodotti altamente concentrati che a partire da un flacone o una confezione permettano di portare a casa la dose necessaria -anche per un anno di utilizzo- preparando un flacone di prodotto alla volta con l'aggiunta dell'acqua necessaria.
Immaginiamo i benefici che potrebbero globalmente scaturire da questi nuovi sistemi di somministrazione e di confezionamento con una riduzione dell'inquinamento dovuta a meno camion in circolazione necessari per trasportare tutte queste bottiglie e flaconi e da una riduzione dello spazio che l'assortimento di prodotti come detersivi, detergenti e bibite all'interno di negozi o supermercati necessita!

L'industria della plastica in California allunga le mani sui testi scolastici (agosto '11)

californiaL'American Chemistry Council (ACC) è riuscita a far inserire una valutazione positiva sui sacchetti di plastica nel programma di educazione ambientale K-12, New Environmental Curriculum varato nel 2010 in California che non era presente sulla prima stesura. Il fatto è stato svelato recentemente da California Watch, senza che alcun referente dei partner del progetto, dal Dipartimento Istruzione dello Stato all'EPA californiana ne fosse al corrente.
La redazione di questo piano di studi ambientali che accompagna tutto il periodo di istruzione obbligatoria americano in 12 gradi, ha avuto un periodo di sviluppo durato sette anni ed è nato a seguito di una proposta di legge presentata dalla senatrice Fran Pavley nel 2003.
Il piano comprende approfondimenti che integrano l'educazione ambientale con i programmi scolastici di scienze, storia e scienze sociali. Gli argomenti trattati vanno dalle catene alimentari agli ecosistemi per i più giovani sino allo studio delle relazioni esistenti governi economia e ambiente per gli studenti del livello di scuola superiore. Attualmente viene testato in 19 distretti scolastici che comprendono 140 scuole e oltre 14.000 studenti e verrà presto esteso ad altri 400 distretti.
Altri stati come il Delaware e Maryland hanno espresso interesse ad adottare il piano di studi.
Il progetto redazionale è composto da 85 unità con centinaia di pagine a colori che riproducono l'aspetto di un libro di testo e che possono essere scaricate dal sito web dello stato californiano.
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california shoppersNella sua redazione sono stati coinvolti associazioni ambientaliste, soggetti industriali e funzionari scolastici che hanno finito per delegare la scrittura delle parti ritenute troppo impegnative a consulenti esterni pagati allo scopo.
Nel 2009 infatti, Gerald Lieberman, direttore di State Education and Environment Roundtable, che ha ricevuto dello Stato e dell' EPA l'incarico di effettuare la redazione finale del progetto ultima la revisione della prima stesura prima della stampa.
In quest'ultima fase viene così aggiunta nella parte dedicata ad allievi ed insegnanti dell'11° grado una piccola sezione chiamata "I vantaggi dei sacchetti di plastica" che sembra scritta sotto la dettatura dell'American Chemical Council.
Sebbene sia rimasta la parte che tratta dei rischi ambientali causati dai sacchetti di plastica, una scheda didattica chiede agli studenti di elencare alcuni vantaggi che il loro utilizzo comporta. Le risposte corrette indicate nel libro dell'insegnante suggeriscono che "le borse della spesa in plastica sono molto comode da usare, la loro produzione necessita di meno energia rispetto a quella dei sacchetti di carta, di meno costi per il trasporto, e possono essere riutilizzate."
L'inserimento di questa sezione insieme ad altre modifiche di dati che sono state accettate, come la percentuale di sacchetti di plastica riciclati modificata dall'1% al 12% , sono state richieste e motivate , dall'ACC, “per controbilanciare la percezione negativa che poteva nascere nei confronti dei sacchetti di plastica dalla lettura del capitolo”.
Secondo un portavoce della Società Ogilvy Public Relations Worldwide - vicina ad ACC - lo studio non evidenziava sufficientemente la soluzione globale al problema dei sacchetti che va trovata nel riciclaggio della plastica e che l'educazione funziona meglio quando gli studenti sono esposti a tutte le alternative e punti di vista e in particolare quando si affrontano questioni “socialmente complesse” come quella dei sacchetti di plastica.
Quando si dice arrampicarsi sui vetri. La realtà è che il boccone è troppo ghiotto perché l'industria della plastica possa stare a guardare. Le somme che l'industria spende in America in attività di lobbying, ogni anno, per evitare restrizioni sul consumo di sacchetti, sono da capogiro. Lo scopo evidente è quello di evidenziare le comodità d'uso del sacchetto e nascondere le conseguenze dell'impatto della plastica sull'ambiente, sulla biodiversità e sull'uomo con costi economici ormai insostenibili sotto ogni profilo. Anche il riciclo dei sacchetti è una falsa soluzione: da un sacchetto riciclato non nasce un altro sacchetto ma significa doverne crearne altri 3 aggiungendo un 70 % di plastica. Le tecnologie attuali permettono di utilizzare solamente un 30% di plastica riciclata , il resto deve essere materiale vergine. E così per riciclare non si elimina plastica ma si finisce per crearne altra in più. Per riciclare 1 sacchetto se ne creano 3.3, per riciclare questi nuovi se ne creeranno altri 10 e così via.
Gli americani usano circa 100 miliardi di sacchetti di plastica ogni anno e quasi tutti vengono gettati nella spazzatura. Negozi di alimentari e altri dettaglianti spendono circa 4 miliardi di dollari l'anno per acquistare le borse per i clienti e la maggioranza li regala.
I gruppi ambientalisti promettono battaglia chiedendo l'eliminazione della sezione incriminata. Tra loro Mark Murray, direttore esecutivo del movimento Californians Against Waste, che ritiene che i genitori dovrebbero indignarsi del fatto che i propri figli vengano strumentalizzati con simili modalità e falsità. Dello stesso parere la senatrice Fran Pavley autrice del progetto di legge che dopo essere stata informata da California Watch ha dichiarato che farà richiesta analoga all'EPA.

Dopo l'impronta di carbonio si potrà calcolare l'impronta plastica (agosto '11)

detriti plasticiSi chiama Plastic Disclosure Project il progetto lanciato nel settembre del 2010 dalla Clinton Global Initiative per permettere ad aziende, istituzioni e altri soggetti a livello internazionale di misurare la loro impronta plastica.
A partire dal prossimo ottobre PDP presenterà le indagini annuali degli operatori del settore che hanno aderito volontariamente al programma per misurare e rendere pubblico il loro uso di plastica.
L'evidenza dell'impatto della plastica sull'ambiente e le sue conseguenze, sottostimate per decenni, stanno destando molta preoccupazione tra gli ambientalisti e il mondo scientifico. Questo progetto nasce sull'onda di questo allarme per agire verso il maggior numero di soggetti e a partire da quelli più attenti alle politiche ambientali che già volontariamente misurano e rendono nota la loro impronta di carbonio (carbon footprint) o impronta ecologica.
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Aziende e istituzioni riceveranno quindi, su base annuale, dei questionari da compilare sul consumo interno di plastica. La scommessa del progetto consiste nell'indurre una riduzione del consumo. Attraverso una migliore conoscenza del problema e sulla base dei dati del consumo interno dovrebbero crearsi le condizioni per spingere gli interessati a ridurre l'impronta plastica accertata con l'adozione di misure preventive e di soluzioni alternative attraverso l'innovazione e una migliore progettazione dei prodotti o servizi commercializzati.
Anche una riduzione dell'1% quando si parla di una produzione mondiale di 300 milioni di tonnellate di plastica all'anno potrebbe essere un primo passo nella giusta direzione per alleggerire l'impatto. Si tratterebbe di tre milioni di tonnellate in meno, la quantità che viene stimata galleggi solamente nell'Oceano Pacifico.
Secondo un sondaggio condotto per conto del progetto PDP da due laureandi del Master Business Administration presso la Hong Kong University of Science and Technology il 90% dei manager di aziende intervistati che gestiscono patrimoni da oltre 5800 miliardi di dollari esprime un parere favorevole all'iniziativa.
Per saperne di più sull'impronta di carbonio:
- guarda il video dell'intervista a Mathis Wackernagel direttore dell'Ecological Footprint Network>>
- vai sul sito del WWF per calcolare la tua impronta di carbonio>>

Tra una causa legale e l'altra continua la battaglia al sacchetto negli USA (agosto '11)

no paper no plasticDallo scorso 15 luglio è diventato più facile per le cittadine californiane emettere ordinanze di divieto per i sacchetti di plastica. La Corte Suprema della California ha infatti dato ragione a Manhattan Beach, una cittadina di poco più di 35.000 abitanti, escludendo l'obbligatorietà di presentare un rapporto completo di Impatto Ambientale ("EIR") come supporto ad un'eventuale ordinanza. "Save the plastic bag“ il gruppo che comprende produttori e distributori di sacchetti di plastica che aveva citato Manhattan Beach si dichiara comunque soddisfatto in quanto la sentenza riconosce che per grandi città e provincie un rapporto sia invece necessario legittimandoli di fatto ad intervenire giuridicamente in situazioni simili.
Il gruppo formalmente si batterebbe per provare che alcune informazioni, come l'entità della plastica che si accumula quando viene catturata dalle correnti dei gyre oceanici, o il numero degli animali marini morti a causa della plastica, sono state strumentalmente esagerate a danno soprattutto dei produttori di sacchetti.
In secondo luogo particolare enfasi è posta da Save the plastic bag sul rischio che secondo loro si nasconderebbe dietro ad ogni divieto negli Stati Uniti: un ritorno al sacchetto di carta in dosi massicce. Ecco perché richiedono valutazioni di impatto ambientale da cui generalmente risulta che anche il sacchetto di carta ha un impatto non indifferente.
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Non si capisce perché il gruppo dia per scontato che le amministrazioni locali non siano in grado di far prevalere nei cittadini l'utilizzo delle borse riutilizzabili con vari accorgimenti incentivanti e disincentivanti. Raramente la borsa riutilizzabile viene da loro considerata come soluzione, salvo che per mettere in guardia sulla provenienza cinese delle borse e presunta presenza di sostanze tossiche come metalli pesanti. Senza parlare degli esiti di uno studio prontamente invece diffuso da Save the Plastic che dimostrerebbe che le borse in circolazione possono essere ricettacoli di batteri anche pericolosi per la salute, (come se le borse non potessero mai essere lavate).
Forse una spiegazione è racchiusa nel contenuto delle ordinanze che presentano elementi di debolezza come la mancanza o la poca incisività di misure di disincentivazione economica del monouso in toto. Oppure la responsabilità va cercata nella comunicazione o nell'attuazione operativa dei provvedimenti non così ottimale da lasciar evidentemente spazio ad azioni di contrasto dei gruppi industriali che si sentono più penalizzati rispetto ad altri.
Sono infatti tutto sommato ancora poche le ordinanze emesse da città o contee negli USA “a prova di ricorso” grazie anche all'applicazione in contemporanea di una tassa sull'utilizzo del sacchetto di carta. Ad oggi le ordinanze che hanno contestualmente applicato una tassa, (10 cent,) sono le città di San Josè, Santa Monica, Long Beach, Telluride e una parte della contea di Los Angeles (“unincorporated areas”) dove vivono circa un milione di persone. A Manhattan Beach l'ordinanza con decorrenza gennaio 2012 prevede una tassa pari a 5 cent come a Washington DC dove però è entrata in vigore da inizio 2010 una tassa sullo shopper monouso che include plastica e carta.
Una possibile ragione potrebbe consistere nella maggiore difficoltà presentata dalla gestione di un sistema di riscossione di una tassa a livello locale rispetto al nazionale. In Irlanda, dove la tassa è stata applicata a livello nazionale, il prelievo governativo avviene alla fonte al momento dell'immissione dei sacchetti di plastica nel mercato da parte delle aziende produttrici. Nelle cittadine USA dove la tassa è invece applicata localmente sono gli esercizi commerciali che devono versarla all'amministrazione comunale.
In alcune cittadine gli esercenti possono trattenere una percentuale della cifra avuta dai clienti per l'acquisto dei sacchetti per ammortizzare i costi di gestione.
Anche la contea di Marin che conta circa 250.000 abitanti è alle prese con uno dei ricorsi intentati da Save the plastic bag che ha bloccato l'ordinanza di divieto a livello provinciale.
Adesso però sei cittadine della contea capitanate da San Rafael stanno valutando se applicare ordinanze locali aggiungendosi a Fairfax, l'unica cittadina della contea di Marin ad avere un bando operativo dal maggio del 2009.
David Carmany, city manager di Manhattan Beach da dopo la sentenza sta ricevendo richieste da diverse cittadine da nord a sud che vogliono avere copia dell'ordinanza, ma anche da contee come Santa Cruz e San Luis Obispo. La contea di Santa Cruz ha da tre anni un'ordinanza pronta nel cassetto che verrà ora riesaminata alla luce dei nuovi sviluppi.
Nel frattempo rimanendo negli USA la città di Portland nell'Oregon, con poco meno di 600.000 abitanti, ha approvato un'ordinanza che vieterà l'utilizzo di sacchetti di plastica nei supermercati, o altri settori commerciali, con superfici di vendita superiori al 4000 metri quadri e fatturato oltre ai 2 milioni di dollari, a partire da metà ottobre 2011. Restano esclusi i mercati all'aperto e i negozi medio-piccoli dove si potranno usare i sacchetti di plastica accanto alle alternative permesse nei supermercati come i sacchetti biodegradabili e compostabili e quelli di carta che contengano almeno un 40% di materiale riciclato.
Soddisfatte le associazioni ambientaliste come Surfrider, inviperiti alcuni cittadini che commentano negativamente la notizia sui giornali locali. Figuriamoci come avrebbero reagito se anche a Portland avessero applicato una tassa sulle soluzioni monouso che sono ancora permesse!
Anche in Georgia due cittadine, Decatur e Salt Lake Lahoe, stanno valutando un divieto per il sacchetto di plastica e per i contenitori in polistirene.
La dura controffensiva giocata dall'American Chemistry Council (ACC) un gruppo industriale di cui fanno parte giganti del petrolchimico come Exxon Mobil e Dow Chemical impiega milioni di dollari ogni anno e radicate connessioni politiche in azioni di lobbying e di contrasto legale per arginare le ordinanze di divieto. Tutto questo dispiegamento di forze nasce dalla paura che dopo il sacchetto venga messo in discussione tutto il settore della plastica monouso su cui si basa il consumo “usa e getta”. Dopo il sacchetto potrebbe arrivare il turno delle bottiglie e di altri contenitori di cibi e bevande take away di cui si fa uso massiccio negli USA.
Altrimenti non si potrebbe spiegare la causa intentata a Chico Bags, un, tutto sommato, piccolo fornitore di borse riutilizzabili di cui abbiamo parlato in questa rubrica a giugno, e tutta una serie di azioni intentate dall'industria della plastica dal 2008 ad oggi ben riassunte in questo articolo del numero di agosto 2011 di Rolling Stone.

Il sapone riciclato può salvare vite umane (luglio '11)

KayongoQuella saponetta scartata e usata una o due volte nelle camere di albergo e poi buttata potrebbe aiutare i bambini dei paesi poveri a combattere le malattie causate da scarsa igiene.E' questa la constatazione fatta da Derreck Kayongo rifugiato in Kenia e poi emigrato negli Stati Uniti dall'Uganda quando si è reso conto di quanto sapone viene buttato negli alberghi.
Kayongo è appena arrivato negli Stati Uniti nei primi anni 90 quando alloggia in un albergo di Filadelfia e ha occasione di notare che il suo bagno viene rifornito di nuove saponette ogni giorno.
Quando, pensando ad una disattenzione dell'addetto alle camere si informa alla reception e gli viene spiegato che si tratta della politica dell'hotel non riesce a crederci. Quando poi scopre che solamente nel Nord America vengono buttate ogni anno, centinaia di milioni di saponette quando nel mondo ci sono persone che vivono in condizioni igieniche precarie e non hanno la possibilità di acquistarle rimane scioccato.
Kayongo chiama suo padre - un ex produttore di sapone in Uganda - e verifica la fattibilità della sua idea che arriva infine a concretizzarsi nel 2009 con il lancio del progetto Global Soap. Global Soap con la collaborazione degli alberghi che aderiscono al programma si occupa di organizzare la raccolta di quelle saponette che, invece di finire in discarica vengono pulite, rielaborate e impacchettate con l'aiuto di volontari e spedite a nazioni povere come Haiti, Uganda, Kenya e Swaziland.

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kayongoSecondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità sono oltre 2 milioni i bambini che vivono in paesi a basso reddito e che muoiono di malattie diarroiche ogni anno .
"Il problema non è la disponibilità di sapone. Il problema è il costo," racconta Kayongo oggi 41enne in un intervista alla CNN. "Quando si ha a disposizione poco più di 1 dollaro al giorno e un pezzo di sapone costa 25 centesimi la priorità viene data all'acquisto del cibo ”.
Quasi 30 anni fa, Kayongo ha dovuto fuggire dall'Uganda con i suoi genitori a causa delle torture e delle uccisioni di massa perpetrate dai militari durante la dittatura di Idi Amin e ancora oggi le immagini di morte a cui ha dovuto assistere quasi ogni giorno tornando a casa da scuola lo tormentano, come un lutto non ancora elaborato.

Kayongo da allora si è laureato è diventato cittadino statunitense e coordinatore per Care International, un'organizzazione privata di aiuto umanitario. Ma non ha dimenticato le sue radici e la dura vita del rifugiato e il fatto che in Africa molti rifugiati continuano a non avere accesso a servizi igienici di base. Lui ritiene che gli africani che vivono nella diaspora, non debbano solamente lamentarsi per quello che il mondo non fa per l'Africa ma che sia invece necessario un impegno comune e concreto per trovare soluzioni e idee che migliorino la vita dei più poveri.

global soapDa quando, nel 2009 Kayongo avvia Global Soap con il sostegno della moglie, alcuni amici e di alcuni alberghi di Atlanta l'attività è cresciuta con 300 hotel che partecipano a livello nazionale che hanno donato oltre 100 tonnellate di sapone.
Ad oggi sono stati inviati gratuitamente oltre 100.000 pezzi a diverse comunità di nove paesi.
Una catena di volontari operanti in tutti gli Stati Uniti raccolgono il sapone presso gli hotel e li spediscono al magazzino centrale di Atlanta. Tre giorni alla settimana e in particolare di sabato i volontari di Atlanta si occupano di trattare i saponi.
Il sapone viene ripulito, disinfettato e, senza essere mescolato per tipologia, viene scaldato a temperature molto elevate. Infine viene raffreddato e tagliato, un processo semplice ma che richiede molta mano d'opera. I lotti di sapone prima di essere confezionati e spediti vengono testati da un laboratorio per poter escludere la presenza di germi patogeni. L'ultima parte di spedizione verso gli utenti finali viene gestita con la collaborazione di associazioni partner.
L'Amministrazione di Atlanta ha voluto dare un riconoscimento importante al progetto dedicando la giornata del 15 maggio al progetto: Global Soap Project Day in Atlanta.

Tratto da un articolo della CNN>>

Quanta plastica c'è nel pesce che mangiamo? (luglio '11)

pesci lanternaFrammenti di plastica sono stati trovati nel 10% circa dei pesci di piccola taglia pescati da alcuni ricercatori californiani all'interno di uno studio per verificare l'impatto dei detriti marini sulla catena alimentare nella zona del North Pacific Subtropical Gyre parte di un progetto di spedizioni chiamato SEAPLEX (Scripps Environmental Accumulation of Plastics Expedition).
Sulla base dello studio pubblicato il 27 giugno 2011 sulla rivista Journal Marine Ecology Progress Series dagli scienziati dell'istituto californiano Scripps Institution of Oceanography della UC San Diego è stato stimato che i pesci in quella zona possano arrivare ad ingerire una quantità di plastica tra le 12.000 e le 24.000 tonnellate ogni anno.
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La spedizione condotta nel 2009 è durata oltre 20 giorni duranti i quali sono stati raccolti e poi analizzati frammenti plastici, pesci e campioni d'acqua in 132 diverse stazioni durante un viaggio che ha coperto 2.375 chilometri di oceano.
Lo studio ha esaminato 141 pesci appartenenti a 27 specie con una prevalenza di pesci lanterna grandi anche solamente pochi centimetri che sono stati pescati con reti a circa 1000 miglia dalla costa della California. Il laboratorio di San Diego che ha sezionato i pesci ha rilevato che il 9,2% di loro conteneva piccoli frammenti multicolori di plastica più piccoli di un'unghia umana.
I pesci lanterna che vivono tra i 200 e 1000 metri di profondità di giorno e salgono in superficie di notte sono molto importanti perché, come rilevano i ricercatori, connettono il plancton con gli anelli superiori della catena alimentare.
Tuttavia, i ricercatori hanno motivo di credere che la percentuale effettiva di pesci che ingeriscono plastica sia notevolmente superiore. "Non possiamo stimare il totale dei pesci che ingeriscono plastica perché alcuni possono essere morti per averla ingerita, altri possono averla mangiata ma poi rigurgitata o averla espulsa per via intestinale", ha dichiarato Rebecca Asch, una degli autori dello studio e dottoranda in Oceanografia Biologica allo Scripps.

Ricerche precedenti effettuati dalla Fondazione Algalita Marine Research nella stessa zona del Pacifico avevano riscontrato frammenti di plastica nel 35% dei pesci esaminati.
Per evitare che una permanenza nelle reti troppo lunga potesse spingere i pesci ad ingerire frammenti di plastica presenti all'interno delle reti l'operazione di pesca è stata ridotta a 15 minuti in totale.

Anche se la ricerca si è limitata a rilevare la quantità di plastica presente nei pesci gli esiti di questo e altri studi simili sollevano interrogativi inquietanti sulle possibili conseguenze sulla salute dell'uomo. Altri studi hanno infatti dimostrato che la plastica agendo come spugna è in grado di assorbire e concentrare in sé sostanze chimiche presenti nelle acque come i policlorobifenili o PCB, DDT. Queste sostanze tossiche non sono biodegradabili e si accumulano nei tessuti degli organismi viventi, il pesce lanterna è una fonte di cibo comune per i pesci più grandi ed è quindi in grado di aprire la strada che porta questi contaminanti al vertice della catena alimentare.


Per ulteriori approfondimenti leggi la notizia sul sito di Scripp>>
Guarda la video intervista agli autori dello studio>>

Insufficiente l'impegno del governo inglese nella prevenzione dei rifiuti marini secondo MCS (luglio '11)

detriti marini spiaggiatiIl Governo inglese ha pubblicato lo scorso giugno un nuovo piano in materia di gestione dei rifiuti “Government Review of Waste Policy in England 2011” che contiene alcune raccomandazioni dedicate a comunità e imprese e impegna il ministero dell'Ambiente, dell'Alimentazione e degli Affari Rurali (DEFRA) in un futuro programma di prevenzione globale dei rifiuti.
Un tema importante del provvedimento riguarda la possibilità, introdotta per le aziende, di poter adempiere ai loro obblighi normativi con modalità più semplici ed efficaci che riducano oneri inutili e possano meglio integrare i controlli governativi. Mentre l'ente no profit britannico MCS, Marine Conservation Society, si compiace dei miglioramenti che potranno avvenire nella riduzione dei rifiuti attraverso la partecipazione delle aziende, non può fare a meno di esprimere la propria preoccupazione sulla poca attenzione che viene data nel documento di revisione alle azioni reali in grado di ridurre in futuro la produzione, lo smaltimento e l'abbandono dei rifiuti nell'ambiente.
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campagne MCSIn particolare MCS esprime delusione nel rilevare che sono assenti nella revisione nuovi impegni di riduzione che riguardino le varie tipologie di rifiuti plastici e rileva inoltre che:
- Non sono presenti azioni per ridurre l'uso del sacchetto di plastica; - Risultano omesse azioni specifiche per ridurre l'immissione e la    presenza di rifiuti nell'ambiente acquatico;
- Viene dedicata invece una pagina per descrivere le ragioni per cui   il Defra ritiene di non dover prendere in considerazione un   programma di riconsegna su deposito che includeva bottiglie di   plastica,vetro e lattine studiato e presentato da CPRE  Campaign to Protect Rural England.

L'accumulo di plastica nei mari e negli oceani è sempre più riconosciuto come una minaccia per la vita marina con implicazioni sempre più grandi ed evidenti anche per la società umana. Mentre il governo del Galles è alle prese con l'applicazione di un provvedimento che dal prossimo autunno tasserebbe i sacchetti di plastica e mentre quello scozzese ha deciso di impegnarsi in un piano di azione che affronti il problema dei rifiuti marini, il governo britannico contrappone, con questa revisione, una mancanza di ambizioni nell'affrontare con azioni concrete questo problema. ( Fonte: sito della società )

MCS ha all'attivo diverse campagne che focalizzano la problematica dei rifiuti marini tra cui Dont let go – Balloons per allertare sulle conseguenze del rilascio dei palloncini in aria. Quest'ultima è una campagna particolarmente utile perché l'opinione pubblica è all'oscuro del fatto che anche i palloncini, così come i sacchetti di plastica possono uccidere la fauna marina, soprattutto quando, gonfiati con gas elio, possono volare lontano e finire nei fiumi e nei mari . Il paradosso è che vengono spesso liberati in massa anche in occasione di eventi e manifestazioni a carattere ecologista. Le cosa migliore sarebbe proibire questa eventualità come hanno fatto diversi enti locali in America, Australia ed Inghilterra. In mancanza di tale provvedimento per renderli meno letali andrebbero poi preferibilmente acquistati in lattice biodegradabile, gonfiati ad aria, chiusi senza inserimenti di valvole in plastica ma con chiusura a nodo e trattenuti con cordini o nastri in fibre naturali. L'utilizzo migliore consiste nel loro recupero e corretto smaltimento dopo l'uso.

Educazione, informazione e modifiche nel packaging possono salvare i mammiferi marini (giugno '11)

leone marino Un nuovo studio condotto da ricercatori Marine Mammal Institute dell'Università dell'Oregon suggerisce che la maggior parte delle morti di leoni marini di Steller per entanglement o imbrigliamento da rifiuti marini, che avvengono lungo le coste del Pacifico, potrebbero essere evitate attraverso l'informazione, l'educazione e alcune modifiche al design del packaging.
Durante lo svolgersi dello studio, unico nel suo genere nella zona del nord-ovest del Pacifico, Kim Raum-Suryan, assistente ricercatrice universitaria ha studiato i leoni marini di Steller tra il 2005 e il 2009 che frequentano due dei luoghi più iconici dell'Oregon, Sea Lion Caves e Cascade Head scelti dagli animali per riposare a terra tra una battuta di caccia e l'altra.
Negli ultimi 30 anni, la popolazione di questi leoni marini è diminuita di oltre l'80% ed è considerata una tra le specie minacciate nella zona della California centrale e sud-est dell'Alaska e in grave pericolo di estinzione nell'Alaska occidentale.
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Durante lo studio, finanziato dall'Oregon Sea Grant, Raum-Suryan ha censito e studiato 72 animali imbrigliati da rifiuti marini di varia natura. Tra i rifiuti più ricorrenti: bande elastiche in gomma nera (provenienti dalle nasse, gabbie ad immersione utilizzate per catturare i granchi), nastri di plastica per imballaggio (in gergo “regge” o reggia utilizzati per rafforzare esternamente la tenuta delle scatole o pallet), esche, ganci e altri attrezzi da pesca.
Dal 2000, il Dipartimento per la caccia e la pesca dello stato dell'Alaska ha censito oltre 500 leoni marini che in Alaska e nel nord della British Columbia sono rimasti vittime dei detriti mariti.

"Ma il numero delle vittime che non può essere censito - dall'Alaska alla costa centrale della California- è molto più alto perché l'entanglement può portare alla morte per annegamento, per infezione o per fame senza che gli animali arrivino mai a terra. Spesso i leoni marini quando muoiono in mare affondano e l'unico posto dove possiamo fare rilevamenti ed osservarli è a terra ", spiega Raum-Suryan, che si è servita di telescopi e riprese con videocamere a distanza per documentare l'esistenza del problema.

Dai dati dello studio emerge che gli elastici di gomma sono risultati responsabili del 62% dei casi di imbrigliamento al collo dei mammiferi mentre un 36% è stato causato dalle regge che, quando non tagliate agiscono come dei veri cappi alla gola degli animali.
Secondo Raum-Suryan senza puntare il dito o dare la colpa a qualcuno è importante stabilire che l'entanglement è prevenibile e che tutti possono fare la propria parte. Dai pescatori ai frequentatori delle spiagge, ai cittadini, in prima battuta assicurandosi che tutti gli imballaggi ad anello, vengano sempre tagliati prima di essere buttati, dall'imballaggio a sei anelli delle lattine a tutti gli altri senza eccezioni.
I leoni marini sono animali curiosi e tendono a giocare con tutti gli oggetti che trovano ed è così che un imballaggio ad anello può finire intorno al collo dell'animale aderendovi e accadere che man mano che l'animale cresce l'imballaggio tagli la carne e penetri nel corpo della vittima.
La ricercatrice che aveva precedentemente partecipato ad uno studio simile nel sud-est dell'Alaska - dove erano invece gli attrezzi per la pesca al salmone la causa più comune di imbrigliamento- sta lavorando con l'industria della pesca in Oregon per aumentare la consapevolezza circa la pericolosità di questi attrezzi e imballaggi.
Raum-Suryan ha anche suggerito ai produttori e aziende di imballaggio di utilizzare colle biodegradabili per fissare le regge di plastica in modo che, dopo una breve esposizione alla luce solare e all'acqua solare i capi che chiudono l'anello si stacchino, oppure di usare in alternativa per gli imballaggi materiali che si decompongano rapidamente.
Nel settore della pesca, così come in quello della produzione di imballaggi, le aziende hanno sostituito negli ultimi 50 anni le fibre naturali con materiali sintetici a base di plastica perché più leggeri, resistenti, durevoli e a basso costo.
Questo cambiamento di materiale ha generato il problema proprio perché gli attrezzi per la pesca o gli imballaggi realizzati in plastica durano più a lungo delle fibre naturali e anche quando vengono abbandonati o involontariamente dispersi nelle acque. Inoltre difficilmente affondano e quando le creature marine vi rimangono imbrigliate raramente riescono a liberarsi.
Raum-Suryan ha collaborato con il Dipartimento per la Caccia e la Pesca dell'Alaska alla realizzazione di un video educativo che aiuta a capire cos'è l'entanglement e cosa si può fare per impedirlo. Il video è visionabile a questo link>>

Siccome è possibile intervenire per ridurre queste morti inutili causate dall'uomo è necessario che le conclusioni che trae l'autrice dello studio vengano prese in carico da tutti i soggetti che possono cambiare lo stato attuale delle cose. A partire si dai cittadini, in modo che imparino a gestire al meglio i propri rifiuti, ma soprattutto a partire dall'intervento di industria e governi perché si facciano carico di agire sulle cause del problema andando ad eliminare immediatamente gli imballaggi più letali. Curioso che l'industria della plastica investa ingenti somme per difendere la propria reputazione e intenti cause contro soggetti come ChicoBag colpevoli di denigrare la loro immagine esagerando i dati sull'impatto negativo della plastica sull'ambiente e poi non facciano nulla per prevenire i peggiori danni causati dai loro più comuni prodotti “usa e getta “ ? Perché , per citarne uno su tutti, non è stato ancora eliminato l'imballaggio a sei anelli delle lattine? Non essendo pensabile che nel 2011 non ci possano essere alternative perché dobbiamo tollerare un design irresponsabile da parte di aziende che si proclamano responsabili?

Fonte : parzialmente tratto da Gazettetimes.com - Education, packaging changes could save marine mammals

L'industria della plastica negli USA intenta una causa contro ChicoBag un produttore di borse riutilizzabili (giugno '11)

bagmonsterL'industria della plastica negli USA , sempre più sulla difensiva a causa del proliferare di divieti che bandiscono i sacchetti di plastica, ha sferrato un attacco contro ChicoBag, un produttore di borse riutilizzabili. La causa presentata nello stato nella Carolina del Sud è stata depositata da tre principali produttori di sacchetti di plastica che accusano ChicoBag e in particolare il fondatore e presidente della società, Andy Keller, di aver diffuso attraverso il suo sito pubblicità falsa e ingannevole attraverso informazioni errate e volutamente esagerate circa l'impatto dei sacchetti di plastica sull'ambiente. 
Secondo i produttori alcuni dati, come le dimensioni della grande macchia o vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico e il numero delle creature marine ucciso dall'ingestione di plastica, sono stati volutamente esagerati per far crollare le vendite dei sacchetti a favore delle borse riutilizzabili e quindi anche nell'interesse di ChicoBag.
Andy Keller ribatte all'accusa dicendo che i dati che il suo sito riporta fanno parte di un'informazione pubblica conosciuta e diffusa da anni e che la reazione dell'industria verso un modesto concorrente come la sua azienda è dovuta al fatto che i produttori non sanno più come difendere il sacchetto di plastica che è diventato ormai l'emblema del rifiuto inutile ed evitabile.
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Secondo Philip Rozenski, Direttore Marketing e Sostenibilità di Hilex Poly, un produttore di sacchetti per la spazzatura, il sito web di ChicoBag cita dati dell'agenzia per la protezione dell'ambiente E.P.A. che non sono più aggiornati, come la percentuale dei sacchetti di plastica riciclati - pari all'1%- che appariva ancora sino a poco tempo fa sul sito.
Infatti, sempre secondo Rozenski, se si considerano i dati di E.P.A., a partire dal 2009, si può notare che si è arrivati ad avere l'11,8 % dei sacchetti e involucri vari a base di polietilene costituiti da materiale riciclato. 

In realtà quello che i produttori temono è la perdita di vendite causata dall'attivismo di Andy Keller che partecipa ad iniziative di sensibilizzazione travestendosi da "Bagmonster" e indossando un costume costituito da 500 sacchetti di plastica che è la media di sacchetti consumata pro capite negli USA .
Andy Keller ha aperto un blog Sued By Plastic per informare i suoi sostenitori sugli sviluppi della causa.
Interessante la Storia del sacchetto di plastica negli USA dal 1959 ad oggi che Keller ha riassunto in un post del suo blog Bag monster raccontando alcuni episodi chiave della guerra in atto tra movimenti ambientalisti e municipalità interessate a mettere un freno al consumo di plastica monouso e le tattiche adottate dall'industria della plastica per scoraggiare divieti o altre iniziative.

Rick Kurnit, avvocato specializzato in questo genere di cause ritiene che i produttori di sacchetti non abbiano grandi possibilità di vincere anche qualora i dati riportati da Andy Keller potessero rivelarsi esagerati. Senza contare che nel giro di 72 ore Keller ha sempre pubblicato le richieste di rettifica fondate pervenutegli.

"Se un consumatore si preoccupa per l'ambiente e decide di voler ridurre la propria impronta ecologica e i rifiuti, è la dimensione esatta del vortice di spazzatura del Pacifico, pari alla superficie del Texas o di Rhode Island, che fa la differenza ? Come si fa a provare qual'è il livello di esagerazione necessario per influenzare la scelta del consumatore ?" commenta Rick Kurnit . 
Andy ha partecipato recentemente ad una spedizione di 5 Gyres.org che ha effettuato nuovi rilevamenti sulla quantità di plastica presente nel gyre del Sud Pacifico che, al pari degli altri quattro principali gyre che si trovano negli oceani Pacifico, Atlantico e Indiano, presenta grandi accumuli di plastica.
Guarda il videomessaggio di Andy Keller>>

Fonte : Felicity Barringer - New York Times e sito Bagmonster.com

Perché stiamo giocando alla roulette russa con una gran parte della Foresta Amazzonica (giugno '11)

La più grande foresta pluviale del mondo è minacciata dagli effetti combinati dovuti alla deforestazione e dal cambiamento climatico causato dall'uomo. In un'intervista di Tom Levitt su The Ecologist, l'esperto in foreste tropicali Simon Lewis, Professore della Leeds University spiega che cosa sta accadendo.

A distanza di soli cinque anni dall'ultimo episodio di siccità straordinaria del 2005, durante il 2010, milioni di alberi sono morti in Amazzonia in seguito a una nuova grave siccità. Simon Lewis, dell’Università di Leeds ha coordinato una ricerca pubblicata lo scorso febbraio, su Science, che suscita notevoli preoccupazioni.
Lewis parla di "roulette russa" in merito ai rischi che comporterebbero ulteriori riduzioni della superficie o della densità di alberi della foresta amazzonica. "Si tratta di un’area talmente grande – ha spiegato Lewis – che anche un piccolo mutamento nelle sue condizioni può avere un impatto globale".
leggi l'intervista >>

TL: Puoi spiegare come l'Amazzonia potrebbe iniziare ad aggiungere maggiori emissioni in atmosfera rispetto alla quantità che assorbe?
simon lewisSL: L'area ancora intatta della foresta amazzonica non è al momento in condizioni di equilibrio ottimale poiché in periodi normali queste foreste dovrebbero espandersi. Gli alberi della foresta amazzonica assorbono in media di circa 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all'anno dall'atmosfera e immagazzinando il carbonio. Queste foreste forniscono pertanto un importante servizio gratuito per l'umanità, rallentando la frequenza e mitigando l'entità dei cambiamenti climatici. Le ragioni per cui si è verificato un aumento di assorbimento di anidride carbonica e di stoccaggio del carbonio sono motivo di dibattito, ma la causa principale sarebbe la quantità di anidride carbonica presente nella stessa atmosfera che costituisce un fertilizzante per gli alberi della foresta. Però periodi di grave siccità possono causare la morte di molti alberi, che quando marciscono restituiscono il carbonio
all'atmosfera come anidride carbonica.
Pertanto se i cambiamenti climatici in Amazzonia causassero un aumento di episodi di siccità gravi con quantità rilevanti di alberi morti la quantità di anidride carbonica emessa in atmosfera potrebbe annullare o addirittura essere superiore alla quantità di carbonio assorbito. Questo potrebbe accadere se in Amazzonia si verificassero da tre a più periodi gravi di siccità per decennio che potrebbero causare la perdita di foresta pluviale in alcune zone del Rio delle Amazzoni.
I nostri livelli di emissione attuali equivalgono a voler giocare alla roulette russa con una porzione sostanziale della più grande foresta pluviale del mondo.

TL: Qual è la principale causa di deforestazione in Amazzonia?
SL: E 'difficile definire quali siano le singole cause della deforestazione, tra le cause possono giocare un ruolo, ad esempio, fattori economici come il prezzo dei prodotti agricoli o scelte politiche dei governi nel voler creare infrastrutture che poi di fatto mettono determinate zone della foresta alla facile portata dei mercati nazionali e internazionali interessati allo sfruttamento delle risorse.
Ma è principalmente l'espansione agricola con l'allevamento del bestiame e la produzione di soia che, congiuntamente alla costruzione di strade, ha causato la deforestazione in Amazzonia. Negli ultimi 6 anni il tasso di deforestazione in Brasile è tuttavia diminuito notevolmente -circa il 50%- grazie a un rafforzamento legislativo, all'intensificazione della produzione agricola su terreni già disboscati e a campagne condotte da organizzazioni non governative allo scopo di fermare aziende e corporazioni interessate ad espandere la produzione nella foresta pluviale.

TL: Potrebbe l'Amazzonia, da sola, causare un effetto fuori controllo sul cambiamento climatico?
SL:
Se tutta la foresta del Rio delle Amazzoni scomparisse le ripercussioni si farebbero sentire in tutto il mondo in termini di alterazione dei regimi climatici con un rilascio di 100-200 miliardi di tonnellate di carbonio nell'atmosfera. Considerando che attualmente gli esseri umani emettono circa 10 miliardi di tonnellate sarebbe come aggiungere in atmosfera un valore pari a 10-20 anni di emissioni del livello attuale . Questo dimostra ipoteticamente che saranno le emissioni dirette di combustibili fossili che maggiormente determineranno la grandezza e la progressione dell'impatto dei cambiamenti climatici in questo secolo e a seguire. Inoltre, visto che la foresta pluviale ha resistito sino ad oggi per almeno 55 milioni di anni probabilmente potrà resistere al cambiamento climatico a condizione che le emissioni di gas serra si riducano. Il problema centrale resta quale impatto avranno le attività umane sulla foresta amazzonica dove gli esseri umani arrivarono circa 12.000 anni fa.

TL: Puoi spiegare di quale azioni potrebbe rendersi responsabile l'uomo che peggiorano la situazione?
SL: L'uomo può peggiorare le cose in diversi modi. In primo luogo, la siccità permette che foreste vengano bruciate e cancellate più facilmente dall'uomo, in secondo luogo, le persone utilizzano il fuoco come strumento di gestione del territorio e in periodi di siccità si possono sviluppare incendi fuori controllo che raggiungono le foreste. In terzo luogo le foreste degradate che sono state esposte a incendi senza apparenti danni iniziali possono disidratarsi più facilmente e diventare ancora più suscettibili agli incendi. Infine la deforestazione su larga scala è in grado di ridurre le precipitazioni locali e contribuire ad esacerbare gli episodi di siccità a venire. Questo insieme di fattori e le loro interazioni possono causare un impatto di maggiore entità sulla foresta rispetto ad altri fattori esaminati singolarmente come il cambiamento climatico o il tasso di deforestazione.

TL: Foresta pluviale amazzonica a parte, quale altro ambiente naturale è più vicino al suo 'punto di non ritorno' tra le calotte polari dell'Artico e Antartico e la Tundra con il suo permafrost?
SL: La calotta polare dell'Artico è certamente destinata a scomparire poiché dipende dal riscaldamento della temperatura dell'aria.
Quindi, lo scioglimento dei ghiacci è il segnale a cui guardare per prendere atto di un cambiamento irreversibile del clima attuale. Per l'Amazzonia e la tundra, la situazione è molto più complessa, dal momento che entrambi gli ecosistemi sono abitati da parecchi organismi viventi che si possono adattare alle condizioni mutevoli. Alcuni tipi di alberi, ad esempio, potrebbero morire a causa di siccità, ma altre specie più resistenti potrebbero, probabilmente, prendere il loro posto.

TL: E cosa potrebbe accadere a livello di precipitazioni? Se vaste aree della foresta Amazzonica iniziassero a scomparire quali potrebbero essere le conseguenze sulle precipitazioni dei paesi vicini e più lontani?
SL: Non ci sono al momento prove che la foresta amazzonica si stia “essicando”. Con un riscaldamento del clima ci aspettiamo più precipitazioni, in quanto l'aria più calda può contenere più umidità e ci sarebbe un aumento dell'evaporazione. La siccità che ha interessato l'area nel 2010 è stata causata da una diversa distribuzione delle precipitazioni durante l'anno e non da una diminuzione della quantità totale di pioggia caduta. Tuttavia la foresta amazzonica ricicla le precipitazioni e una deforestazione su vasta scala può causare una diminuzione delle precipitazioni.

TL: Credi che ulteriori studi che provino la morte di aree della foresta potrebbero essere sufficiente per spingere i governi a stipulare un accordo globale per la riduzione delle emissioni?
SL: No. La mancanza di un accordo globale sulle emissioni di carbonio e l'incapacità di ridurre le emissioni globali è dovuta alla natura del problema che è a lungo termine. Il fatto che abbia poco senso che sia un solo paese a fare concessioni se anche la maggior parte degli altri non le fanno, la centralità dei combustibili fossili in quasi tutti gli aspetti della vita moderna, e gli interessi immensi che sono in gioco bloccano governi e industrie dall'intraprendere azioni significative. In sostanza, i paesi che hanno disponibilità di combustibili fossili e le società petrolifere non saranno mai d'accordo a lasciare per sempre sotto terra migliaia di miliardi di dollari. Vogliono i soldi ora, indipendentemente da conseguenze e impatti a lungo termine.

TL: Sono disponibili soluzioni di geoingegneria che potrebbero essere applicate per evitare questo declino della foresta amazzonica?
SL: Non ci sono soluzioni di geoingegneria sufficientemente studiate da poterne valutare una possibile applicazione rispetto ai diversi ecosistemi e con una previsione su eventuali effetti positivi o negativi. Tuttavia, un dato emerso da recenti ricerche è che l'anidride carbonica fornisce una certa protezione per le piante dagli effetti della siccità (le piante aumentano infatti l'efficienza con cui utilizzano l'acqua quando si sviluppano in presenza di quantità di biossido di carbonio più elevate), ma che invece altri gas serra non innescano questo effetto protettivo nelle piante. Questa considerazione suggerisce che dovremmo fare sforzi maggiori per ridurre rapidamente e sostanzialmente anche tutte le altre emissioni di gas a effetto serra, extra CO2, come quelle da metano, protossido di azoto e black carbon.

TL: Ti sei già occupato in passato di casi in cui i media non hanno fatto una corretta informazione sui cambiamenti climatici. Com'è la situazione al momento ? E' migliorata o l'evidenza scientifica viene smarrita tra polemica e motivazioni di natura politica?
SL: No, l'evidenza scientifica non ottiene la giusta copertura sui media che per lo più ignorano la scienza o selezionano quelle storie che soddisfano i loro pregiudizi “editoriali” sui cambiamenti climatici. Ad esempio, giornali come il Telegraph e il Times nel Regno Unito e il Wall Street Journal negli Stati Uniti, pubblicano studi scientifici che possono sottovalutare la gravità dei cambiamenti climatici e non copriranno quelle storie che riportano nuovi risultati allarmanti. Allo stesso modo, quei giornali con linee editoriali che prendono sul serio il cambiamento climatico danno sì una migliore copertura, ma attraverso la selezione di alcune storie piuttosto che altre tendono a fare scelte fortemente sbilanciate a conferma di posizioni già consolidate.

Fonte : Tratto da The Ecologist per leggere l'intervista completa clicca qui>>
Per ulteriori informazioni sull'argomento leggi>>

Allarme Biocarburanti in Europa (giugno '11)

biocarburantiEntro il 2020, i biocarburanti in Europa dovranno rappresentare il 10% dei combustibili usati nei trasporti e se non si adottano altre strategie, secondo uno studio dello Ieep (Institute for European Environmental Policy), il 92% deriverà da terreni prima destinati alla produzione di cibo, generando quello che viene chiamato un cambio indiretto d'uso del suolo (Iluc): cioè quando si producono colture per biocarburanti laddove prima si coltivavano prodotti agricoli destinati all'alimentazione, provocando danni ingenti all'ambiente e agli ecosistemi, poiché' il cibo precedentemente generato da quelle terre dovrà essere prodotto altrove. Un trend di questo tipo in Europa potrebbe portare, quindi, a una riconversione di terreni pari a 69.000 kmq, ovvero circa due volte la superficie del Belgio e il 20% dell'Italia.
Secondo quanto emerso al convegno "Lo sviluppo dei biocarburanti e il consumo di suolo agricolo", organizzato a Terra Futura, a Firenze, da Legambiente e Chimica Verde lo scorso 20 maggio 2011 «l'Italia diverrà il quarto produttore in Europa di gas serra legati ai biocarburanti con una produzione di emissioni che potrà variare dai 2,6 ai 5,2 milioni di tonnellate di CO2 l'anno.
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E' questo lo scenario che si profila nel nostro Paese se non si garantiranno norme per biocarburanti sostenibili e a basse emissioni». Le due associazioni hanno chiesto al governo italiano «Di attivare una politica sostenibile sui biocarburanti e all'Unione europea di tener conto nella sua legislazione del cambio indiretto d'uso del suolo».
Per ulteriori informazioni sullo scenario italiano leggi l'articolo di Greenreport>>

In Inghilterra 19 eminenti scienziati lanciano critiche feroci rispetto all'obiettivo posto dalla direttiva Direttiva europea 2009/30 e chiedono, in una lettera inviata al Ministro dei trasporti Philip Hammond, di non aumentare la produzione di biocarburanti poiché l'introduzione dei biocarburanti non porterebbe a minori emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili.
Il Regno Unito che è attualmente alle prese con l'obiettivo di raggiungere il 5 % di combustibile da fonti rinnovabili entro il 2013 per raggiungere l'obiettivo del 10% entro il 2020 non potrà far altro che aumentare del 90 % o più la produzione attuale con l'utilizzo di colture alimentari come i semi oleosi, olio di palma, canna da zucchero, barbabietole e grano.

biocarburantiSecondo gli scienziati l'obiettivo dell'Unione Europea sui biocarburanti , originariamente pensato come un mezzo per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, provocherebbe invece, con l'utilizzo di colture del tipo descritto un sostanziale aumento delle emissioni.
Senza contare che l'Europa con questa direttiva andrebbe a provocare ulteriori 'furti di terra' incrementando il ritmo di perdita delle foreste e di altri ecosistemi naturali a livello globale.

Nella fretta di voler promuovere questa soluzione sia nel Regno Unito che in Europa non si è tenuto infatti conto di due fattori: dell'incremento di impiego dei fertilizzanti azotati che si andrebbe a verificare e del cambio indiretto d'uso del suolo indotto dalla crescente domanda di terreni da coltivare per produrre biocarburanti al posto di cibo.
“La domanda supplementare di cereali, semi oleosi e di zuccheri causata da una maggiore produzione di biocarburanti provocherà la riconversione di aree occupate attualmente da foreste o altri ecosistemi naturali in terreni agricoli, con il rilascio in atmosfera del carbonio immagazzinato negli alberi e nel suolo” aggiungono gli scienziati nella lettera .
Un firmatario il Professore Keith Smith, dell'Università di Edimburgo, sostiene che il rilascio di anidride carbonica che si verificherebbe con la riconversione dei terreni sarebbe 'enorme' e neanche minimamente compensato dalle quantità di CO2 che le colture assorbirebbero, senza parlare delle emissioni causate dall'utilizzo di fertilizzanti di cui non si è tenuto conto nei calcoli.

“I biocarburanti sono stati ingenuamente definiti carbonio-neutrali ma se si considera l'energia di origine fossile necessaria per produrli, l'utilizzo dei fertilizzanti azotati e le conseguenti emissioni di protossido di azoto, le emissioni risulterebbero addirittura superiori “ ha dichiarato il professor Smith.
La lettera aperta degli scienziati si conclude con un'esortazione al governo inglese a dare l'esempio in Europa accettando solamente quei biocarburanti che hanno dimostrato di poter ridurre le emissioni, non aver minato la sicurezza alimentare e non aver provocato conflitti per il possesso della terra.

L'opposizione verso l'obiettivo europeo in Inghilterra è piuttosto ampia. Nel mese di aprile è stata presentata una relazione di alto profilo dal Nuffield Council on Bioethics che definisce l'obiettivo europeo un target 'immorale' che sta contribuendo all'aumento delle emissioni di gas serra , dei prezzi alimentari e della deforestazione.

Nel Regno Unito si è tenuta una consultazione popolare in merito che si è chiusa il 2 giugno i cui esiti non sono ancora stati resi noti.

Un gruppo di associazioni ecologiste: ClientEarth, Friends of the Earth Europe, FERN e Corporate Europe Observatory ha fatto causa alla Commissione Europea colpevole di aver loro rifiutato l'accesso alla documentazione inerente ai sistemi di certificazione volontaria che verrebbero impiegati per valutare la conformità dei biocarburanti rispetto ai criteri comunitari in materia di sostenibilità come da direttiva sulle energie rinnovabili Renewable Energy Directive (RED).

La Commissione Europea sta infatti lavorando dallo scorso anno ad un sistema di certificazione in grado di assicurare che i criteri comunitari della direttiva RED vengano soddisfatti.
Secondo le associazioni che hanno sporto querela in questa fase del processo è mancata la trasparenza e partecipazione al processo decisionale poiché non sono stati ancora stati resi pubblici né i criteri di valutazione, né altra informazione inerente ad eventuali altri sistemi in fase di studio. La Commissione Europea aveva già respinto una richiesta presentata lo scorso anno scorso dalle stesse associazioni per ottenere informazioni sulle organizzazioni che stanno testando i sistemi e su come erano state scelte.

James Thornton, Presidente di ClientEarth, ha dichiarato “ Le politiche in gioco sono troppo importanti per decidere in segreto. La quantità di denaro che ruota intorno alle politiche sui biocarburanti in Europa è colossale, così come il potenziale di devastazione ambientale che le stesse politiche possono causare ".

Robbie Blake responsabile della campagna sui biocarburanti di Friends of the Earth Europa ha accusato l'Unione Europea di agire in contrasto con le proprie regolamentazioni e responsabilità legale di divulgare informazioni sui sistemi di certificazione che, qualora si rilevassero inefficaci, aprirebbero la strada ad abusi ambientali insanabili .

Fonte : The Ecologist, Client Earth

Contenitori per alimenti sicuri e a ridotto impatto ambientale. Un diritto ancora da conquistare (maggio '11)

bottiglie di coca colaAriel Schwartz giornalista si è interrogata in un articolo apparso su Fast Company sul perchè la Coca Cola non elimini dai propri contenitori il bisfenolo A (o BPA) , una sostanza chimica che è stata collegata all'insorgenza di casi di cancro al seno nelle donne, pubertà precoce, infertilità e altri problemi di salute da diversi studi. Nell'articolo la Schwartz riporta la risposta di un portavoce della compagnia, che al momento, pur non escludendo da parte della Coca Cola esplorazioni verso possibili alternative, difende l'utilizzo del BPA e fa presente che il settore dell'imballaggio e le sue regolamentazioni sono realtà esterne all'azienda.
In realtà sembra che l'azienda continui a difendere la sicurezza del bisfenolo A d'ufficio per il timore di dover ammettere che, allo stato attuale e da anni i loro clienti sono esposti a rischi per la salute.
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Mentre la sostanza è stata vietata nei biberon realizzati in policarbonato in Europa, Canada, e Cina il BPA si trova nel rivestimento delle lattine per uso alimentare a base di resine epossidiche dove avrebbe la funzione di prevenire un sapore metallico nelle bevanda o altro alimento.
Nonostante sia stato dimostrato che i contenitori in policarbonato, o con rivestimenti interni del tipo citato rilascino BPA negli alimenti, sembra che la ricerca di materiali alternativi non sia facile e particolarmente complicata per alimenti a base acida come la coca cola o le conserve di pomodoro, senza considerare l'aspetto economico con un possibile aumento dei costi dovuto ai nuovi materiali che sono allo studio.
grafico sul packagingTuttavia ci sono altre aziende negli USA come Heinz, General Mills, and Hains Celestial che stanno lanciando delle soluzioni di packaging senza BPA.
In Svezia due agenzie ufficiali, The Swedish Chemical Agency (KEMI) and the National Food Administration (SLV) hanno richiesto quest'anno alle aziende del settore alimentare e alle aziende produttrici di imballaggi di presentare entro la fine del 2011 dei piani strategici per sostituire i rivestimenti epossidici con bisfenolo dal packaging. Il governo svedese ha preso questa decisione dopo aver visionato gli esiti di studi da loro commissionati lo scorso anno allo scopo di valutare un eventuale divieto per diverse sostanze chimiche presenti in alcuni prodotti, tra cui il BPA.
La Svezia potrebbe diventare, qualora il provvedimento di divieto venisse attuato, il primo paese al mondo ad eliminare il Bisfenolo A dal packaging.
Secondo l'autore di un articolo apparso recentemente su Treehugger la soluzione per risolvere la questione alla radice ci sarebbe, e soprattutto per la Coca Cola, ma questa viene volutamente ignorata perché significherebbe tornare ad un sistema che l'azienda ha distrutto in 50 anni poiché molto meno conveniente dell'attuale, e cioè la vendita della bevanda in bottiglie di vetro con vuoto a rendere.
Come osserva il giornalista la possibilità del riciclaggio che la bottiglia di plastica permetterebbe è una sorta di copertura per un'operazione finanziaria che ha permesso a tutte le industrie del settore di arricchirsi trasferendo i costi e la loro responsabilità come produttori sulle spalle dell'utente finale. Nello specifico la Coca Cola, nel corso di qualche decennio, ha disinvestito e potuto risparmiare ingenti risorse che negli anni del vuoto a rendere venivano assorbite dagli imbottigliatori indipendenti sparsi sul territorio che avevano la funzione di servire le comunità nelle diverse regioni del paese. Con l'avvento dei nuovi contenitori la produzione ha potuto essere accentrata con spedizioni in tutto il paese e le spese complessive del nuovo sistema, soprattutto ambientali, sono state spalmate sui contribuenti.
Eliminando i costi di mantenimento del sistema di vuoto a rendere e spostando i costi del sistema di vuoto a perdere sulla comunità, che paga per lo smaltimento dei rifiuti e per il riciclaggio, l'azienda ha così ottenuto un business estremamente redditizio che non ha intenzione di perdere.
Gli effetti del passaggio a questo design irresponsabile del packaging da parte delle aziende del settore - corresponsabile del disastro ambientale arrecato all'ambiente e alla sua biodiversità con effetti ormai documentati anche sulla salute dell'uomo- sono ormai troppo evidenti perché le aziende possano far finta di niente e continuare con il business as usual.
E' indubbiamente arrivato il momento in cui le aziende devono farsi carico del peso ambientale generato dai loro prodotti e per tutta la durata complessiva del ciclo di vita degli stessi, secondo il principio della responsabilità estesa del produttore ma anche il momento in cui i consumatori devono far sentire la propria voce.

Plastica e umanità: un rapporto insano (maggio '11)

plasticVeronique Greenwood intervista Susan Freinkel autrice di Plastic: A Toxic Love Story un libro sull'origine e gli usi della plastica e su come la medesima ha abusato di noi.

Nel 1941, immaginando il mondo che la plastica avrebbe reso possibile, due chimici britannici lo descrissero come "un mondo di colori e di superfici brillanti ... un mondo in cui l'uomo, come un mago, fa quello che vuole per quasi ogni tipo di esigenza." La plastica ha infatti trasformato completamente la nostra vita con le sue innumerevoli applicazioni, dalla medicina moderna alla sicurezza alimentare, rese possibili dalle straordinarie proprietà del materiale in termini di resistenza, versatilità, duttilità, ecc.
Ma, a poco a poco, abbiamo capito che la plastica ha anche un lato oscuro. Essa provoca il rilascio di sostanze chimiche, trovate nell'organismo umano, che possono causare danni di salute permanenti e inoltre si accumula negli oceani per secoli.
Nel libroPlastic: A Toxic Love Story  la scrittrice Susan Freinkel esplora le storie di otto oggetti di plastica, (il pettine, la sedia, il frisbee, la sacca per trasfusioni, l'accendino usa e getta, lo shopper , la bottiglia di soda e la carta di credito) per esplorare in che modo il destino della plastica si sia così intrecciato con il nostro. A tratti estroso e a tratti profondamente inquietante il libro dà un lucido, completo, e, infine, galvanizzante resoconto del nostro passato e del nostro possibile futuro con la plastica.
leggi l'intervista >>

VG: Quando è stata sviluppata la prima plastica, la celluloide, si è trattato di una risposta a un problema ambientale: come sostituzione dell'avorio per fermare la caccia agli elefanti in pericolo di estinzione. Che cosa ha portato allo sviluppo della celluloide, e quale è stata, allora, la risposta al nuovo materiale?

SF: Per un lungo periodo della storia umana gli oggetti sono stati ricavati da materiali del mondo naturale. Ma verso la metà del 19° secolo si cominciò a riconoscere i limiti naturali della generosità della natura e i limiti fisici dei materiali naturali. I timori per una imminente carenza d'avorio spinse un fornitore di biliardi di New York, nel 1863, a pubblicare un annuncio in cui offriva 10.000 dollari in oro a chiunque potesse trovare una valida alternativa all'avorio.
Così si è arrivati all'invenzione della celluloide, che è considerata semi-sintetica, perché deriva dalla cellulosa delle piante. La celluloide rese possibile produrre in serie tutta una varietà di beni di consumo a basso costo. Mentre l'acquisto di un pettine d'avorio sarebbe stato allora fuori dalla portata del portafoglio della ragazza media con questo nuovo materiale se ne poteva avere uno a poco in finto avorio La promessa di poter avere abbondanza di beni a buon mercato ha decretato il successo delle materie plastiche per decenni.

Pertanto il nostro entusiasmo per la plastica e la scarsità di leggi che ne regolavano l'uso ha fatto sì che solamente in un secondo momento ci rendessimo conto che la plastica ha un lato oscuro, sia in termini di sostanze chimiche che rilascia, sia per la sua persistenza nell'ambiente. E questo nonostante il fatto che non passi un secondo di qualunque giornata senza che non veniamo in contatto con la plastica, dai contenitori del cibo che mangiamo, a quello che indossiamo a dove ci sediamo, dormiamo, ecc. Quali sono state le scoperte decisive che ci hanno indotto a rivedere questo rapporto di fiducia con la plastica?

SF: Le prime preoccupazioni circa la sicurezza della plastica sono derivate da una serie di scoperte che hanno evidenziato che le plastiche non sono quelle sostanze stabili e inerti che una volta si pensava che fossero. Nel 1970 sono trapelate un paio di rivelazioni: la prima indicava che il PVC o vinile rilasciasse ftalati, delle sostanze chimiche usate nella produzione della plastica per renderla morbida e flessibile, e la seconda che molte persone avevano tracce di ftalati nel sangue a seguito di contatti casuali con oggetti di plastica quotidiani, dalle auto ai giocattoli alla carta da parati.
Un reporter del Washington Post commentando una delle scoperte aveva osservato: "gli umani contengono anche un po 'di plastica adesso." Cosa volesse dire in quel momento non era del tutto chiaro, gli esperti a quel tempo hanno però concluso che le quantità di sostanze chimiche che la plastica rilasciava non fossero potenzialmente pericolose per la salute umana.
Ma nuove scoperte compiute da ricercatori a partire dal 1990 hanno fatto riconsiderare i rischi.
Studi su animali hanno infatti dimostrato che alcune sostanze chimiche presenti nelle materie plastiche, in particolare gli ftalati e il bisfenolo A o BPA, possono mimare l'azione degli ormoni con effetti dannosi per la salute e a lungo termine. Questi effetti risultano tanto più gravi a seconda che l'animale sia stato esposto a queste sostanze durante periodi critici dello sviluppo: in fase prenatale, durante l'infanzia, o anche solamente in alcuni periodi dell'infanzia . Le conclusioni sono state che anche esposizioni a minime quantità di plastica possono causare danni alla salute di grande entità.

Nello stesso periodo i centri di salute pubblica “Centers for Disease Control” che avevano sviluppato metodologie molto più sensibili e sofisticate per misurare l'esposizione della popolazione alle sostanze chimiche, effettuando studi di biomonitoraggio hanno dimostrato che la maggioranza degli americani aveva nel sangue, urine e in altri fluidi corporei tracce di ftalati, bisfenolo A, e altre sostanze chimiche comunemente usate nelle materie plastiche.
Infine una serie di studi epidemiologici hanno riscontrato correlazioni tra l'esposizione a tali sostanze chimiche e disturbi di salute come diabete, obesità, sterilità, asma e disturbi da deficit di attenzione. Informazioni sufficienti per destare una certa preoccupazione.

La consapevolezza sull'inquinamento da plastica è ancora abbastanza recente. Nonostante le prime segnalazioni sulla presenza di rifiuti di plastica in mare risalissero al 1960 sono stati gli studi compiuti da Charles Moore- a partire dalla fine degli anni novanta- e da Richard Thompson nel 2004 a cui principalmente si deve l'interesse attuale che circonda questa tematica.
Lo studio dello scienziato inglese Richard Thompson mostra nel 2004 un incremento esponenziale nel corso degli ultimi decenni della quantità di minuscoli frammenti plastica presenti nel Mare del Nord. Fino ad allora la percezione dell'inquinamento da plastica in mare si era concentrata sui rifiuti più visibili, dall'imballaggio a sei anelli alle reti da pesca per la minaccia che questi detriti marini rappresentano per la fauna. La ricerca di Thompson ha richiamato l'attenzione sui minuscoli frammenti presenti in tutti gli oceani del mondo che non potremo mai eliminare. Nel frattempo lo scienziato giapponese Hideshige Takada ha aggiunto un altro motivo di preoccupazione quando ha scoperto che questi micro frammenti assorbono inquinanti persistenti come i PCB che si trovano nelle acque. Se quindi, come si è visto, i pesci e altri animali marini mangiano questi frammenti di plastica qual'è il livello di rischio rappresentato da questi sostanze chimiche quando risalendo la catena alimentare arrivano all'uomo?

Come si proteggono le persone che conoscono i rischi connessi all'uso della plastica, le infermiere del reparto neonatale, i ricercatori che compiono studi sulle plastiche?

SF: Una precauzione raccomandata da tutti è quella di non usare la plastica per cuocere gli alimenti nel microonde perché così si accelera il processo di lisciviazione della plastica. Alcuni sono prudenti nell'utilizzo di contenitori di plastica per conservare il cibo, altri usano solamente bottiglie di metallo per l'acqua o comunque vengono prese queste precauzioni con i bambini. La maggior parte delle persone sta attenta a non mangiare troppi cibi in scatola, dato che il rivestimento interno delle lattine spesso contiene bisfenolo A. Un'altra precauzione adottata con i bambini è quella di utilizzare giocattoli o prodotti privi di ftalati o di BPA.

Ma in considerazione dell'attuale quadro di leggi e politiche che regolano le sostanze chimiche negli Stati Uniti e la presenza massiccia di materie plastiche ovunque, resta limitato quello che un individuo può fare. La legislazione in materia degli Stati Uniti tende a trattaree considerare le sostanze chimiche come sicure fino a prova contraria. Il risultato è che la maggior parte delle decine di migliaia di sostanze chimiche in commercio è stata scarsamente testata per determinarne gli effetti nocivi sull'ambiente o la salute umana.

In Europa, invece, è la sicurezza a dover essere dimostrata, dai produttori, piuttosto che il pericolo. I legislatori europei agiscono in ottemperanza al principio di precauzione che, anche di fronte all'incertezza scientifica previene eventuali danni prima che questi accadano. Una legge europea emanata nel 2007 richiede che tutti i prodotti chimici di nuova introduzione vengano testati, così come i prodotti usati massicciamente con l'obbligo per i produttori di dimostrarne la sicurezza. Per ottemperare a questa legge i produttori americani stanno già vendendo sui mercati europei prodotti che sono stati riformulati in rispetto al principio di precauzione, trovando anche alternative agli ftalati, ma non per il mercato interno.

Quando dici che la nostra storia d'amore con la plastica richiede una terapia di coppia hai rimarcato le difficoltà della transizione che dobbiamo intraprendere. Che tipo di cambiamento è possibile in termini di legislazione? E quale possibile azione ragionevole possiamo intraprendere come individui per fare realmente la differenza?

SF: Per chiudere il nostro rapporto con la plastica è richiesto un cambiamento a tutti i livelli della società: dal governo, all'industria, agli individui. Io non sottovaluto il valore di ciò che ciascuno di noi può fare. Se tutti ci sforzassimo a ridurre la nostra dipendenza dalla plastica usa e getta (eliminando shopper e bottiglie di plastica monouso, ad esempio) riutilizzassimo e riciclassimo di più potremo mettere un freno alla produzione di rifiuti plastici e al conseguente inquinamento. Potremmo anche usare il nostro potere come consumatori per influenzare a monte le scelte di prodotti che ci vengono offerti. Questo effettuando scelte più consapevoli quando acquistiamo evitando di acquistare prodotti iper confezionati o che non possono essere riutilizzati o riciclati. E' stato questo potere esercitato dai consumatori che ha spinto gruppi della grande distribuzione come Wal-Mart, Target, e altri a sospendere la vendita di biberon che contenevano bisfenolo A, anche se non sono stati ancora messi fuori legge. Possiamo anche unire le forze appoggiando campagne che premano per il cambiamento coinvolgendo la politica. E' stata la pressione esercitata da parte del movimento di base Healthcare Without Harm che ha contribuito a convincere molte catene ospedaliere dei più grandi complessi medici del paese e i fornitori ospedalieri a smettere di usare dispositivi medici prodotti in PVC.

Ma le azioni individuali da sole difficilmente possono portare a quei livelli di cambiamento di cui abbiamo bisogno. L'esperienza europea suggerisce che le leggi che ritengono le industrie responsabili per i prodotti che mettono sul mercato possono avere un effetto potente. Le più severe leggi dell'UE hanno determinato un maggiore uso di chimica "verde". Sono anche positivamente impressionata per l'effetto che potrebbero avere legislazioni e misure che applicano il principio della responsabilità estesa del produttore. Rendere le imprese responsabili di ciò che accade ai loro prodotti e imballaggi al termine del loro ciclo di vita addebitando loro parte dei costi di raccolta e smaltimento (piuttosto che fare sempre pagare solamente i contribuenti) significa indurle a ridurre gli imballaggi e ad usare materiali che possono essere facilmente riciclati.

Queste sono le politiche che potrebbero portarci a migliorare il nostro rapporto con la plastica in modo da poterne sfruttare i vantaggi che la medesima offre escludendo i pericoli.

Di Veronique Greenwood


Tratto da Theatlantic.com

E' davvero solamente il grande business che può salvare il mondo? (maggio '11)

trish rileySecondo Trish Riley credere che gli individui da soli possano salvare il pianeta è un'assurdità – solo il grande business ha il potere di fare la differenza. Jeff Holman di The Ecologist la intervista per capire meglio il suo pensiero.

Attivista ambientale, giornalista e ospite fissa delle conferenze a tematica ambientale, Trish Riley ha fatto l'impossibile per promuovere le tematiche green negli Stati Uniti.
Nativa della Florida con una carriera lunga 19 anni, Trish Riley è una donna perennemente “in missione “ nel tentativo di educare alla sostenibilità ambientale i 300 milioni di abitanti del secondo paese tra i più grandi inquinatori mondiali.
Ma nonostante gli americani abbiano acquisito una maggiore consapevolezza sulle problematiche ambientali, c'è ancora molto da fare e, secondo Trish, le grandi imprese devono cominciare ad assumere un ruolo guida. Jeff Holman l'ha raggiunta per scoprire come Trish pensa di convincere gli uomini in giacca e cravatta a diventare gli uomini che salvano il pianeta.
leggi l'intervista >>

Jeff Holman: Da quanto tempo scrivi di ambiente?
Trish Riley: Ho cominciato a scrivere nel 1992 perché ero già interessata alle questioni ambientali e quando ho dovuto scrivere storie per bambini o altri progetti ho sempre propeso per storie dove l'aspetto ambientale fosse presente o tenuto in considerazione.

JH: Dove inseriresti il tuo contributo nel dibattito ambientale?
TR: Essendomi occupata di ambiente per tutta la mia carriera ho acquisito un buon livello di conoscenza della materia. Penso quindi che sia mio compito occuparmi di educazione ambientale per condividere questa conoscenza con altre persone e aiutarle ad utilizzare le informazioni trasmesse nel migliore dei modi.

JH: Come è nata la tua educazione ambientale?
TR: Ho avuto la fortuna di crescere nella campagna del Midwest, in Indiana. La strada dove abitavo finiva in un bosco dove giocavo tutti i giorni. Mi sono innamorata da allora della natura e mi sono resa conto di avere un'innata comprensione del suo valore superiore a quella del pubblico medio. Crescendo ho visto il bosco abbattuto e nuove case al suo posto. Quartieri di cemento e mattoni dove un tempo c'erano foreste e torrenti. Mi resi conto che il mondo non capiva il danno che stava avvenendo.

JH: Rispetto alle questioni ambientali hai ancora le tue convinzioni originali o le tue opinioni sono cambiate man mano che approfondivi le varie questioni ?
TR: Il livello di allarme si è acuito man mano che le conoscenze aumentavano e nel corso della mia carriera mi sono spesso sentita come se gridassi al vento rispetto a queste questioni.
Cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica è difficile e uno dei motivi è che le aziende che creano il problema, minacciano la nostra salute e sicurezza, stanno facendo grandi profitti. Se la domanda è se le aziende sanno quello che fanno, la risposta è che, a prescindere dal tipo di industria, potevano non saperlo quando hanno iniziato ma ora lo sanno da ormai lungo tempo. Tutto è ben conosciuto anche dalla scienza, e tuttavia non si arriva a mettere la parola fine.
Non possiamo contare sulla volontà di queste aziende affinché smettano di inquinarci e sulla capacità dei nostri governi a costringerle a farlo.

JH: Quindi direi che spetta a noi imporre un cambiamento?
TR: Certamente alcune grandi imprese agiscono in modo responsabile e questo è molto incoraggiante. Questa è l'unica possibilità per poter impedire la completa distruzione del pianeta. Penso che sia assurdo aspettarsi che i singoli cittadini si assumano il compito di fare in modo che le aziende si comportino in modo responsabile. Siamo stati avvelenati e spennati da loro. Penso che sia ora di aspettarci che tutti i leader aziendali si comportino onestamente verso il resto del mondo.
Il 'principio di precauzione' è un metodo meraviglioso a cui tutte le aziende del mondo dovrebbero adottare, in contrasto con l'approccio del business as usual che è stato il modello da sempre .
Dobbiamo andare verso la sostenibilità ambientale o non ci sono speranze.

JH: Che effetto ha avuto la maternità nella tua missione?
TR: Penso che la mia generazione e alcune prima non abbiano praticamente nessuna scusa per il modo in cui la terra è stata violentata, senza riguardo di alcun tipo per il futuro delle generazioni future. Credo che abbiamo la responsabilità di fare tutto ciò che possiamo in questo momento per proteggere la salute e la sicurezza dei nostri bambini e dei loro figli. I miei ragazzi hanno raggiunto l'età fertile e si pongono il problema se fare figli e a cosa essi andranno incontro. Se non ripariamo
al danno arrecato la loro vita sarà infelice.

JH: C'è un aspetto del dibattito ambientale che ti appassiona maggiormente?
TR: Sì e si tratta di un grande tema, per me, che è il cerchio della sostenibilità. Consiste nell'insieme di elementi come acqua, energia, aria, suolo, cibo, lavoro, qualità della vita. Quando ho sviluppato il programma del festival di cinema ambientale che ho fondato, Cinema Verde, ho scelto dei film che trattassero tutti questi diversi argomenti perché parte di un unico quadro. Non è fantascienza e non è terribilmente complesso, ma è su tutti gli aspetti insieme che dobbiamo andare a lavorare. Non è sufficiente agire solamente su uno o due di questi.

JH: Tu sei un appuntamento fisso nei dibattiti di settore negli Stati Uniti. Come risponde il pubblico ai tuoi interventi?
TR: Una cosa che spesso mi dimentico, dopo così tanto tempo che approfondisco questi temi, è che le persone che mi ascoltano non hanno il mio stesso livello di conoscenza. A volte, prima di parlare, mi chiedo se ho da dire loro qualcosa che già non sappiano. Quando poi scelgo di dire le cose più importanti mi sorprendo spesso di sentire che la gente non né è comunque a conoscenza. Ecco perché quello che sto facendo è importante – Sensibilizzare le persone sulle questioni ambientali e aiutarle così ad adottare soluzioni sostenibili.

JH: Hai già raggiunto notevoli risultati, c'è ancora qualche traguardo importante che ti manca?
TR: Quello che mi importerebbe davvero sarebbe che le persone responsabili
del danno, le industrie che causano i problemi, recepissero il messaggio. Vorrei vederli prendere posizione con integrità e dire: "Aspetta un minuto. Stiamo facendo soldi a palate con questo particolare prodotto, ma ora che sappiamo che c'è un problema lo correggiamo”.
Sarebbe il mio desiderio più grande, e anche ciò che credo sia davvero necessario per abbandonare il sentiero verso la distruzione che abbiamo imboccato.

Di Jeff Holman -26 aprile 2011

Nota dalla redazione: Concordiamo sul fatto che la grande industria abbia il potere di fare la differenza e cambiare le cose ma non possiamo aspettarci che dall'oggi al domani le aziende abbandonino il modello del "business as usual" . Pertanto come cittadini, ambientalisti, società civile tutta, media e opinion leader dobbiamo rendere evidente che siamo a favore di un cambiamento verso una maggiore sostenibilità ambientale. Per fare in modo che la politica non abdichi al proprio ruolo di difesa del bene comune favorendo, come spesso accade, degli interessi di parte.

Fonte : The Ecologist.org

Roz Savage sette anni di regate per salvare gli oceani (maggio '11)

roz savageRoz Savage vogatrice e ambientalista proprio non riesce a stare ferma. A 43 anni ha già conquistato l'Atlantico e il Pacifico, e in questo momento sta attraversando con la sua barca a remi l'Oceano Indiano.
Partita il 31 marzo da Fremantle in Australia si sta dirigendo a Mumbai in India dove conta di arrivare vogando per oltre 6400 km in un tempo stimato tra i quattro e i sei mesi.
Roz non ha sempre avuto una vita avventurosa. In passato ha condotto una vita normale con un lavoro come consulente di direzione in banca e una casa in periferia. A 34 anni però scopre la sua passione ambientalista e decide di compiere la prima traversata a remi dell'oceano Atlantico in solitaria diventando nel 2005 la prima donna a realizzare tale impresa.
Scopo della spedizione di Roz è sensibilizzare le persone sulle diverse emergenze ambientali, ma soprattutto sull'importanza di preservare la salute degli oceani da cui dipende la salute dell'intero pianeta.
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lam plastica nello stomaco di un pesceTra le minacce che affliggono gli oceani Roz è particolarmente preoccupata dalla presenza di plastica che lei stessa ha trovato in tutte le zone oceaniche attraversate. Nell'agosto del 2008 in occasione di un casuale incontro in pieno Pacifico con Joel Paschal e Marcus Eriksen di Algalita Foundation riceve dai ricercatori la conferma che pesci comuni del Pacifico come la lampuga (mahi mahi), da loro pescati ed esaminati contengono pezzetti di plastica nello stomaco.

A partire dal 2008 Roz ha compiuto in tre anni la traversata dell'Oceano Pacifico in tre tappe ( San Francisco-Hawaii , Hawaii-Tarawa, Tarawa-Papua Nuova Guinea ) remando in tutto per circa 17.700 km e collezionando quasi un anno di vita passato in acqua da sola.

Per questa spedizione Roz, nonostante la grande esperienza maturata in mare aperto ha dovuto prendere alcune precauzioni per un possibile pericolo dovuto alla presenza di pirati nelle zone da attraversare. A differenza delle precedenti spedizioni non è infatti più attiva sul suo sito web l'opzione "Roz Tracker" che permetteva ai visitatori di seguire la sua rotta di navigazione on-line e anche l'esatta località di arrivo non è stata resa nota in anticipo.

Con l'attraversamento dell'Oceano Indiano dopo l'Atlantico e il Pacifico , Roz avrà completato i "Big Three" del canottaggio. Ma questo traguardo non sembra essere altro che una tappa intermedia del programma perché dal sito risulta che per il 2012 è già prevista una nuova traversata dagli Stati Uniti all'Inghilterra.

Dallo scorso novembre 2010 Roz supporta una campagna promossa da un gruppo di residenti del borgo londinese Kingston upon Thames Greener Upon Thames che si propone di convincere il sindaco di Londra Boris Johnson e i responsabili del Comitato Olimpico a dichiarare le prossime olimpiadi del 2012 plastic bag free. Supportano la campagna qualche migliaio di residenti, le scuole locali e oltre 500 negozi. Anche le insegne della grande distribuzione sono state chiamate ad aderire bandendo i sacchetti di plastica dai propri punti vendita.
Per saperne di più guarda il filmato disponibile con sottotitoli in italiano: Roz Savage: Una persona speciale che ha lasciato una vita "ordinaria" per condurne una "straordinaria".
Altri video su Roz Savage >>

Dal Giappone tonnellate di detriti marini in viaggio nel Pacifico (aprile '11)

tsounami debrisIl terremoto di magnitudo 9,0 che ha colpito il Giappone oltre a provocare il disastro nucleare di Fukushima ha innescato un devastante tsunami che ha causato migliaia di vittime, distrutto le città costiere vicino a Sendai e trascinato in mare tonnellate di oggetti e detriti di ogni tipo.
Nikolai Maximenko e Jan Hafner dell'International Pacific Research Center presso l'Università delle Hawaii hanno effettuato una ricerca allo scopo di identificare la traiettoria che i detriti seguiranno in mare a partire dallo sviluppo di un modello basato sul comportamento delle boe alla deriva che, nel corso degli anni, sono state disseminate in mare per fini scientifici.
La figura mostra come, nel corso dei prossimi tre anni, i detriti dello tsunami si sposteranno nell'oceano.
Secondo questa previsione i detriti, lasciata la costa del Giappone, si sono diretti verso est e si troverebbero ora nella zona del vortice subtropicale del Nord Pacifico. Fra un anno i primi rifiuti dovrebbero arenarsi lungo le coste e spiagge del National Marine Monument un'area di 360,000 km2 che comprende 10 isolette e atolli del Nord-ovest delle Hawaii, nominata nel 2010 patrimonio dell'umanità dall'Unesco.
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Entro due anni anche le altre isole dell'arcipelago delle isole Hawaii subiranno lo stesso effetto mentre ci vorranno tre anni perché quest'onda di spazzatura raggiunga la costa occidentale degli Stati Uniti, spargendo detriti sulle spiagge della California, della Columbia britannica, dell'Alaska, e della Baja California.

Un parte dei detriti più leggeri costituiti da plastica rimarrà per un tempo imprecisato trattenuta dalle correnti nella zona del gyre del nord pacifico anche detta North Pacific Garbage Patch , dove i rifiuti si frantumeranno in pezzetti sempre più piccoli. Nel giro di cinque anni, le coste delle Isole Hawaii possono aspettarsi di essere investite da una nuova ondata di detriti più importante e più duratura rispetto alla prima. Succede purtroppo da decenni che gran parte dei detriti che fuoriescono dalle correnti a moto circolare del gyre del nord pacifico concludano la loro corsa sulle scogliere e sulle spiagge delle Hawaii.

Il modello che ha permesso queste proiezioni è stato presentato durante un workshop tenuto da Maximenko in occasione della Quinta Conferenza Internazionale sui Detriti Marini alle Hawaii il 22 marzo 2011. Questo studio contribuirà a guidare le operazioni di monitoraggio e di pulizia nei mesi e anni a venire. Il monitoraggio sarà importante per determinare ciò che accade ai diversi materiali riversati dallo tsunami in mare , come cambia la loro composizione rispetto al tempo, e come i venti e le correnti separeranno gli oggetti che alle diverse velocità andranno alla deriva.

I lavori di lunga data di Maximenko sull'azione delle correnti oceaniche avevano già previsto l'esistenza di cinque macro-regioni marine dove si raccolgono i detriti che non si depositano sulle coste, non si inabissano nei fondali, non si deteriorano frammentandosi e non sono ingeriti dagli organismi marini. Queste zone sono destinate a diventare “garbage patches” addensamenti di spazzatura di cui la più conosciuta è il North Pacific Garbage Patch scoperta per prima.
Alcuni anni fa è stata localizzata la presenza di grandi quantità di plastica nel Nord Atlantico e più recentemente, anche con l'aiuto della mappa di Maximenko, sappiamo che esistono anche il South Atlantic, South Indian Ocean, e South Pacific patches .

Guarda l'animazione>>
Fonte: Università delle Hawaii

Ridurre altra plastica, si deve ! (aprile '11)

retini chiusi con etichettaLo scorso sabato 16 aprile siamo andati a Milano nel punto vendita Simply di SMA, che ha aderito per il secondo anno alla settimana nazionale Porta la Sporta con tutti i suoi 1700 punti vendita, per testare il gradimento del pubblico rispetto all'iniziativa Mettila in rete lanciata qualche mese fa.
Insieme a Simply hanno aderito alla settimana altre 19 insegne della grande distribuzione del settore alimentare e una del settore no food, sensibilizzando i clienti con manifesti, spot audio nei punti vendita, invio di newsletter, pubblicazione sul sito e sui volantini promozionali. L'adesione massiccia della GDO (anche se non totale perché alcune insegne non hanno ancora dato cenni di vita) è un dato di fatto estremamente positivo, perché dimostra che c'è una buona disponibilità da parte del mondo del retail a collaborare a progetti di sostenibilità ambientale.
Volendo però andare oltre alla promozione della sporta, cioè verso soluzioni che eliminino il ricorso massiccio alla plastica nell'alimentare, è stato comprensibilmente più difficile trovare un gruppo disposto a sperimentare un ulteriore passo aderendo all'iniziativa Mettila in rete, che prevede l'affiancamento nel settore ortofrutta della GDO di una soluzione riutilizzabile: un retino in cotone lavabile sul quale può essere apposta e rimossa l'etichetta prezzo.
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Siamo perfettamente coscienti che proporre agli italiani l'utilizzo dei retini, quando ancora non sempre usano una borsa possa sembrare una pura illusione, e a maggior ragione quando non si può far leva su una convenienza economica immediatamente riscontrabile. I sacchettini del reparto ortofrutta infatti, come altri imballaggi non vengono, purtroppo, ancora percepiti dalla maggior parte dei consumatori come un costo personale né tanto meno ambientale. Tuttavia, se bisogna passare dalle dichiarazioni di intenti (espresse da varie istanze in occasione di convegni sulla prevenzione e riduzione dei rifiuti) ai fatti, mettendo in atto quello che la direttiva europea in materia di gestione dei rifiuti, recepita lo scorso anno, ci impone di attuare entro il entro il 2013 (**) , non resta altro che analizzare quali sono e dove vengono impiegati quegli imballaggi che si possono eliminare alla fonte o ridurre attraverso il riutilizzo.
Non avendo ancora potuto contare per il progetto di Mettila in rete su una collaborazione degli enti locali preposti all'educazione ambientale e riduzione rifiuti a livello regionale o provinciale, abbiamo deciso comunque di realizzare alcuni esperimenti pilota con la GDO allo scopo di sondare e preparare il terreno.
Un prima adesione è arrivata da Simply che, come ulteriore azione di partecipazione alla settimana nazionale, si è dichiarata d'accordo a testare l’affiancamento dei retini in cotone riutilizzabile ai sacchetti del reparto ortofrutta. In due momenti di grande affluenza, venerdì pomeriggio e sabato mattina, la responsabile Relazioni Esterne di SMA Paola Grossetti e lo staff di Porta la Sporta hanno approcciato circa 200 clienti del punto vendita eco-attento di via Novara 15 a Milano. Nel momento in cui i clienti andavano a servirsi dei sacchettini di plastica, è stata proposta l'alternativa del retino in cotone, consegnando in omaggio un paio di pezzi e spiegandone i vantaggi ambientali. I clienti sono stati anche informati che, qualora interessati, avrebbero trovato altri retini in vendita alle casse. Circa la metà dei clienti si è dichiarata interessata a provare i retini dimostrando di capirne le motivazioni, un terzo è stato convinto soprattutto dal fatto che si trattasse di un omaggio, mentre i restanti, pensando di essere in presenza di promoter commerciali, hanno dato risposte a caso.
Per comunicare le modalità di utilizzo dei retini e continuare la sperimentazione nei giorni successivi, sono stati anche predisposti dei cartelli agganciati ai distributori di sacchetti e guanti presenti vicino alle bilance.

Pur essendosi trattato di un test senza pretese scientifiche l'esito è stato interessante perché le reazioni e i commenti ricevuti denotavano nelle persone:
1) una scarsa informazione e consapevolezza sull'impatto che il volume di rifiuti prodotti ha nell'ambiente,
2) una difficoltà nel mettere in relazione le abitudini di consumo attuale, nello specifico di plastica, con le emergenze ambientali createsi, anche quando se ne conosce l'esistenza.

Per capire quale è l'attitudine degli italiani verso l'ambiente, abbiamo cercato alcuni studi effettuati negli ultimi tempi da enti o organismi vari per misurare la sensibilità ambientale degli italiani vista dalle diverse angolature e ne riportiamo un paio a seguire. Le conclusioni che si possono trarre è che ci sia ancora molto da lavorare per aumentare la consapevolezza ambientale degli italiani sulle criticità ambientali (tra cui il cambiamento climatico, la produzione e lo smaltimento dei rifiuti) per metterli in grado di acquisire quella visione di insieme che permette di vedere le relazioni di causa ed effetto. Se i cittadini vengono informati sulle cause delle emergenze ambientali saranno maggiormente in grado di capire qual'è la loro responsabilità e quale soluzione possano offrire anche singolarmente.
Stabilito quale sia il ruolo che può giocare il singolo cittadino, risulta anche chiaro quale sia il ruolo che governi, istituzioni, aziende, mondo del retail devono giocare per mettere in condizione i cittadini di fare le migliori scelte a favore dell'ambiente, mettendo a loro disposizione prodotti e servizi a basso impatto ambientale, ma anche predisponendo un'adeguata comunicazione che li evidenzi rispetto al resto dell'offerta.
Risulta indispensabile e determinante l'attenzione che i media dovrebbero costantemente dedicare a mettere in luce non solamente i singoli prodotti ma anche quei soggetti virtuosi e innovatori che mettono in campo scelte all'apparenza difficili da attuare ma che sono all'insegna di un futuro dove bisognerà fare tanto con poco.
Ecco in allegato un primo articolo apparso su La Repubblica di Milano il 21 aprile dove si fa strada il concetto di riutilizzo come soluzione allo spreco di risorse e aumento dei rifiuti promosso concretamente dalla nostra iniziativa Mettila in rete. Un primo piccolo riconoscimento per la caparbietà di Porta la Sporta e per la disponibilità del gruppo SMA a cui va il nostro sentito ringraziamento. Se non l'avete ancora fatto votate tutti per Mettila in rete in tutti i supermercati indicando nel campo commenti le insegne di supermercato che frequentate.

Gli studi
1) Uno studio compiuto lo scorso marzo 2011 da Eurobarometro e la Dg Ambiente della Commissione Europea, rileva che il 70% dei cittadini UE è favorevole a migliorare i servizi di raccolta dei rifiuti e l’86% ha dichiarato che le caratteristiche ambientali di un prodotto, come ad esempio la possibilità di riutilizzarli o riciclarli, influenzano fortemente le loro decisioni di acquisto. Questo stesso studio riporta che il 60% dei cittadini UE non è consapevoli di produrre una quantità eccessiva di rifiuti urbani. In particolare su ben 21 di 27 paesi UE la maggior parte dei cittadini ha dichiarato che nella loro vita famigliare non venivano prodotti rifiuti in eccesso

2) Lo studio “Sostenibilità e Consumi, il punto di vista di consumatori pubblici e privati, produttori e distributori”, svolto dalla Società Ervet sulla base del progetto europeo Life Promise presentato nel settembre 2011 ha coinvolto per la sezione consumatori più di ottomila persone, tutte iscritte al portale di e-Coop e pertanto appartenenti a una categoria di consumatori che già rivelano una certa sensibilità nei confronti di scelte e prodotti ecologici. Dal sondaggio è emerso che l’attenzione nei confronti delle tematiche green è scarsa nel 27% degli intervistati, buona per il 47% ed ottima per il 26%. In generale la consapevolezza ecologica è molto più diffusa tra i giovani piuttosto che tra gli anziani anche se poi, purtroppo, nella mancata messa in pratica di tale consapevolezza il distacco generazionale si annulla.

3) Massimiano Bucchi in un'indagine compiuta da Observa nel 2009 curata con Valeria Arzenton raccolta nel secondo rapporto intitolato "Gli Italiani, la scienza e l'ambiente", edito da "Il Mulino" rileva che le criticità ambientali che suscitano maggiore preoccupazione negli italiani sono l'inquinamento dell'aria per il 33,1%, lo smaltimento dei rifiuti per il 31,4% mentre altri aspetti come la qualità del cibo, l'inquinamento dell'acqua o il degrado del paesaggio sono considerati meno rilevanti. Tra le conclusioni si legge: "La caratteristica peculiare che emerge da questo profilo – osserva Bucchi - è la scarsa coerenza tra propositi e azioni concrete". Tra chi si dichiara impegnato e responsabile appena il 57% utilizza lampadine a basso consumo, solo il 18% ha sostituito gli infissi di casa propria e il 26% ha abbassato al temperatura di casa propria”.

Giornata Mondiale della Terra - Porta la Sporta c'è grazie a tutti voi! (aprile '11)

Earth DaySono numerose le azioni messe in atto dalla Settimana Nazionale Porta la Sporta in l'Italia anche come contributo a Earth Day il 22 aprile, che quest’anno ha come tema “ A Billion Acts of Green” un miliardo di azioni verdi che singoli cittadini, associazioni, governi e aziende possono mettere in campo per difendere le risorse naturali del nostro Pianeta. Obiettivo principale è quello di raccogliere un miliardo di azioni prima del summit della Terra di Rio de Janeiro dal 14 al 16 maggio del 2012.
Sono migliaia i cittadini italiani raggiunti dai messaggi di Porta la Sporta durante la settimana che invitano a fare un uso consapevole delle risorse del pianeta abbandonando il consumo “usa e getta”.
Tutto questo grazie al lavoro di squadra realizzato sul territorio nazionale da oltre 130 comuni, 12 provincie, decine di Aziende e Associazioni di varia natura e centinaia di singole persone che diffondono la campagna tra i loro amici e nelle comunità che frequentano e che vogliamo tutti qui pubblicamente ringraziare . Vogliamo anche ringraziare le 19 insegne della Grande Distribuzione Organizzata che hanno diffuso notizia dell'evento attraverso tutti i propri canali di comunicazione e che negli oltre 3500 punti vendita mobilitati espongono manifesti, mettono in offerta borse riutilizzabili e diffondono lo spot audio della settimana che invita i loro clienti a diventare parte della soluzione e non del problema. Sono inoltre centinaia gli articoli sull'evento apparsi su quotidiani siti, blog locali italiani a cura dei partecipanti all'evento che hanno permesso una diffusione capillare dei messaggi che la campagna promuove.
Ma il valore aggiunto di Porta la Sporta è che l'evento annuale della Settimana Porta la Sporta non rappresenta un'occasione fine a stessa ma un mezzo per arrivare a riunire e catalizzare nuove energie e nuove attori tra associazioni, istituzioni, aziende e singoli individui.
Per vincere le sfide ambientali è necessario essere in tanti, agire in sinergia, e formare un fronte unico che prenda parte, con azioni quotidiane alla lotta contro i cambiamenti climatici e lo sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta perché è su 365 giorni all'anno che debbono essere compiuti gli sforzi per portare a casa qualche risultato. Porta la Sporta nel suo piccolo e con il suo campo di azione mirato mette a disposizione ogni giorno risorse ed energie per promuovere e supportare la partecipazione di tutti i cittadini che vogliono essere buoni con la terra tutto l'anno.

Appuntamento con Mettila in rete da Simply in via Novara a Milano dal 16 aprile (aprile '11)

symply sma
Lo scorso settembre abbiamo lanciato Mettila in rete la nostra proposta per ridurre il consumo dei sacchettini monouso che dobbiamo obbligatoriamente utilizzare nei reparti ortofrutta della grande distribuzione ma che vengono sempre più adottati anche dai banchi ambulanti nei mercati. Tuttavia di questi sacchettini -che raramente vengono riutilizzati- se ne può fare a meno sicuramente nell'80% dei casi in cui si acquista ortofrutta,
Al mercato frutta e verdura possono essere messe direttamente in borsa salvo per quei casi dove è necessario un contenitore come per l'ortofrutta a piccola pezzatura che può sempre essere riutilizzabile. Nei supermercati dove non è possibile acquistare ortofrutta sfusa (ma anche in tutte le occasioni dove si potrebbe prestare come contenitore) proponiamo una soluzione riutilizzabile a rete che viene usata come un sacchetto annodandone i capi e apponendovi l'etichetta.
Ridurre i rifiuti è diventato un imperativo e una scelta necessaria per evitare sprechi di materia ed energia e ridurre le emissioni di gas serra. Anche l'ultima direttiva Europea del 2008 in materia di gestione dei rifiuti, recepita recentemente dal nostro paese, pone proprio la riduzione come obiettivo primario per arrivare a costruire una “società del riciclaggio”, in cui non solo si eviti di produrre rifiuti ma li si utilizzi come una vera e propria risorsa.
L'Italia è al quarto posto in Europa come produzione di imballaggi pro capite * ed è innegabile che questa situazione sia da imputare in primo luogo alle aziende che li producono piuttosto che alle scelte di acquisto del cittadino.
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La riduzione e l'eliminazione degli imballaggi, quando superflui, oltre ad un ripensamento del packaging sin dalla fase del design (che lo renda il meno impattante possibile e totalmente riciclabile), è una strada immediatamente percorribile che porta importanti vantaggi ambientali ed economici per tutta la filiera.
Per prevenire emergenze rifiuti e modificare stili di vita e di consumo improntati allo spreco di risorse c'è bisogno della collaborazione di tutti, nessuno escluso; dalle aziende che devono eliminare o ridurre il peso del packaging rendendolo completamente riciclabile, al piccolo commercio e alla grande distribuzione perché mettano a disposizione e in evidenza quei prodotti a basso impatto ambientale e quelle soluzioni in cui sia possibile per i cittadini acquistare prodotti sfusi portando i contenitori. Escludiamo volutamente, per parlarne più in dettaglio in prossime occasioni, di accennare a quale ruolo (determinante) dovrebbero giocare in questo processo le autorità competenti in materia. Nella progettazione di Mettila in rete abbiamo scommesso sulla forza dell'esempio che comportamenti eco consapevoli che partono dal basso ad opera di cittadini virtuosi possono avere nel determinare l'adozione di quei comportamenti da parte di altri cittadini.
Ma abbiamo ovviamente scommesso in primis su chi concretamente, passando dalle dichiarazioni di intenti ai fatti, può mettere i cittadini virtuosi in condizione di agire nel rispetto dell'ambiente e cioè la GRANDE DISTRIBUZIONE ma anche tutti quei soggetti del COMMERCIO LOCALE che aderiranno all'iniziativa.
Mettila in rete è stata presentata a tutti gli enti locali ottenendo per ora l'interesse di alcuni comuni. Per quanto riguarda la grande distribuzione ad accettare la sfida è stato il gruppo SIMPLY SMA che partirà con una sperimentazione affiancando al sistema tradizionale la possibilità per i clienti di usare i retini ortofutta presso uno dei punti vendita eco-attenti in via Novara 15 a Milano. Per spiegare i vantaggi ambientali legati all’uso dei retini e illustrarne le modalità d’utilizzo venerdì 15 aprile dalle 16 alle 20 e sabato 16 aprile dalle 9 alle 13 nel punto vendita sarà presente un referente dell’associazione dei consumatori Adiconsum, che regalerà i retini ortofrutta e incoraggerà i clienti alla prova. Come staff di Porta la Porta saremo invece presenti dalle 10 di sabato mattina. NON MANCATE !!!

“Humblefacture”, come costruire la complessità degli oggetti attraverso il design piuttosto che lo spreco di energia (aprile '11)

Dominic MurenIl designer americano Dominic Muren fondatore di The HumbleFactory, è l'ideatore di un nuovo approccio al design chiamato SSG [Skin-Skeleton-Guts] design framework che si ispira alla natura e in particolare alla modularità che troviamo negli organismi del mondo animale che sono formati da tre componenti di base, lo scheletro la pelle e gli organi interni.
Per Dominic Muren il design che sta alla base ad esempio di un'elettronica verde deve essere semplice, deve permettere che il dispositivo elettronico sia facilmente riparabile, aggiornabile e durevole in modo che l'impatto ambientale complessivo sia il più ridotto possibile. Arrivando così a poter minimizzare i costi di produzione, creare maggiori opportunità lavorative, allungare la vita dei beni, risparmiare risorse e produrre meno rifiuti.
Sotto l'intervista in cinque domande che Treehugger ha fatto a Muren per capire il suo approccio al green gadget design e le sue speranze sul futuro della produzione elettronica.
L'intervista a Muren>>
Il tuo lavoro è focalizzato sul design post-industriale. Di cosa si tratta ?
Ho sentito questa definizione per la prima volta dal mio professore Jamer Hunt della University of the Arts di Philadelphia. Design post-industriale è un gioco di parole che tenta di evocare l'inadeguatezza intrinseca delle tecniche di progettazione della vecchia scuola industriale nel creare prodotti di rilievo per un mondo post-industriale.
Il mondo industriale è stato sino ad oggi gestito in modo verticistico e centralizzato nelle maggiori aziende come GM e Phillip Morris. Il mondo post-industriale è l'esatto contrario, si sviluppa dal basso verso l'alto e in modo distribuito. Allo stesso tempo il mondo è cambiato e le condizioni esistenti in passato che hanno guidato la crescita dell'industria sino ad oggi come una disponibilità di energia a basso costo, un'offerta illimitata di risorse e materie prime e una domanda di mercato insaziabile, sono state sostituite da una realtà che deve fare i conti con situazioni come il picco del petrolio, il riscaldamento globale, e gli scricchiolii del sistema di credito e della finanza.
Il designer post-industriale è quel professionista che, riconoscendo che gioco e campo di gioco sono cambiati, cambia anche le strategie.

Quali sono gli errori di progettazione più importanti che vengono fatti rispetto alla riciclabilità degli oggetti? Si tratta di errori di progettazione, di problemi imputabili ai sistemi e processi di riciclaggio o di entrambe le cose?
Penso che dipenda un po' da entrambe le cose. Così come le parti vengono facilmente montate così altrettanto facilmente si smontano. Attualmente, viene investito moltissimo tempo nella ricerca e progettazione per realizzare dispositivi elettronici modulari (resistenze, LED, IC ) assemblabili in diversi prodotti al fine di ottenere economie di scala. Questi moduli conformi alle normative sono anche più o meno intercambiabili.
Tuttavia, la maggior parte del tempo impiegato nella progettazione della modularità è subordinato alla ricerca di soluzioni a più basso costo, anche se ciò si traduce in un minor valore a lungo termine del prodotto. Con il mio SSG design (Skin-Skeleton-Guts) sto cercando di invertire questa tendenza.
I componenti del SSG design vengono progettati non solo per consentire la produzione di massa dei loro componenti (per contenere i prezzi), ma anche per consentire il riutilizzo dei meta-moduli di queste componenti - un processore grafico, o uno schermo, ad esempio. Siccome i clienti possono portare i loro moduli a un rivenditore che li riassembla invece di rottamarli il valore pagato in origine non viene perso poiché passa al dispositivo elettronico successivo.
Credo si possa dire che il SSG design sia un framework di progettazione per la conservazione del valore dei prodotti in tutto il loro ciclo di vita.

Ci sono degli esempi di design che apprezzi ? Ad esempio, il computer portatile Bloom che può essere smontato in 45 secondi senza attrezzi?
Il portatile Bloom è una grande idea - molto simile alle sedie di Herman Miller come esempio di design che considera l'aspetto dello smontaggio. Ma entrambi questi sistemi sono ancora costruiti intorno all'idea che abbiamo bisogno di fare a pezzi i prodotti per fonderne o macinarne le parti per la creazione di nuovi prodotti.
Poter riutilizzare le parti dei prodotti esige non solamente una progettazione attenta delle singole parti ma anche dell'ecosistema che ci si propone di costruire.
L'esempio di Smart Cars che permette agli utenti di cambiare il colore della loro auto in pochi minuti grazie a dei pannelli rimovibili potrebbe avvicinarsi a quello che sto ipotizzando – ma io mi sarei spinto oltre prevedendo, ad esempio, la possibilità di aggiungere un sedile posteriore quando si ha un bambino, o potenziare il motore quando si è in pensione e si può aver bisogno di trainare una barca. Facendo un'analogia con l'armadio e il suo contenuto, chi lo riempe di soli vestiti nuovi ? Invece di comperare una nuova macchina possiamo modificare quella che abbiamo un po' alla volta, sostituire le parti che si consumano, o aggiungere nuove parti quando cambia il nostro stile di vita. Non ho bisogno di sottolineare che l'abbigliamento è uno dei pochi prodotti fabbricati in modo decentrato attraverso gli Stati Uniti, dai piccoli designer ai piccoli produttori. Perché non possiamo avere lo stesso sistema produttivo per l'elettronica? Come incoraggiare i progettisti a contribuire alla produzione di un ecosistema di pezzi, piuttosto che costringere gli utenti a comprare vestiti completamente nuovi ogni pochi anni?

Sul tuo sito vi ponete una domanda: "Come può un designer realizzare prodotti a basso costo senza grandi fabbriche?" Avete trovato una risposta a questo interrogativo e può essere fatto su vasta scala?
Attualmente sto lavorando a circa 15 diverse tecniche di assemblaggio elementare per una produzione su piccola scala di beni durevoli, esteticamente piacevoli e che richiedono un basso livello di manodopera (e quindi, realizzabili ovunque nel mondo). Riporto i miei risultati su Humblefactory.com. Uno dei più promettenti finora è un metodo per la costruzione di mobili di bambù - sedie, tavoli, lampade - con un'estetica pulita e moderna, e utilizzando solo materiali disponibili nel quartiere dove abito, a Seattle. Questi stessi materiali - o loro analoghi - sono disponibili in tutto il mondo al di fuori della regione artica.
Un altro progetto che potrebbe portare a qualche sviluppo interessante è un laboratorio di ricerca rivolto agli studenti chiamato The Mile 100 Design Challenge. Le prime due classi pilota sono al lavoro contemporaneamente a Seattle e Baltimora (sto collaborando con Inna Alesina del MICA, Maryland Institute Colege of Art ). Gli studenti sono tenuti a sviluppare un prodotto da produrre in due esemplari utilizzando solo materiali e energia che possono essere forniti a meno di 100 miglia della loro città. Abbiamo ottenuto uno spazio espositivo presso la fiera ICFF, International Contemporary Furniture Fair, a New York in maggio. I primi risultati sono piuttosto interessanti - rimanete sintonizzati.

Nella conferenza che hai tenuto su TED lo scorso anno, hai raccontato come creare dei dispositivi elettronici con parti modulari che possano essere facilmente smontati aggiornati e riparati. Pensi che l'industria elettronica possa cambiare la progettazione in questa prospettiva a breve?
Beh, in realtà no. Non perché non è sia buona idea, ma perché non ha senso per queste grandi aziende perseguire questa strategia. Le economie di scala incentivano la produzione di più unità di un dato prodotto per cui i destinatari naturali sono i segmenti di mercato di grandi dimensioni.
Allo stesso tempo, la centralizzazione che avviene con questo tipo di produzione scoraggia il gestire una gamma diversificata di prodotti mirati a diversi gruppi di utenti di piccole dimensioni per gli elevati costi generali che questa scelta comporterebbe. Pertanto, la produzione centralizzata tende a favorire un minor numero di offerte di prodotti . La gestione delle migliaia di combinazioni che potrebbero risultare dall'impiego di alcuni moduli solamente sarebbe troppo.
Credo invece che questo modello di lavoro possa funzionare per tanti piccoli produttori decentralizzati e coordinati. E se si potesse creare una infrastruttura ottimale per gestire e coordinare la logistica penso che questa rete di produzione globale potrebbe produrre un migliore design rispetto a qualsiasi altro produttore di grandi dimensioni con gestione centralizzata - perché il curatore/progettista locale di un prodotto, sarebbe meglio in grado di soddisfare le esigenze di un cliente locale.
Questo futuro “Humblefactured” (1) non è immediato dovremo arrivare prima a sviluppare nuovi materiali, nuovi metodi di produzione, e nuovi strumenti. Ma la cosa eccitante è che si può realizzare un pezzo alla volta, e credo che, alla fine verso questo sistema si sposterà una notevole quantità di produzione tradizionale. In ogni caso, la Humblefactory ci sarà per guidare la carica.
(Tratto da Treehugger.com -Intervista a Muren di Yaimi Heimbuch)
Per saperne di più visita i siti “Humblefactured” , The Humblefactory e guarda il video dell'intervento di Dominic Muren a TED Talk

(1) Che cosa significa Humblefacture?
La moderna industria manifatturiera produce oggetti meravigliosi, in quantità massicce, e a basso prezzo. Ma i costi a carico dell'ambiente, della stabilità sociale, e della giustizia economica sono incommensurabili e spesso nascosti. Una produzione intelligente in piccola scala e localizzata ridurrebbe al minimo la possibilità che questi costi rimangano nascosti. Una produzione locale permette al consumatore di avere più voce verso le aziende produttrici nel determinare la tipologia di prodotti e con quali caratteristiche ha bisogno. E' la produzione che deve essere al servizio delle persone , non il contrario. Ma al tempo stesso non possiamo permetterci scivolate all'indietro - la vita moderna richiede tecnologie complesse e non possiamo svilupparle scegliendo di vivere come contadini autosufficienti nel proprio approvvigionamento alimentare o tornando a procurarci il cibo come in passato nella natura.
Humblefacture è l'esplorazione che sta compiendo Dominic Muren sul come realizzare localmente una produzione di quei prodotti complicati che la vita moderna richiede con un limitato utilizzo/bisogno di grandi infrastrutture.
(Tratto dal sito Humblefacture, costruire la complessità attraverso il design non l'energia )

(Tratto da Treehugger.com -Intervista a Muren di Yaimi Heimbuch)

Detriti marini un'emergenza internazionale e il nostro ruolo come cittadini consumatori (marzo '11)

debris conferenceSi è conclusa a Honolulu, Hawaii il 25 marzo 2011, la Quinta Conferenza Internazionale Marine Debris Conference che ha riunito per cinque giorni esperti provenienti da circa 35 paesi. Rappresentanti di governi, enti di ricerca, aziende tra cui la Coca-Cola e associazioni di categoria come PlasticsEurope e ACC (American Chemical Council ) insieme per decidere su una nuova serie di partnership e impegni necessari per affrontare il problema dei rifiuti marini a livello globale, nazionale e locale.
Nonostante decenni di sforzi per prevenire e ridurre i rifiuti marini, tra cui quelli di plastica, reti da pesca abbandonate e rifiuti industriali, i rilevamenti provano che il problema continua a crescere. La mancanza di coordinamento tra i programmi internazionali, nazionali o regionali, le carenze nell'applicazione delle normative esistenti e gli attuali modelli di produzione insostenibili hanno aggravato il problema.
Un risultato importante della conferenza secondo gli organizzatori, l'UNEP Programma delle Nazioni unite per l'Ambiente e dall'agenzia federale NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), consiste nell'aver codificato un nuovo approccio trasversale capace di contribuire a una riduzione dei rifiuti marini che causano ingenti danni all'economia globale mettendo a rischio gli habitat marini, la biodiversità e la salute umana.
L'impegno sottoscritto a Honolulu dai partecipanti è volto a promuove la condivisione di soluzioni tecniche, giuridiche e di mercato per ridurre i rifiuti marini, migliorare la conoscenza a livello locale e internazionale sull'entità e impatto della problematica, e si propone di stimolare un miglioramento nella gestione dei rifiuti in tutto il mondo.
continua >>
Achim Steiner Direttore Esecutivo dell'UNEP intervenuto come Guest Speaker in un messaggio ai delegati della conferenza ha affermato:
"I detriti marini e i rifiuti dei nostri oceani sono il sintomo della nostra società usa e getta e del nostro approccio all'utilizzo delle risorse naturali. E' un problema che colpisce tutti i paesi e tutti gli oceani, e che sprona le nazioni, con immagini inequivocabili, ad impegnarsi nella costruzione di una Green Economy a basso tenore di carbonio e in una maggiore efficienza energetica in costruttiva attesa del prossimo vertice di Rio 20 nel 2012.
L'impatto dei detriti marini sulla flora e sulla fauna negli oceani è il problema che dobbiamo affrontare adesso e con maggiore velocità".
Critici su alcuni aspetti della conferenza attivisti e guest speakers, come l'inglese Roz Savage e Daniella Russo, co-fondatrice di Plastic Pollution Coalition.
Roz Savage sul suo blog solleva qualche perplessità sul fatto che tra i principali sponsor della conferenza ci fossero l'ACC American Chemical Council e la Coca Cola e che gli interventi da lei sentiti in apertura vertessero prevalentemente sul riciclo e sulle operazioni di rimozione dei rifiuti piuttosto che sulla necessità di ridurre l'immissione di plastica nel suo utilizzo monouso alla fonte.
Dello stesso tenore è il commento di Daniella Russo che evidenzia il fatto che, nonostante tutte le relazioni trattassero dell'inquinamento da plastica, le conclusioni finali pubblicate delle session summaries - coordinate da un consulente sponsorizzato da ACC- non contenessero neanche la parola plastica.
Charles Moore, oceanografo e ricercatore marino scopritore del Pacific Trash Vortex nel 1997, oltre a essere certo che non ci siano soluzioni che possano recuperare il danno arrecato all'ecosistema marino, nutre seri dubbi sulla capacità di nazioni, aziende e istituzioni preposte di affrontare il problema dell'inquinamento da plastica con l'urgenza e l'efficacia necessaria. Un grande ostacolo, secondo Moore, risiede nella mentalità usa e getta e nella dipendenza dalle comodità che si è consolidata nella società nel corso dei decenni. Un altro ostacolo, non meno importante, per Moore è la mancanza di impegno della classe politica nell'applicazione di legislazioni efficaci di contrasto, situazione che in alcuni casi è addirittura voluta per evitare di esporsi alle pesanti pressioni esercitate dalle potenti lobby dell'industria chimica.
Anche il Biologo e attivista Wallace J Nichols rileva, in un suo recente articolo sull'Huffington Post, che dopo 40 anni ancora nulla è successo se non arrivare a riconoscere il drammatico ritardo con cui si deve ancora affrontare una problematica già scoperta nel 1972, da ricercatori della prestigiosa Wood Hole Oceanographic Institution.
Sulla rivista Science erano già infatti stati pubblicati gli esiti di una prima ricerca che evidenziavano la presenta di detriti plastici in mare negli oceani Atlantico e Pacifico, la contaminazione chimica che queste particelle causavano alla fauna marina per ingestione e il fatto che queste sostanze sarebbero arrivate anche all'uomo con probabili effetti nocivi sulla salute.
“Nonostante tutto,” scrive Nichols, “ la produzione di plastica usa e getta e è cresciuta in modo esponenziale e i consumatori, attirati dalla comodità e dai prezzi convenienti, hanno lasciato l'industria della plastica libera di agire. Milioni di dollari sono stati impiegati per convincere le persone che il problema non esiste e che i prezzi economici e di salute a carico dei cittadini sono un prezzo accettabile in cambio della convenienza.
Adesso, dopo 40 anni non abbiamo scelta, bisogna intervenire con soluzioni drastiche e limitare l'utilizzo della plastica usa e getta il più possibile nel nostro quotidiano, oltre che sostenere quelle legislazioni che ne limitano l'uso ”.

Tornando alla conferenza, sono state 47 le associazioni di tutto il mondo coinvolte nella filiera delle materie plastiche che operano in 29 paesi a firmare una risoluzione sulla gestione dei rifiuti in plastica dispersi in mare. La dichiarazione definisce alcuni chiari obiettivi per l'industria della plastica e sollecita una stretta collaborazione con tutte le parti interessate per ridurre i danni arrecati all'ambiente marino.
Per maggiori dettagli ecco il comunicato stampa diffuso da PlasticsEurope e visita il sito dedicato>>
La strategia elaborata prevede un forte impegno per l'industria che si impegna tra l'altro a:
- lavorare in partnership con realtà pubbliche e private per prevenire i rifiuti marini,
- lavorare con la comunita' scientifica per meglio comprendere le origini, la portata e l'impatto dei rifiuti marini e le possibili soluzioni al problema,
- promuovere politiche mondiali basate su presupposti scientifici e l'applicazione delle leggi esistenti per prevenire il marine litter,
- promuovere le migliori soluzioni di gestione dei rifiuti, soprattutto nelle regioni costiere,
- migliorare le soluzioni di recupero dei prodotti in plastica attraverso il riciclo e il recupero energetico,
- migliorare le procedure di trasporto e distribuzione della materia prima con cui si producono i vari prodotti in plastica, dei piccoli granuli di polimero lungo tutta la catena di distribuzione. Allo stato attuale grandi quantità di questi granuli dispersi nell'ambiente per incuria ha raggiunto mari ed oceani attraverso scarichi e corsi d'acqua.

debris marine

Con questo passo l'industria della plastica si assume la responsabilità formale di riconoscere il problema e di trovare, in collaborazione con gli stakeholders, delle soluzioni che prevengano la problematica dei rifiuti marini. Non si può fare a meno di rilevare però, come dice Nichols, che sono già passati 40 anni dai primi studi che documentavano i rischi connessi alla plastica dispersa in mare.
Il punto è che solamente ora l'entità del fenomeno è diventata così evidente da non poter essere più ignorata dalla stessa industria che, solo adesso si sente chiamata in causa e probabilmente anche a seguito del clamore suscitato dai divieti emessi da città e nazioni per i sacchetti di plastica, che hanno occupato le prime pagine dei giornali a livello internazionale.
Pertanto questo interessamento tardivo, come sempre accade, è nato per difendere l'immagine delle industrie del settore minacciate dalle accuse più o meno dirette rivolte loro da associazioni ambientaliste, scienziati, opinionisti ogni qualvolta che i media davano visibilità a studi o campagne di pulizia compiute da ricercatori marini o associazioni ambientaliste.
Senza i rilevamenti e studi compiuti da Charles Moore con la sua Fondazione Algalita sull'entità della plastica dispersa in mare, a partire dal 1999, non ci sarebbe stato l'interesse di alcuna azienda o ente governativo a volersi prendere carico del problema e non sarebbero mai nati negli ultimi 2 anni altri progetti che hanno saputo risvegliare e mantenere l'attenzione dell'opinione pubblica su questa forma di inquinamento silente come il progetto di Kasei e di 5 Gyres.
Ci auguriamo che questo impegno, che l'industria della plastica si è presa, contribuisca a far sì che negli USA gli ingenti fondi che la stessa industria ha ad oggi investito - per finanziare attività di lobbying a difesa dell'attuale livello di vendita dei sacchetti di plastica- vengano spostati da iniziative legali e campagne per contrastare le ordinanze di divieto locale come save the plastic bag, a progetti più in linea con la strategia sottoscritta.
In attesa di conoscere i dettagli di quali azioni concrete verranno proposte nello specifico da PlasticEurope, il contributo che l'industria della plastica non potrà per ovvie ragioni dare è senza dubbi quello della prevenzione del rifiuto alla fonte e cioè la sua non produzione.
Non possiamo infatti aspettarci che un'azienda rinunci spontaneamente a quote di mercato o investa in innovazione, spostando investimenti verso una diversificazione dei prodotti, se non arrivano forti segnali dai consumatori che fanno sì che una prima azienda sperimenti nuovi prodotti o servizi e venga poi seguita dalla concorrenza in caso di successo.
Come si può evincere dai sei punti della strategia sottoscritta, gli impegni che più facilmente l'industria accetta di sottoscrivere sono connessi con la promozione di una migliore gestione dei rifiuti per prevenire che finiscano in mare e per incrementare la percentuale di rifiuto plastico che viene intercettata per essere avviata ai canali di riciclo o al recupero energetico (leggi incenerita).
La crisi di materie prime o commodities che si profila all'orizzonte dovrebbe essere sufficiente per spingere da subito governi e aziende “illuminate” a ripensare progetti di sviluppo economico e programmi industriali in grado di ridurre consumi e sprechi evitabili attraverso un utilizzo efficiente delle risorse che necessariamente coincide con una riduzione dei rifiuti e con un loro utilizzo come risorse.
L'ultima direttiva europea in materia di gestione rifiuti recepita dal nostro paese 98/2008 con il Dlgs 205/2010 chiede con l'articolo 8 (ora 178-bis) al produttore di farsi carico dei costi connessi a tutto il ciclo di vita del prodotto, incluso lo smaltimento.
La palla in questo caso passa quindi anche alle aziende che commercializzano i loro prodotti nella plastica, che dovranno valutare, oltre all'aspetto legislativo, quali soluzioni di packaging o di erogazione del prodotto maggiormente rispondano a criteri di economicità, convenienza, responsabilità sociale e ambientale. E qui sta quindi il nostro ruolo e la parte che dobbiamo fare come cittadini consumatori: far capire in modo esplicito alla politica e alle aziende che noi siamo pronti a sostenere quelle politiche che possono garantirci un futuro più sostenibile per noi stessi ma soprattutto per le generazioni che verranno.
E che siamo pertanto pronti a pretendere di poter avere a disposizione una vasta gamma di quei prodotti e servizi che offrono un impatto ambientale ridotto nel loro ciclo di vita complessivo.

"L'economia della felicità" un documentario sui danni della globalizzazione (marzo '11)

The Economics of HappinessHelena Norberg-Hodge produttrice di films documentari, pioniere attivista ambientale parla con Jemima Roberts del suo ultimo film - L'economia della felicità - e del danno che sta facendo la globalizzazione e che cosa si può fare per contrastarlo.

Helena Norberg-Hodge ha approfondito alcuni aspetti riguardo la globalizzazione e i costi relativi. E' una dei pionieri del movimento localista, la sua carriera ecologica è iniziata con una visita al popolo Ladakh del Tibet nel 1975.
"Ancient Futures" è un libro che deriva dalla sua esperienza insieme alla fondazione della Società Internazionale per l'Ecologia e la Cultura [ISEC] dedicati alla promozione del concetto di localismo.
La sua ultima impresa è il documentario, The Economics of Happiness, che ha debuttato alla Royal Geographic Society il mese scorso. L'Ecologist cerca di scoprire con lei perché l'economia della felicità è così importante per l'ambiente.

Jemima Roberts: Helena, come debbo presentare te e il tuo lavoro?
Helena Norberg-Hodge: In qualità di esperta sugli effetti dell'economia globale: sulla cultura e sull'agricoltura.

JR: Parlami della Economia della felicità e quali motivazioni la muovano?
HNH: Il film è un derivato del mio lavoro per la mia organizzazione, ISEC, [Società Internazionale per l'Ecologia e la Cultura] che ho portato avanti per più di tre decenni con lo scopo di aumentare la consapevolezza circa l'impatto della economia mondiale e per sottolineare che la localizzazione, piuttosto che la globalizzazione, può salvarci dal baratro del disastro ambientale e sociale.
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JR: Quali sono le tue speranze per il film?
HNH: Che possa contribuire alla creazione di un movimento per il cambiamento economico e aiutare i movimenti sociali e ambientali a vedere i molteplici vantaggi dell'unirci per formare un nuovo movimento per una nuova economia.

JR: Hai lavorato su questi temi negli ultimi 35 anni. Sei in grado di guardare con distacco al tuo lavoro e vedere dei cambiamenti positivi?
HNH: Io sicuramente vedo un movimento, ma purtroppo il movimento proviene dall'alto - con un sacco di finanziamenti esteri per i combustibili fossili, la cultura del consumatore urbano - è qui che vedo più movimento.

JR: Come puoi rispondere alla obiezione che il movimento per una economia ambientalista / alternativa nel suo complesso è 'colpevole' di parlare più al suo interno piutttosto che alla società in generale?
HNH: Penso che sia una critica giusta. Si potrebbe certamente porre una maggiore energia per diffondere il messaggio più ampiamente. Si è data troppa importanza al parlare ai governi e al mondo dei grandi affari e non abbastanza ai comuni cittadini. Non credo che il problema sia che la società in generale è propensa a sottrarsi alle responsabilità. Anche in America la gente ha detto più e più volte che sarebbe disposta a fare dei sacrifici per un ambiente più pulito.

JR: Pensi che ci sia del vero nell'accusa che queste problematiche sono state appannate da istanze di classe nel contesto del Regno Unito?
HNH: Penso che questa accusa è ingiusta. Purtroppo le persone più emarginate e povere non sono generalmente in grado di fornire la stessa quantità di tempo e di energia per la costruzione di un movimento che le persone del ceto medio sono in grado di dare. Penso che dovremmo concentrarci di più, non di meno, su come mobilitare le classi medie. Spesso hanno un po' di tempo e di denaro per dare un contributo al cambiamento.

JR: Siamo di fronte a una crisi? E, se sì, è ambientale, economica o morale?
HNH: Penso che siamo di fronte a una crisi determinata da ignoranza e cecità rispetto alle connessioni che riguardano un contesto più grande che soggiaciono alla nostra crisi. La maggior parte delle nostre crisi sono causate dal sistema economico, ma c'è poca analisi rispetto a quelle connessioni.

JR: Tu metti in luce il pericolo di omogeneizzazione, che il modello occidentale favorisce la concorrenza, il conflitto. Ma sostieni anche che non siamo intrinsecamente avidi o competitivi?
HNH: A livello psicologico profondo, convincendo i giovani che otterranno il rispetto, l'ammirazione, l'amore che stanno cercando, attraverso il consumismo mettiamo in atto una manipolazione di un profondo istinto umano quale il desiderio di appartenenza. Pubblicità e media rafforzano questo messaggio, che, nel suo svolgimento, distrugge le strutture comunitarie che hanno assicurato alle persone l'affermazione di cui hanno bisogno. Ci siamo evoluti in gruppi - profondamente interdipendenti e connessi - la separazione e la concorrenza del mondo moderno è in antitesi ai nostri bisogni più profondi.

JR: Come, nella vita normale quotidiana di un individuo che vive in Occidente, la globalizzazione può essere contrastata?
HNH: Dobbiamo iniziare con il liberare la mente e dissociarsi dai tanti miti che ci tengono bloccati nella loro morsa. Il modo più efficace è quello di raccordarsi con gli altri che la pensano allo stesso modo per creare una cultura di liberazione e poi per avviare l'adozione di misure comunitarie che prendano la distanza dalla schiavitù economica.

JR: Tu hai detto che tutti abbiamo bisogno di diventare 'esperti di economia'. Ci puoi suggerire come, in termini reali, ciò potrebbe realizzarsi?
HNH: Abbiamo bisogno renderci conto di quanto grande è l'impatto del sistema economico, non di fare un corso di teoria economica, ma piuttosto di capire come il sistema economico funziona e qual è il suo effetto sulla società e sul mondo naturale. Questa comprensione può essere meglio ottenuta ricorrendo a fonti alternative di conoscenza.

JR: Helena, un'ultima domanda: cosa ti fa essere ancora motivata dopo 35 anni di lavoro su questi temi?
HNH: La mia motivazione è la convinzione che i nostri problemi sono soprattutto il risultato di una mancanza di comprensione olistica del sistema artificiale in cui siamo immersi. Sono stata costretta a vedere la situazione da un'angolazione diversa, da un angolo che credo possa aiutare a far luce sulle cause radicali della nostra crisi. Mi sento molto motivata per condividere questa prospettiva. Ciò che mi sostiene è la fede nella bontà fondamentale degli esseri umani, o meglio, la loro preferenza per le relazioni di cooperazione e di pace. Inoltre, il mio amore per la natura selvaggia e la consapevolezza che tanta parte di essa è ancora intatta e sana quanto basta per continuare a offrirci ispirazione e gioia.

Fonte : The Ecologist.org
Guarda il trailer di "The Economics of Happiness">>

Ritornano le “Iniziative Oceaniche 2011” (marzo '11)

surfrider 2011Nelle giornate del 24, 25, 26 e 27 marzo 2011, migliaia di persone parteciperanno alle Iniziative Oceaniche che ritornano ogni anno il primo week end di primavera per riconquistare, liberandole dai rifiuti spiagge, laghi, fiumi e fondali marini.
In uno stesso week end dal giovedì alla domenica, si svolgeranno contemporaneamente centinaia di operazioni organizzate localmente da volontari in varie parti del mondo.
La sede di Surfrider coordina le operazioni, comunica sull'evento e mette in condizione di organizzare e di animare una propria azione attraverso un sito dove è possibile inserire le iniziative che si vogliono organizzate e localizzare quelle già registrate.
A questa pagina sono elencate le iniziative oceaniche previste in Italia, ad oggi 59, che prevedono tra le altre pulizia di spiagge a Ventimiglia, Livorno, Ostia Lido,Misano Adriatico, Melendugno nel Salento, in diverse località della Sardegna ma anche di fiumi e laghi come a Casalmaggiore per il PO, il lago di Iseo e di Bilancino.
Surfrider Foundation Europa è un'associazione ambientalista nata in Francia (Biarritz) nel 1990. Riunisce oggi una rete di 1500 volontari, 8000 iscritti, più di 30.000 simpatizzanti con una quarantina di filiali locali attive in 12 paesi d'Europa.
Per ulteriori informazioni: www.surfrider.eu

urshuzEco design: quattro paia di scarpe con due paia di suole (febbraio '11)

Grant Delgatty è stato un designer di scarpe per oltre un decennio e ha collaborato per marche come K-Swiss, Puma, e Vans prima di decidere che ne aveva avuto abbastanza di creare modelli che sarebbero potuti piacere ai consumatori solamente per una stagione o due .
Delgatty ha preferito provare a creare una linea di scarpe che i consumatori avrebbero potuto personalizzare da soli, scegliendo suole e tomaie intercambiabili a seconda dell'occasione, della moda o dello stato d'animo di chi li indossa. Ma il designer si è spinto anche oltre realizzando delle scarpe con suole riciclabili. Così sono nate le scarpe Urshuz (pronuncia inglese Yer shoes).
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Prima delle scarpe Urshuz esistevano già sul mercato dei modelli di scarpe personalizzabili anche se i clienti dovevano solitamente aspettare un paio di settimane per ricevere i disegni e ordinarle. Oltre a creare scarpe subito a disposizione dell'acquirente e in grado di soddisfare “i capricci” di chi le indossa, Delgatty ha cercato di renderle il più possibile rispettose dell'ambiente attraverso la creazione di suole riciclabili.

L'arrivo delle scarpe Urshuz nei negozi è previsto per giugno e sarà inizialmente disponibile come collezione uomo poiché le linee per donne e bambini sono ancora in fase di progettazione. L'acquisto separato di due confezioni contenenti una coppia di suole in colori diversi e di due coppie di tomaie mette a disposizione del cliente quattro paia di scarpe.
Le tomaie aderiscono alle suole attraverso una serie di anelli elastici a forma di 'U' che si inseriscono ad incastro in appositi canali modellati nella suola. Le suole possono essere utilizzate con tomaie che ricalcano lo stile dei modelli Dockers, delle scarpe da ginnastica ma anche per modelli estivi aperti come sandali e ciabatte.
I prezzi, come riferisce il produttore, andranno per suole più tomaie dai 44,99 $ ai 74,99 $, a seconda dei modelli ma con una prevalenza di offerta che si attesterà sui 59.99 $ . Dal mese di giugno saranno sette i modelli disponibili in diversi colori presso punti vendita negli USA come Urban Outfitters.
Guarda il video di presentazione >>

Fonte: Treehugger.com

Ultime notizie flash sulla guerra ai sacchetti: California, Isole Hawai, Bulgaria e Zimbawe (febbraio '11)



Santa Barbara CA

L'amministrazione di Santa Barbara non ha voluto emettere provvedimenti di divieto per i sacchetti ma ha reso obbligatorio per gli esercizi locali aderire ad una campagna denominata Dov'è la tua borsa? già attiva e adottata a livello volontario da alcuni esercizi. Agli esercenti viene ora richiesto di affiggere il materiale informativo nei negozi e di istruire il personale a scoraggiare nei clienti l'uso del sacchetto a favore della borsa riutilizzabile. Le associazioni ambientaliste locali ritengono che la misura sia totalmente insufficiente ma amministrazione e commercianti temono che, in assenza di un divieto a livello di stato, il commercio locale possa perdere volume di affari a beneficio di comuni confinanti che non hanno restrizioni in atto nel consumo di sacchetti.
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Santa Monica CA
Il Consiglio comunale ha approvato il 25 gennaio scorso un divieto che vieta la distribuzione di sacchetti di plastica a partire dall'inizio di settembre in grande parte dei punti vendita del settore alimentare e presso i mercati all'aperto della città. Il provvedimento avrebbe dovuto entrare in vigore due anni fa ma dietro pressione dell'industria della plastica l'amministrazione cittadina ha dovuto commissionare uno studio di impatto ambientale a supporto dell'ordinanza.
Mark Gold, presidente di Heal the Bay, si dichiara soddisfatto del provvedimento che comporterà una drastica riduzione degli attuali 26 milioni circa di sacchetti consumati a Santa Monica ogni anno e il cui smaltimento costa alla comunità 25 milioni di dollari.
I residenti che dimenticheranno la borsa dovranno pagare 10 cent per un sacchetto di carta.

Marin County CA
Approvata il 25 gennaio nella Contea di Marin un'ordinanza che vieta i sacchetti di plastica nel settore alimentare a partire dal gennaio 2012 con 12 voti a favore e due contrari. Gli esercizi commerciali potranno fornire ai clienti sacchetti di carta riciclata ad un prezzo non inferiore ai 5 cent.
L'associazione Save the Plastic Bag Coalition ha commentato dicendo che presenterà un ricorso legale in quanto l'ordinanza non è stata accompagnata da uno studio di impatto ambientale secondo le procedure richieste dal California Environmental Quality Act, CEQA, che evidenzi anche l'impatto ambientale del sacchetto in carta.
Secondo l'amministrazione comunale, la misura adottata, che ha come obiettivo la salvaguardia di risorse naturali e dell'ambiente, non rientra tra quei progetti che richiedono una valutazione dell'impatto ambientale secondo il protocollo di analisi richiesto dal CEQA. Questo viene infatti applicato per valutare l'impatto di opere come, ad esempio, costruzioni edili o l'insediamento di aziende che hanno lavorazioni potenzialmente dannose per l'ambiente in un determinato territorio.

Zimbabwe
Il Governo dello Zimbabwe, preoccupato per l'impatto sempre più pesante causato dai sacchetti di plastica e su pressione dell'Agenzia di protezione ambientale EMA , Environmental Management Agency, parte del Ministero dell'Ambiente e del Turismo, ha proibito la commercializzazione di sacchetti di plastica con spessore inferiore ai 30 micron e la loro distribuzione gratuita nei supermercati.
I clienti stanno così trovando nei supermercati i sacchetti di plastica in vendita ad un prezzo corrispondente a circa 3 cent di euro oppure borse riutilizzabili. Secondo gli attivisti locali l'iniziativa è lodevole ma non è stata accompagnata da una comunicazione appropriata sui media nazionali che informasse la popolazione sul perché il provvedimento è stato preso e su come i cittadini possano fare la loro parte servendosi di borse riutilizzabili. Sono apparsi infatti solamente un paio di articoli sui giornali e un annuncio televisivo da parte del Ministro dell'Ambiente Francis Nhema trasmesso per due giorni sulla televisione di stato di fatto non sufficienti per preparare la popolazione che si sta confrontando con la novità direttamente alle casse dei supermercati.
Anche le maggiori insegne dei supermercati, tra cui TM Avondale, non hanno ritenuto di informare a loro volta la propria clientela sulla novità con avvisi alle casse o utilizzando altre modalità di comunicazione.
Molto probabilmente si tratta di un'occasione di educazione ambientale persa da una nazione che ha tutto l'interesse di trovare soluzioni per ridurre l'utilizzo di anche altre tipologie di plastica monouso come bottiglie o altri contenitori, considerato la mancanza di impianti di riciclaggio per la plastica che viene per lo più bruciata. L'abbandono dei rifiuti di plastica dove capita costituisce una vera piaga anche nello Zimbabwe come si può ben notare, ad esempio, visitando un'area della capitale Harare costituita da blocchi di edifici che ospitano sedi diplomatiche, abitative e commerciali, chiamata The Avenues. Anche nello Zimbabwe non mancano le rimostranze da parte delle industrie del settore che paventano perdite di posti di lavoro e che chiedono altre misure per affrontare la problematica tra cui la costruzione di impianti di riciclaggio anche con l'appoggio di opinionisti dei media nazionali.

Arcipelago delle Hawai: Isole di Maui e Kauai
E' entrato in vigore recentemente un divieto per i sacchetti di plastica nelle isole hawaiiane di Maui e Kauai applaudito dall'EPA Agenzia americana di Protezione Ambientale per l'importante riduzione di plastica che ne conseguirà e per la diminuzione di sacchetti che finiranno nell'oceano.
In entrambe le isole tutti i negozi, ristoranti inclusi, possono fornire solamente sacchetti biodegradabili e borse riutilizzabili- a titolo gratuito o a pagamento- pena una contravvenzione che può andare dai 500 ai 1000 dollari. Rimanendo nella zona del Pacifico, anche nell'arcipelago delle isole Samoa americane è stato approvato un provvedimento di divieto per i sacchetti di plastica che entrerà in vigore il prossimo settembre.

Bulgaria
Come riportato da The Sofia Echo lo scorso 7 gennaio il Ministero dell'Ambiente della Bulgaria ha annunciato l'introduzione di una tassa sui sacchetti di plastica con decorrenza luglio 2011.
Per ridurre il consumo dei sacchetti di plastica si vuole gradualmente incrementare il costo attuale dei sacchetti pari a 15 stotinki (circa 7 cent) di qualche centesimo ogni anno sino ad arrivare a 55 stotinki nel 2014 .
La Bulgaria, secondo un'indagine effettuata lo scorso novembre dalla televisione nazionale (BNT), è tra i maggiori consumatori di sacchetti (dopo gli italiani si intende!) con un consumo pro-capite di 270 sacchetti di plastica contro i 65 della Germania.
Riprese effettuate dalla BNT hanno documentato le grandi quantità di sacchetti distribuite nel paese, soprattutto nelle città e nei mercati rionali, dove alcuni degli acquirenti intervistati portavano a casa con gli acquisti sino a 12 sacchetti.

Gli scienziati avvertono: allevamento di pollame e suini va tenuto sotto controllo (febbraio '11)

allevamento intensivoSecondo un rapporto finanziato dal Governo Britannico i futuri legislatori dovranno considerare misure di tassazione e di controllo su consumo e produzione di pollame e suini alimentati con cereali.
Questo perché il pianeta non è in grado di sostenere l'aumento di consumo previsto di carne d'allevamento che potrebbe passare, entro il 2050 dai 37 kg attuali pro capite, ai 52 kg richiedendo un aumento del 70% dei capi di bestiame, e quindi dagli attuali 1,5 miliardi a circa 2,6 miliardi.
Gli scienziati individuano nell'aumento della domanda di colture alimentari per nutrire gli animali alcuni rischi e conseguenze come un sensibile rialzo dei prezzi alimentari, un aumento della deforestazione causata della richiesta di terreni coltivabili e un aumento delle emissioni di gas a effetto serra associate all'allevamento del bestiame.
Rimane ancora incerto il dato sul consumo di carne nelle economie emergenti come il Brasile e la Cina, se questo raggiungerà i livelli degli Stati Uniti, dove il consumo pro capite di cereali associato al consumo di carne è quattro volte superiore a quello di una dieta vegetariana.
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Inoltre il rapporto sottolinea che l'aumento di produzione di cereali necessari per suini e pollame avrebbe concrete ripercussioni su altre produzioni agricole necessarie, gravi conseguenze come il consumo di acqua, lo sfruttamento dei terreni agricoli, l'inquinamento delle acque influendo sulla sostenibilità complessiva della produzione alimentare.

Tra gli esperti autori del rapporto che ritengono che si dovranno prendere tutte le misure necessarie per ridurre il consumo di alcune carni, inclusa una tassa sulla produzione zootecnica, c'è il Professore John Beddington, consulente governativo britannico ( Chief Scientific Advisor).

Il rapporto, Il Futuro del Cibo e dell'agricoltura: sfide e scelte per una sostenibilità globale, formula una serie di altre proposte per realizzare entro il 2050 quel 40% di aumento di produzione di cibo necessario per una popolazione in espansione a livello mondiale. Tra queste troviamo l'eliminazione dello spreco alimentare , la promozione di investimenti in colture OGM e in metodi di agroecologia tra cui l'agricoltura organica.

Una riconversione totale dagli attuali sistemi di produzione agricola a quelli biologici, secondo lo studio, non sarebbe in grado di soddisfare le future richieste alimentari, a meno che non intervengano cambiamenti nella dieta dei consumatori così importanti e radicali da essere difficilmente ipotizzabili.

L'associazione ambientalista Friends of the Earth concorda con la parte del rapporto che evidenzia l'impatto negativo della produzione agricola. “ L'attuale sistema di produzione agricola costringe i contadini dei paesi poveri a coltivare per esportare i cereali necessari per gli allevamenti industriali e per la produzione di biocarburanti verso i paesi ricchi affamando le popolazioni locali” ha detto l'attivista Kirtana Chandrasekaran.

Fonte : The ecologist - Articolo di Tom Levitt del 24 gennaio 2011
Per saperne di più guarda l'intervento di John Beddington al programma BBC Breakfast>>

La plastica negli oceani: discariche galleggianti o zuppa di plastica? (febbraio '11)

Nelle ultime settimane si è assistito negli USA ad un dibattito riportato da quotidiani e siti specializzati che riguardava l'informazione fornita all'opinione pubblica circa l'entità dei depositi di plastica che si riscontrano nelle zone oceaniche in corrispondenza dei gyres, le correnti oceaniche a moto circolare che catturano la plastica dispersa in mare.
La questione ruota su una domanda circa la composizione di questi depositi, si tratta di discariche galleggianti, di cui la più nota e quella dalla situazione maggiormente compromessa è il Great Pacific Garbage Patch, la grande macchia di spazzatura del Nord Pacifico, grande oltre due volte le dimensioni del Texas, o si tratta piuttosto di una zuppa diffusa più o meno densa contenente pezzi di plastica per lo più di piccole dimensioni?
Il dibattito è iniziato quando giornali come il Science Daily hanno dato spazio ai risultati di uno studio effettuato da Angelicque White, assistente professore di oceanografia alla Oregon State University, che ha dichiarato: "Non c'è dubbio che la quantità di plastica negli oceani del mondo è assolutamente preoccupante, ma sconfinare nell'esagerazione va a minare la credibilità stessa degli scienziati. "
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Tra le riserve espresse c'è la rappresentazione visiva suggerita dai ricercatori o dai media nell'opinione pubblica circa le dimensioni e la consistenza del Great Pacific Garbage Patch che indurrebbe a pensare che si tratti di un'immensa discarica galleggiante formata da una spessa coltre di rifiuti.
Un'altra riserva che viene condivisa da diversi oceanografi concerne quegli specifici esiti di ricerche effettuate dall'Ente di Ricerca Marino Algalita nella zona del vortice subtropicale del Nord Pacifico che misurano la quantità di plastica presente nelle acque rapportata a quella del plancton.
In particolare uno studio di Charles Moore et all del 2001 che riporta che nel Nord Pacifico "l'abbondanza di plancton rilevata è stata di circa cinque volte superiore a quella della plastica, ma la massa di plastica è di sei volte superiore a quella del plancton".
Secondo la White e altri ricercatori non sarebbe possibile effettuare comparazioni del genere per diversi motivi. Innanzitutto l'attrezzo che viene usato per raccogliere i campioni in acqua avrebbe una rete da 333 micron con maglie cioè troppo larghe per intercettare i microscopici organismi vegetali anche monocellulari del fitoplancton che, insieme allo zooplancton ed il batterioplancton, formano il plancton.
Secondo uno studio effettuato da Karl nel 1999 nella zona del gyre del Nord Pacifico la scarsa quantità di nutrienti presenti nelle acque fa sì che la maggioranza degli organismi che compongono il fitoplancton raggiunga dimensioni che mediamente vanno da 1 a non più di 8 micron. La rete con maglie a diametro di 333 micron è quindi maggiormente indicata per catturare lo zooplancton: larve e piccoli animali come i crostacei che formano il krill. Inoltre la comparazione in percentuale tra frammenti di plastica e plancton viene determinata sulla base dei campioni secchi mente il plancton è costituito al 95% da acqua. Infine le concentrazioni di plancton presente nelle acque non sono stabili ma estremamente variabili poiché dipendenti dalla stagione, dalle temperature, dalla luce e da una dozzina di altre variabili, pertanto i dati di rilevamento sarebbero pur sempre riferiti ad una situazione, per così dire, momentanea.

Facendo un passo indietro per fare po' di storia, anche se vi erano state precedenti segnalazioni sulla presenza di plastica nei mari a partire dal 1969, quando Thor Heyerdal ne osservò per la prima volta la presenza durante una traversata del Nord Atlantico, è a Charles Moore che si deve il merito di aver portato il problema dell'inquinamento da plastica alla ribalta dell'attenzione internazionale.
Charles Moore viaggiando ai margini di una regata da Long Beach alle Hawai nel 1997 scopre casualmente l'esistenza di una zona di addensamento di rifiuti plastici nel Nord Pacifico. A seguito di questa, per lui scioccante scoperta, Moore fonda l'Ente di ricerca Algalita e conduce da allora sistematiche ricerche e rilevamenti, senza i quali questa problematica non avrebbe ricevuto la risonanza attuale né tantomeno indotto la nascita di studi in altri mari del mondo, (come quello in corso nel mare mediterraneo di cui parliamo in un altro articolo in Primo Piano).
Marcus Eriksen scienziato e ricercatore di Algalita e co-fondatore di 5GYRES.org, un progetto che si propone di studiare l'inquinamento da plastica nelle 5 più importanti zone dove agiscono le grandi correnti oceaniche, di ritorno da una spedizione nel Sud Atlantico, scrive sul blog "Anche se le isole di plastica non esistono, dopo aver percorso 20 mila miglia all'interno di quattro dei cinque gyre vi assicuro che la realtà è molto peggio di quanto non si creda perché i rifiuti di plastica sono presenti ovunque”.
La ricercatrice Anna Cummins moglie di Eriksen che partecipa a tutte le spedizioni scrive:
"Se si attraversano gli oceani del Pacifico del Nord, del Nord Atlantico, dell'Oceano Indiano o del Sud Atlantico dove siamo appena stati e si utilizza l'apposita rete a traino che setaccia le acque in superficie per un periodo da mezz'ora ad un'ora, è molto probabile trovare particelle di plastica. In alcuni casi i frammenti possono essere così pochi da esser contenuti in un cucchiaino, ma non mancano mai.
Durante la traversata dell'Atlantico del Sud, abbiamo buttato le nostre reti ogni 60 miglia sino a setacciare 4.000 miglia di oceano, e trovato plastica in ogni singolo campione. "
Secondo Marcus Eriksen il dato sulla proporzione plancton e plastica degli studi di Moore non va considerato ai fini di una sua precisa – e impossibile- quantificazione quanto piuttosto come un indicatore dell'abbondanza della plastica presente in mare. Questa zuppa plastica di micro frammenti che costituiscono cibo per pesci e che non possono essere rimossi è ormai presente in acque che, come estensione, costituiscono i 2/3 della superficie terrestre.
Ma se nessuno ripulisce le acque la plastica continuerà ad accumularsi? Dopo che i rilevamenti compiuti da Moore hanno registrato un importante aumento delle concentrazioni di plastica negli anni 90 recenti studi effettuati nei gyre del Nord Atlantico e del Nord Pacifico non hammo registrato un trend di accumulo così eclatante.
Kara Lavender Law di Sea Education, sulla base di rilevamenti effettuati e comparati con dati raccolti da ricercatori come Edward Carpenter nella zona del Nord Atlantico 3 decenni prima e da Robert Morris nel gyre del Sud Atlantico (riproducendo le modalità di raccolta dei campioni) non ha riscontrato un rilevante aumento della quantità di plastica presente. C'è stato sì un aumento ma non certo comparabile all'aumento della produzione e del consumo di plastica che c'è stato nella terraferma. Dove finisce la plastica allora? Secondo Eriksen una parte dei frammenti di plastica resi più pesanti da sostanze chimiche inquinanti persistenti come i PCB, policlorobifenili o gli IPA, idrocarburi policiclici aromatici o dai microorganismi che li colonizzano, affondano depositandosi sui fondali marini. Una grande parte della plastica invece, una volta fuoriuscita dalle spirali delle correnti viene spiaggiata su isole come le Hawaii e Bermuda che si trovano vicine ai gyre o verso la terraferma quando il centro dei gyre “vacilla” da est e ovest. Ma ci possono essere altre risposte che ancora non conosciamo.
Marcus Eriksen e il progetto 5GYRES attraverso le spedizioni che periodicamente vengono compiute tentano di dare delle risposte il più possibile accurate su quanta plastica si trova negli oceani, qual'è l' impatto dell'inquinamento da plastica sui pesci, sul loro allevamento e su come sia possibile porre la parola fine alla piaga della plastica in mare.
Attualmente, come si può seguire dal blog di 5GYRES, Eriksen sta nuovamente attraversando il gyre del Sud Atlantico e nella prossima primavera sarà nel Sud Pacifico da Valdivia nel Cile all'Isola di Pasqua. Con la spedizione di aprile saranno stati quindi esplorati tutti i 5 gyre e sarà disponibile una fotografia sulla distribuzione globale dell'inquinamento plastico. Così come sta avvenendo nella spedizione in corso, anche nella prossima verranno pescati e congelati dei campioni di pesci allo scopo di analizzare quali eventuali tossine sono presenti nei loro tessuti.
Tutta l'evidenza scientifica raccolta da 5GYRES e da altre spedizioni condotte da Scripps, NOAA e Sea Education verrà presentata alla quinta edizione International Marine Debris Conference che si terrà alle Hawai il prossimo marzo dal 20 al 25.

Articolo parzialmente tratto dal sito di Plastic Pollution Coalition.
Per saperne di più visita i siti 5GYRES.org e PPC

Rodale primo editore a lanciare la sfida di un mese senza plastica (febbraio '11)

casa editrice rodaleTra tante aziende dedite al greenwashing vale la pena di segnalare un'iniziativa lanciata dall'editore americano Rodale verso il suo staff, i suoi scrittori e lettori tutti: provare per l'intero mese di febbraio a vivere plastic-free a partire dall'eliminazione della plastica monouso.
Le regole consistono nel non introdurre nuova plastica in casa attraverso gli acquisti, non cucinare o conservare il cibo nella plastica e nel ridurre l'utilizzo della plastica in genere.
Scopo dell'iniziativa è capire quale ruolo gioca la plastica nella nostra vita e nelle nostre abitudini di consumo e quali margini di cambiamento sono possibili e replicabili dopo la fine dell'esperimento. Tra le ragioni evidenziate per raccogliere l'adesione c'è il fatto che i livelli di produzione attuale di oggetti in plastica hanno raggiunto cifre stratosferiche che l'ambiente non è più in grado di sostenere senza ripercussioni dannose su tutti i suoi ecosistemi. Il petrolio, da cui la plastica deriva, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile in esaurimento, ha una produzione altamente inquinante, a partire dalla sua estrazione sino ad arrivare ai prodotti finiti, ed altrettanto inquinante risulta essere il suo smaltimento nell'ambiente a causa della sua non biodegradabilità e presenza di sostanze chimiche tossiche che permangono per centinaia di anni nell'ambiente terrestre o acquatico.
Una ventina di blog e siti hanno aderito e stanno affrontando la sfida insieme agli organizzatori.
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La storia di Rodale
La case editrice viene fondata a New York nel 1930 da J. I. Rodale quasi per hobby a seguito di una sua passione per il cibo genuino e una vita sana. Per poter testare determinati interessi si trasferisce in campagna, fonda nel 1942 il movimento di agricoltura organica e lancia la rivista Organic Farming and Gardening. Nella convinzione che fosse necessario fornire evidenza scientifica che dimostrasse i benefici dell'agricoltura biologica fonda la U.S. Soil Association conosciuta oggi come l'Istituto Rodale. Questa Fondazione è stata l'artefice dei maggiori studi a lungo periodo che hanno comparato i metodi dell'agricoltura a base chimica con quelli dell'agricoltura biologica. La ricerca finanziata dall'Istituto Rodale ha dimostrato che l'agricoltura biologica è più produttiva, più redditizia, e più utile alla gente e al pianeta. Esperimenti empirici effettuati hanno dimostrato che l'agricoltura biologica è in grado di fermare il riscaldamento globale attraverso l'eliminazione combinata di sostanze chimiche altamente inquinanti e le capacità di sequestro del carbonio organico del suolo. Negli anni successivi seguendo l'interesse dei lettori orientati verso un'informazione che comprendesse anche tematiche salutistiche più ampie viene lanciata, nel 1950, Prevention magazine, la rivista che tratta di salute al femminile più letta al mondo .
Tra gli anni 70 e 80 Rodale si espande nel settore fitness con l'acquisizione di Runner’s World e Bicycling magazines. Nel 1983, molto prima che venga approvata una legge che limita il fumo nei posti di lavoro, Rodale dichiara il fumo off limits in tutti gli edifici aziendali. Inoltre i giornali del gruppo da sempre non accettano pubblicità a favore di sigarette, liquori, fertilizzanti chimici e pesticidi.
Nel 1988 Rodale lancia Men’s Health magazine, sfidando il luogo comune imperante al momento che gli uomini non fossero interessati alla loro salute. I dati di vendita della rivista che è leader nel suo genere e pubblicata in più di 44 paesi hanno ampiamente dimostrato il contrario.
Nel 2005 segue il lancio del Women’s Health magazine che si piazza rapidamente in buone posizioni di vendita. Tra altre pubblicazioni di successo a livello librario vanno segnalate due pubblicazioni di particolare importanza. La prima, The South Beach Diet esce nel 2003 e riesce ad influenzare l'industria alimentare al punto da far apparire su tutti gli scaffali nuove offerte come cereali integrali e pasta disponibili da quel momento in poi in maggiori quantità e variazioni.
La seconda pubblicazione, invece, più conosciuta anche a livello internazionale è il libro An Inconvenient Truth di Al Gore, pubblicato nel 2006, che ha profondamente cambiato l'informazione sulle tematiche ambientali e sul riscaldamento climatico.

Barcelona World Race : quando la plastica rovina la regata (febbraio '11)

Ryan Breymaier è l'unico partecipante statunitense alla Barcelona World Race, la prima e unica regata intorno al mondo con soli due membri per equipaggio impegnati in una competizione senza scali. Il percorso prevede la copertura di 25,000 miglia (46,3 mila km) con partenza e arrivo a Barcellona. I partecipanti: 15 squadre in rappresentanza di 8 nazioni dovranno in 2000 ore non-stop attraversare due oceani , due emisferi, tre capi ( Capo di Buona Speranza, Capo Leeuwin, Capo di Hornos) e lo Stretto di Cook, lasciando l'Antartide a dritta e attraversando zone con forti venti ed onde. Arrivo previsto a fine marzo>>
Per Ryan Breymaier, sponsorizzato da Neutrogena insieme al suo co-skipper Boris Herrmann (Germania) si tratta del primo viaggio che compie in determinate zone dell'oceano.
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Lo scorso 30 gennaio Breymaier, che si piazza al momento al sesto posto tra i 12 equipaggi ancora in gara, ha espresso il suo sgomento per tutta la plastica che ha visto in mare durante i primi 30 giorni di navigazione nel corso di una video conferenza.
"Ciò che mi manda letteralmente fuori dai gangheri", Breymaier ha detto, "è che ovunque si navighi si vede plastica galleggiare in acqua. Anche dove ci troviamo ora, non passa giorno che si veda passare qualche schifezza galleggiante di plastica, ed è terribile. Tanta plastica di tutti i tipi, reti da pesca, sacchetti, contenitori, bottiglie, taniche. Si trova ovunque, ho attraversato l'Atlantico per cinque volte, e anche durante l'ultimo viaggio di ritorno dal Costa Rica ne ho trovata molta. Lo stesso dicasi in quest'ultimo tratto, attraversando l'equatore verso l'emisfero sud e lungo la zona periferica dell'atlantico meridionale non si vedono altro che rifiuti in acqua”.
Kimball Linvingstone, giornalista nautico racconta nel suo blog Blue Planet Times di aver informato Manuel Maqueda in quanto co-fondatore di Plastic Pollution Coalition circa questa questa dichiarazione di Breymaier e di aver ricevuto una risposta non priva di una certa ironia.
Dice infatti Marqueda: ” Complimenti a Ryan Breymaier e al suo co-skipper Boris Herrman per aver ottenuto una sponsorizzazione per la regata intorno al mondo. E' di grande effetto sentire la rabbia e il dolore che prova per questa scoperta un professionista del mare come Ryan.
Tuttavia Ryan Breymaier è sponsorizzato da una società come Neutrogena che commercializza quasi tutti i suoi prodotti in contenitori di plastica. Sono molto pochi i cosmetici disponibili in vetro. Dobbiamo imparare a vedere le connessioni tra i nostri stili di vita e le conseguenze sull'ambiente determinate dalla nostra cultura “usa e getta”. Non si tratta solamente di uno smaltimento incorretto ma di un cattivo design privo del necessario approccio sistemico. Siamo tutti sulla stessa barca, e io sono felice di vedere sempre più persone a bordo per aiutare. La consapevolezza è il primo passo per arrivare a capire come poter fermare questa follia della plastica usa e getta."

Fermiamo la zuppa di plastica nel Mediterraneo! (gennaio '11)

frammenti presenti nelle acque del mediterraneoCirca 250 miliardi di frammenti microscopici di plastica galleggiano nel Mediterraneo, creando un danno biologico che si riverbera su tutta a catena alimentare, secondo una ricerca in corso che ha effettuato una prima analisi su campioni di acqua prelevati nel mese dello scorso luglio al largo della Francia, dell'Italia settentrionale e della Spagna ad una profondità di 10-15 cm circa.
La stima è stata effettuata da biologi marini francesi e belgi, che hanno analizzato i campioni prelevati da volontari al servizio del progetto Expedition MED (Mediterraneo in pericolo) a bordo di uno yacht di 17 metri. Il progetto è condotto da un'equipe di ambientalisti e biologi marini dell'Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare (Ifremer) e dell'Università di Liegi (Belgio).
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"Sulla base dei frammenti di plastica contenuti nel 90% dei campioni dal peso medio di 1,8 milligrammi si può desumere la presenza di almeno 500 tonnellate nell'intero mediterraneo con una media di 115.000 frammenti per km2", ha detto Francois Galgani, dell'Istituto francese Ifremer alla presentazione di questi primi risultati. Preoccupanti gli esiti dei rilevamenti al largo dell'Isola d'Elba, dove la concentrazione di frammenti sarebbe addirittura superiore a quella delle zone già compromesse degli oceani Pacifico ed Atlantico denominate grandi macchie o vortici di spazzatura con una concentrazione di 892.000 frammenti per km2!
Si tratta per ora di una valutazione preliminare poiché lo studio, che durerà tre anni, ha in agenda una serie di rilevamenti di cui uno in programma nei mesi di giugno e luglio di quest'anno nelle acque al largo di Gibilterra, Marocco, Algeria, Tunisa, Sardegna e Italia del Sud.
La missione di Expedition MED consiste nel:
1) rilevare la quantità e le implicazioni nocive della plastica presente sotto forma di microframmenti che si accumulano nel Mediterraneo minacciando l'equilibrio della biodiversità marina
2) aumentare la consapevolezza circa i danni causati dalla plastica in mare, e la necessità di ridurre
i rifiuti a monte
3) utilizzare le spedizioni per raccogliere specifici dati relativi a tutta la biodiversità marina del Mediterraneo (plancton, meduse, alghe ...)
mappa dl mediterraneoExpedition MED 2010 - 2013 è una novità non solamente per la Francia in quanto è il primo programma a livello europeo che si propone di studiare questo fenomeno allarmante di inquinamento da micro-plastica, quasi invisibile ma in grado di entrare nella nostra catena alimentare. I frammenti di plastica dalle dimensioni e colori simili al plancton vengono scambiati per cibo e ingeriti dai piccoli pesci che poi a loro volta vengono mangiati dai predatori più grandi.
La plastica, prima di frantumarsi in micro particelle agisce come un serial killer per centinaia di migliaia di mammiferi marini, tartarughe e uccelli che accumulano nel loro stomaco
grandi quantità di questi rifiuti sino a rimanerne vittime. La plastica dopo la morte dell'animale torna infinite volte libera nell'ambiente uccidendo ancora.
Lo studio si propone di rispondere a molte domande circa la presenza della plastica in mare tra cui:
- Quanti sono i microframmenti che attualmente fluttuano nel Mediterraneo e dove si concentrano maggiormente
- In quale misura la quantità attuale è destinata a crescere nei prossimi decenni: è il Mediterraneo in procinto di divenire una zuppa di plastica di cui si cibano i pesci?
- Quanti frammenti si depositano in fondo al mare e quanti vengono ingeriti
- Quali tipi di plastica li compongono è qual'è la loro origine
- Sono queste particelle in grado di veicolare inquinanti nella catena alimentare
- Quali reali effetti hanno sulla biodiversità marina?
- Quale impatto sociale, economico di salute pubblica possono rappresentare per le popolazioni del Mediterraneo

Grazie ai suoi sostenitori e partner, Expedition MED vuole raccogliere tutta l'evidenza scientifica necessaria che confermi l'assoluta necessità di proseguire il programma di ricerca e di prelievi in tutto il Mediterraneo fino al 2013.
In questo modo sarà possibile far conoscere a politici, industriali e associazioni la portata attuale di questo inquinamento da detriti nel Mediterraneo, un mare già indebolito e considerato uno dei più inquinati del mondo, e dei pericoli che questo rappresenta per la vita marina e la salute umana.
Mentre i dati scientifici raccolti dalla spedizione saranno fondamentali per anticipare i rischi reali di inquinamento nei prossimi decenni, essi serviranno a ben poco senza la mobilitazione e la solidarietà di coloro per i quali il mare è una risorsa vitale, un lavoro, un futuro, un hobby capace con l'azione di scongiurare un peggioramento dei livelli di inquinamento del Mar Mediterraneo e nello stesso tempo degli altri mari ed oceani.
Considerando che l'inquinamento è una condizione che tocca tutti e che andrebbe aggredito alla fonte il team di Expedition ME, in collaborazione con un gruppo di associazioni di paesi di tutto Mediterraneo, si appella ai cittadini chiedendo loro di firmare una petizione internazionale che richieda al Parlamento europeo "Un quadro giuridico europeo rafforzato che promuova una progettazione ecocompatibile * dei prodotti di consumo, e una legislazione che combatta l'imballaggio eccessivo e riduca la produzione di articoli usa e getta”.
A fronte della possibilità offerta dall'art. 194 del trattato CE che mette in condizione qualsiasi cittadino di un Stato membro dell'Unione di portare una legge all'esame del Parlamento europeo a fronte della raccolta di almeno un milione di firme da almeno un terzo degli Stati membri è stata lanciata la petizione 1 MILIONE di clic per salvare il Mediterraneo.
E' partita allo scopo una campagna di sensibilizzazione e mobilitazione che vede impegnate le associazioni ambientaliste partner del progetto in Italia, Marocco, Algeria, Francia, Spagna, Grecia e Turchia ad informare i propri cittadini e turisti su questa forma di inquinamento, le sue implicazioni e ottenere la loro adesione alla petizione.
Expedition MED cerca anche di creare una rete costituita da centri di ricerca, associazioni ambientaliste e centri di ricerca universitari impegnati nella protezione della biodiversità marina e nella lotta contro l'inquinamento da rifiuti. Al momento collaborano con altre ONG attive negli oceani Pacifico e Atlantico condividendo dati, attrezzature ed esperienze.
Seguendo questo link www.expeditionmed.eu è possibile scaricare il rapporto di presentazione del progetto e firmare la petizione.
* La progettazione ecocompatibile o Ecodesign è la progettazione di un oggetto in modo che causi il minor danno possibile all’ambiente durante tutte le fasi del suo ciclo di vita: dalla produzione all’uso ed infine allo smaltimento, secondo il concetto “from cradle to grave”, letteralmente “dalla culla alla tomba”.

Torna a salire il consumo di sacchetti di plastica nel Regno Unito (gennaio '11)
Mentre il consumo sale in Inghilterra l'applicazione della tassa sui sacchetti in Irlanda si conferma come un successo che non ha eguali

Torna a salire il consumo medio di sacchetti di plastica in Gran Bretagna dopo un primo parziale successo conseguito grazie ad un accordo volontario sottoscritto dai rivenditori per ridurre le quantità distribuite ai clienti, secondo i dati rilevati in questa settimana.
Al contrario, in Irlanda, dove vige una tassa sui sacchetti di plastica dal 2002, il consumo è precipitato. I consumatori del Regno Unito attualmente utilizzano quantità di quasi quattro volte più alte di sacchetti di plastica rispetto all'Irlanda.
Secondo le cifre fornite dal New Statesman, la fonte ufficiale del governo, il consumo procapite mensile era sceso dagli 11 sacchetti del 2002 ai 7.2 del 2009, per poi crescere nuovamente sino ai 7,7 dello scorso anno - l'equivalente di 475 milioni di sacchetti al mese. Gli andamenti del consumo in Irlanda nello stesso periodo come puntualmente registrano le entrate fiscali della tassa è passato dai 27 sacchetti al mese consumati nel 2002 ai 2 del 2009, suggerendo che la tassa sta avendo un forte impatto sul comportamento dei consumatori.
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L'Irlanda era partita nel 2002 con l'introduzione di una tassa di 15 centesimi che ha dovuto essere alzata a 22 centesimi nel 2007 per contrastare una ripresa del consumo. L'imposta, che i rivenditori sono tenuti per legge a ribaltare come costo al cliente viene utilizzata per progetti a carattere ambientale.
"In Irlanda gli acquirenti si sono liberati degli inutili sacchetti di plastica come i dati ci dimostrano", ha detto Julian Kirby, di Friends of the Earth "Una tassa simile anche in Inghilterra ci aiuterebbe a risparmiare risorse e ridurre i gas climateranti".
Quattro anni fa, la problematica ambientale causata dai sacchetti di plastica è stata portata alla ribalta della cronaca grazie all'azione di Rebecca Hosking documentarista della BBC che ha guidato la rivolta bandendo i sacchetti di plastica dal villaggio dove abitava Modbury nel Devon.
Rebecca ha convinto i negozianti locali mostrando loro un documentario e fotografie che rivelavano la tragedia silenziosa di centinaia di migliaia di creature marine uccise da sacchetti e altri imballaggi e oggetti di plastica che invadono isole disabitate dell'oceano Pacifico. Giornali come il Daily Mail hanno aderito alla campagna nel 2008 con un appello a bandire le buste per liberare strade, campi, parchi, spiagge, fiumi e mari per poter permettere ai nostri figlie nipoti di godere della natura .
Nonostante il supporto ottenuto dall'iniziativa “Plastic bag free cities” * Gordon Brown non arrivò a decidere per un divieto o una tassa permettendo ai rivenditori di creare un accordo volontario. Il rapporto sulla produzione di rifiuti del New Statesman conclude che, alla luce dei nuovi dati sul consumo, l'accordo si è rivelato un limitato successo.
"Siamo certamente favorevoli ad un divieto sui sacchetti di plastica", ha detto Sam Jarvis del gruppo Wastewatch "così come siamo disposti a sostenere un divieto per qualsiasi prodotto usa e getta come i rasoi. I sacchetti di plastica sono un problema sentito e il divieto potrebbe incoraggiare le persone a considerare i rifiuti in modo più ampio. L'esempio irlandese mostra che questo può davvero funzionare. "
"Se Gordon Brown non si fosse fatto mettere sotto scacco dalle lobby della grande distribuzione", dice Rebecca Hoskins, " i sacchetti di plastica sarebbero ora un lontano ricordo e saremmo tutti qui a chiederci perché la cosa ci fosse apparsa allora così complicata."

Articolo di Bibi van der Zee
17 gennaio 2010- www.guardian.co.uk

*La nostra campagna si è ispirata all'azione di Rebecca Hosking (vedi scheda di lettura a lei dedicata nella sezione Scuole) e al movimento Plastic bag free cities che però senza un coordinamento centrale ha perso la sua forza ed ispirazione iniziale.

SACCHETTI DI PLASTICA BANDITI, ADESSO ANDIAMO OLTRE ALL' "USA E GETTA"! (gennaio '11)

Con il primo gennaio 2011 e' entrato in vigore il divieto di commercializzare i sacchetti di plastica e viene data agli esercizi commerciali la possibilità di esaurire le scorte a titolo gratuito per il cliente. Il Ministero dello sviluppo economico ha emesso una recente nota specificando che i sacchetti biodegradabili permessi sono esclusivamente quelli che rispondono ai requisiti di biodegradabilità e compostabilità definiti dalla norma tecnica armonizzata UNI EN 13432.
Non essendo però stati pubblicati decreti attuativi o circolari informative resta ancora da capire quali tipologie di sacchi da asporto (con o senza manici) sono vietati, quali comparti del commercio verranno interessati dal provvedimento e le modalità di applicazione di meccanismi sanzionatori.
In attesa di ulteriori sviluppi restano quanto mai validi gli obiettivi e la battaglia che la campagna Porta la Sporta conduce da oltre 18 mesi con attività di comunicazione capillare verso tutti gli enti locali italiani: comuni, provincie, regioni, ma anche nei confronti dei gruppi della grande distribuzione, associazioni del commercio e singoli cittadini. Non è un caso che il termine “sporta” venga ora usato anche nelle regioni italiane dove era precedentemente sconosciuto.
L'obiettivo primario della Campagna Porta la Sporta è quello di eliminare progressivamente le soluzioni “usa e getta” quando si hanno a disposizione per lo stesso utilizzo della soluzioni a più basso impatto ambientale. L'usa e getta più impattante è quello prodotto con la plastica, un materiale che come ormai tutti sanno non si biodegrada e che rispetto all'uomo ha una vita eterna.
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Il sacchetto, che non è certamente il nemico numero 1 per l'ambiente, rappresenta però l'emblema del nostro consumismo e l'oggetto più presente del nostro quotidiano che accompagna tutti i nostri acquisti. Allo stesso tempo è l'oggetto di cui possiamo fare più facilmente a meno dotandoci di una serie di borse riutilizzabili. La campagna Porta la Sporta a partire dal racconto sul sacchetto di plastica vuole far ragionare sull'uso improprio della plastica nell'usa e getta e sull'assurdità di andare a sprecare energia e risorse preziose per soddisfare comodità momentanee e compromettere il futuro delle generazioni a venire.
Il consumismo è riuscito a farci considerare normale e di inderogabile necessità la presenza nel nostro quotidiano di centinaia di oggetti usati per pochi minuti, ma anche qualche giorno o settimana, che, quando smaltiti, permangono per centinaia di anni nell'ambiente o nelle discariche: liberando sostanze chimiche potenzialmente tossiche per la salute animale e umana o quando bruciate producono tossine e nano polveri. Per non parlare dei mari e degli oceani ridotti a discariche dove vaste aree vengono denominate dai ricercatori marini “Plastic soup” minestroni più o meno densi di oggetti o frammenti di plastica di varia misura che si scompongono lentamente sino ad arrivare alle dimensioni del plancton. In vaste aree degli oceani le particelle di plastica superano come quantità il plancton di almeno sei volte e nelle zone più inquinate si arriva a 30-40 volte, come documentano le ricerche della Fondazione marina Algalita di Charles Moore. La plastica con i suoi componenti tossici “originali”, a cui si aggiungono altre sostanze chimiche disperse nelle acque che la plastica assorbe e concentra in sé, è già entrata nella nostra catena alimentare e nei nostri organismi con tutta una serie di evidenti conseguenze sulla salute.
Abbiamo sprecato e fatto le cicale per quasi 50 anni comprando oltre il necessario, adescati dalle sirene del marketing al servizio di quell'economia che doveva crescere vendendo sempre più beni: adesso non possiamo pretendere che non ci venga presentato il conto.
Nel corso del 2010 siamo arrivati ad esaurire, già ad agosto, le risorse che la terra è in grado di produrre in un anno. Non possiamo pertanto ignorare che i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la carenza di cibo e acqua non siano chiari segnali del fatto che non potremo più continuare a consumare 'a credito' senza conseguenze. Lo ha denunciato il Global Footprint Network che promuove la sostenibilità ambientale attraverso 'l'Impronta ecologica', uno strumento di contabilità ambientale che misura le risorse naturali disponibili e quante ne usiamo.
Tra le azioni possibili c'è la sensibilizzazione e l'educazione dei cittadini per renderli consapevoli, attraverso l'informazione, su quelle che sono le conseguenze ambientali di quelle azioni quotidiane. Apparentemente banali, e inconsciamente improntate al consumismo, moltiplicate per miliardi di individui, sono responsabili di danni globali come l'inquinamento da plastica. Allo stesso tempo si debbono offrire ai cittadini che vogliono ridurre la propria impronta ecologica quei suggerimenti e soluzioni alternative di consumo consapevole che siano di facile adozione e a portata di mano.
Su questo fronte si è mossa e distinta la campagna Porta la Sporta coinvolgendo enti locali, associazioni, scuole, gruppi della grande distribuzione, ecc., in diverse iniziative finalizzate ad una riduzione nel consumo del sacchetto. Ma i tempi dell'educazione e della conoscenza sono necessariamente lunghi e non essendoci troppo tempo da perdere vanno valutate allo stesso tempo delle misure che, facendo leva sul portafoglio, raggiungano anche i soggetti meno recettivi.
Mentre è prevedibile, oltre che augurabile, che i consumatori passino gradualmente all'utilizzo della borsa riutilizzabile nei supermercati dopo aver realizzato che il sacchetto biodegradabile costa almeno il doppio ed è più fragile di quello di plastica. Meno automatico invece si rivelerà il passaggio proprio in quei luoghi dove vengono smerciate grandi quantità di sacchetti: nei negozi e nei mercati rionali.
Tanti esercenti in mancanza di iniziative comuni e condivise si limiteranno a inserire nei costi di esercizio, e quindi nei prezzi, i maggiori costi che l'approvvigionamento dei sacchetti biodegradabili comporta. Sopravviverà così al divieto, nell'immaginario dei consumatori, l'illusione di avere il sacchetto gratis: proprio il malinteso che ha alimentato nei decenni la crescita smodata del consumo di sacchetti.
Porta la Sporta ha sollecitato le sedi locali delle associazioni del commercio ad aderire alla campagna invitando i loro associati a visitare il sito dell'iniziativa, a prendere spunto dai suggerimenti e consigli a disposizione, a scaricare i materiali (come volantini e locandine) allo scopo di perseguire una scelta di trasparenza e correttezza: informando la clientela sull'impatto dell'usa e getta, promuovendo l'utilizzo della sporta e trovando sistemi efficaci per ridurre il consumo del sacchetto tra cui addebitarne il costo al cliente.
A questo approccio che, rispetto all'applicazione di un puro divieto, prevede un coinvolgimento degli esercizi commerciali e la partecipazione attiva dei cittadini sollecitati a intraprendere delle nuove abitudini hanno creduto le Amministrazione di Venezia e Firenze che hanno adottato la nostra campagna.
Per liberarsi del peso economico e ambientale dell'imballaggio non c'è che la strada della sua eliminazione ovunque possibile, le tre erre diventano almeno quattro perché ancor prima di RIDUCI, RIUSA, RICICLA c'è RIFIUTA.
Il 25 dicembre è entrato in vigore il D.Lgs n. 205/2010 che recepisce l'ultima normativa europea di gestione dei rifiuti che indica come priorità la prevenzione del rifiuto e cioè la sua non produzione. Se gli italiani non riescono a fare a meno di utilizzare sacchetti monouso, che rappresentano lo spreco e il rifiuto più facilmente evitabile, per motivazioni superficiali che vanno dalla pigrizia, all'assuefazione alle comodità, alla mancanza di organizzazione, come si può pensare che possano essere pronti ad altre azioni necessarie per poter ridurre l'impatto ambientale degli attuali stili di vita e contribuire a ridurre le emissioni di Co2 in modo importante?

Nuovo sapone in vecchia bottiglia ovvero il riutilizzo del packaging (dicembre '10)

Sino a che le industrie non si prenderanno carico di chiudere il ciclo di vita complessivo della propria produzione, riutilizzando più volte anche lo stesso packaging, esperienze come quella di New Soap, Old Bottle nuovo sapone in vecchia bottiglia, sono da plaudire e replicare.
New Soap recupera sia bottiglie di plastica per bibite che bottiglie di vetro, le igienizza e le riempe di detergenti di diverse marche acquistati in grandi contenitori. Alle bottiglie vengono applicati tappi, erogatori o spruzzatori a seconda che si tratti di sapone liquido, piuttosto che detergente per vetri o detersivo per piatti. Per ogni bottiglia venduta ne vengono risparmiate due, quella che viene sottratta alla discarica o al riciclo e quella che avrebbe dovuto essere acquistata ex novo che viene invece riutilizzata. Un'esperienza simile è stata realizzata qualche anno fa anche da Tom Szaky, fondatore di Terra Cycle che commercializza un fertilizzante naturale e un detergente multiuso in bottiglie di soda usate a cui viene applicato uno spruzzatore.

Plastic Pollution Coalition un'alleanza globale per dire NO all'utilizzo della plastica “usa e getta” (dicembre '10)

Portare alla ribalta del dibattito ambientale politico e sociale globale quelle che sono le dimensioni dell'inquinamento da plastica di cui soffre il pianeta è parte integrante della missione di Plastic Pollution Coalition. Il recente forum del 6 novembre scorso TedxGreatPacificGarbagePatch si è infatti concluso con la consegnadi 4 specifiche sfide per il 2011 rivolte ad aziende, decisori politici e singoli individui di ogni nazione affinché si passi da un consumo “usa e getta” ad un uso più sostenibile e responsabile della plastica.Hanno partecipato all'evento promosso da Plastic Pollution Coalition, oltre ad artisti e noti personaggi che appoggiano la causa, anche eminenti esperti in questioni ambientali e di salute pubblica che si sono susseguiti come relatori: da Sylvia Earle, oceanografa e scienziata di grande fama, a Van Jones già Special Advisor for Green Jobs nel Governo Obama a Jeanne Rizzo Presidente di Breast Cancer Fund e co-fondatrice di Collaborative on Health and the Environment e della campagna per una cosmetica sicura, Campaign for Safe Cosmetics.
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Oltre ai 150 tra artisti, attivisti e scienziati presenti a Santa Monica hanno partecipato migliaia di persone negli Stati Uniti e in altri paesi connesse da oltre 75 collegamenti satellitari che hanno seguito e commentato in diretta streaming i vari interventi.
I relatori hanno fornito informazioni e numeri sull'impatto ambientale della plastica e indicato quali possano essere le azioni necessarie per porre un freno immediato ad un consumo di plastica inarrestabile che Beth Terry, fondatrice del blog Fake Plastic Fish ha evidenziato essere in America pari a 100 kg pro capite annuo.
"La campagna lancia quattro sfide verso il cambiamento che possono avere un impatto immediato sul nostro ambiente", ha detto Daniella Russo, direttore esecutivo della PPC, "C'è una finestra di opportunità da sfruttare adesso. Bisogna agire subito e ci ripromettiamo di collaborare con i referenti politici del governo gli individui, le imprese per fermare l'inquinamento chimico devastante che la plastica causa ai nostri oceani, all'ambiente in genere e all'organismo umano."

E veniamo alle quattro sfide che sono state lanciate durante la conferenza di cui la prima, rivolta a individui e imprese, è quella di RIFIUTARE la plastica usa e getta.
Erica Williams ha spiegato che non è giustificabile produrre per un utilizzo di pochi minuti oggetti che durano per sempre con un costo ambientale enorme e che l'utilizzo monouso della plastica nelle case e nelle aziende va rivisto. "Sfidiamo ora tutti gli individui e le imprese a porre fine alla loro dipendenza dalla plastica usa e getta", ha detto la Williams, recentemente nominata da Politico.com come uno dei 50 Top personaggi politici da tenere d'occhio.
I partecipanti all'evento hanno sottoscritto l'impegno a rifiutare la plastica usa e getta, fra questi noti personaggi come Benicio Del Toro, Jack Johnson ed altri.
La seconda sfida è rivolta ai produttori di plastica in tutte le sue forme dagli imballaggi agli altri prodotti e consiste nel chieder loro di assumersi la responsabilità sui propri prodotti e di sviluppare volontariamente alternative biodegradabili.
Questa sfida alla responsabilità è stata consegnata dallo scienziato Wallace "J." Nichols, Phd, attivista, Ricercatore Associato presso la California Academy of Sciences e fondatore di Ocean Revolution . "Vi sfidiamo ad assumervi la responsabilità dei vostri prodotti sino alla fine del loro ciclo di vita", ha detto Nichols. "Il packaging che scegliete per i vostri prodotti è vostra responsabilità, non dell'acquirente". Con questa sfida, Nichols si augura di vedere l'industria ripensare la progettazione dei prodotti per ridurne sia l'impronta ecologica sia il livello di tossicità per l'uomo e l'ambiente.
La terza sfida è stata indirizzata ai decisori e leader politici di tutto il mondo: sviluppare politiche che frenino l'uso irresponsabile della plastica.
Leslie Tamminen, Consulente di Seventh Generation, ha invitato i leader politici ad adottare politiche che sostengano e incentivino gli individui e le imprese nei loro sforzi per eliminare la plastica usa e getta. Guarda il video intervento>>
La quarta sfida è rivolta a tutte le nazioni affinché si uniscano per formare un fronte contro la minaccia che la plastica rappresenta per l'ambiente, i bilanci e la salute pubblica.
H.E. Mr. Stuart Beck, ambasciatore e rappresentante permanente delle Nazioni Unite all'Isola di Palau ha rivolto un appello al mondo a nome di tutte le piccole nazioni insulari. "L'inquinamento da plastica sta distruggendo il nostro mare, il nostro pianeta, e infine anche la nostra salute: è giunto il momento di mettere la parola fine."

Per saperne di più su PPC e TED
Plastic Pollution Coalition è un'alleanza globale di individui, organizzazioni e imprese che lavorano insieme per fermare l'inquinamento da plastica e il suo impatto tossico sull'uomo, sugli animali e l'ambiente cercando di portare questa problematica sotto i riflettori a livello mondiale.
Nasce su iniziativa di quattro esponenti della società civile : Manuel Marqueda, Lisa Boyle, Dianna Cohen e Daniella Russo che già avevano avuto occasione di confrontarsi con questa problematica nei diversi ambiti professionali e che, a partire dal giugno del 2009 lavorano per fondare questo nuovo soggetto che il 21 ottobre 2009 inaugura il proprio sito.
La coalizione si è proposta di riunire tutta una serie di fondazioni, associazioni, programmi, singoli attivisti nazionali e locali che già da tempo combattono l'inquinamento da plastica seppur da prospettive differenti e con approcci diversi nella convinzione che coordinando strategie, sforzi e comunicazione si possano raggiungere più efficacemente gli obiettivi comuni.
A proposito di TED
Ted, acronimo di Technology Entertainment Design, è un organizzazione senza scopo di lucro nata 25 anni fa come promotrice di una conferenza annuale dedicata alle "idee degne di essere diffuse" che in quel momento storico meglio rappresentavano il mondo della tecnologia, dell'intrattenimento e del design.
Da allora i campi di interesse si sono ampliati e oggi coprono l'ambientalismo, le arti ed i progetti volti a migliorare la vita umana. Oltre a due conferenze annuali TED Conference in Long Beach e Palm Springs a primavera e TED Global Conference in Oxford UK in estate, TED mette a disposizione TEDTalks una sezione del sito che contiene oltre 700 interventi liberamente scaricabili che, grazie al progetto di traduzione Open Project, vengono corredati di sottotitoli in molte lingue con la collaborazione di traduttori volontari, e altri programmi come TEDx, che offre ad individui e gruppi un supporto per organizzare eventi in tutto il mondo e TEDFellows che aiuta gli innovatori a cambiare il mondo ovunque si trovino aderendo alla comunità di TED che amplifica l'impatto dei loro progetti e attività.
TED ha inoltre indetto un premio annuale destinato a quelle persone eccezionali che lottano per cambiare il mondo e che con questo premio vengono messe in condizione di realizzare un loro desiderio.
Nel 2009 ha ricevuto il Ted Prize Sylvia Earle a cui abbiamo dedicato una scheda di lettura della nostra sezione Scuole.

LA GUERRA AI SACCHETTI IN CALIFORNIA (dicembre '10)

Anche se ci sono un centinaio di iniziative attive negli Stati Uniti la California è lo stato da sempre in prima linea nella lotta contro i sacchetti di plastica.
L'evidenza dell'inquinamento da plastica che minaccia le sue spiagge e le sue acque e una storia di legislazioni avanzate in campo ambientale hanno contribuito a stimolare la nascita di un movimento di opinione contro l'utilizzo della plastica “usa e getta”.
L'industria delle materie plastiche, nella veste dell'associazione che ne difende gli interessi, L'America Chemical Council (ACC), non si può dire che sia stata a guardare negli ultimi anni riuscendo a bloccare ordinanze di divieto già emesse con ricorsi legali diretti o intentati da altri soggetti con affinità di intenti come Save the Plastic Bag una coalizione formata da produttori/distributori di sacchetti.
Mentre le città di Manhattan Beach, Santa Monica e Oakland sono alle prese con i ricorsi il voluto effetto intimidatorio di queste cause ha bloccato altre cittadine che stavano lavorando ad una ordinanza come San Diego o Solano Beach.
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Inoltre la pressione esercitata dall'ACC sull'opinione pubblica, i media e i senatori ha fatto si che non passasse lo scorso agosto la proposta di legge AB1998 che avrebbe bandito i sacchetti di plastica e tassato quelli di carta in tutto lo stato.
Per portare a casa 21 voti contro l'ordinanza e limitare a 14 i favorevoli, ACC ha investito milioni di dollari in attività di lobbying e di acquisto di spazi sui media comprando intere pagine sui giornali e facendo passare su televisioni e internet un video prodotto “last minute” che ridicolizzava pesantemente il governo nazionale.
Tuttavia, aggirando vari ostacoli che spiegheremo raccontando sui singoli casi di successo, sono riuscite a farcela tra le altre le città di: San Francisco, Fairfax, Palo Alto, parte del territorio della contea di Los Angeles, la zona degli Outer Banks nella Carolina del nord, Washington, D.C., ecc.
Diverse città si aggiungeranno nei prossimi mesi e forse anche qualche primo stato.
Vi raccontiamo intanto a seguire i dettagli sul percorso scelto da alcune di loro come Long Beach, SanJose, Malibu.
Sostanzialmente gli ostacoli da aggirare per le amministrazioni che vogliono emettere un divieto toccano sostanzialmente due aspetti critici che vanno considerati nell'elaborazione dell'ordinanza. Il primo riguarda la possibilità o legittimità nell'applicare una tassa statale o locale sull'utilizzo di un prodotto monouso e il secondo concerne l'alternativa monouso che viene proposta o favorita da un bando. Su questi due aspetti e relative implicazioni l'industria della plastica ha basato ad oggi i suoi ricorsi e le sue azioni di contrasto.
La città di San Francisco nel 2007 è stata l'esempio di come riuscire ad evitare di essere bloccati sull'aspetto della legittimità di una tassa. Ci è riuscita cambiando il piano che all'origine prevedeva una tassazione dei sacchetti.
Questa necessaria contromossa è arrivata come risposta alle reazioni dell'industria della plastica che, una volta a conoscenza dei progetti di San Francisco, ha fatto pressione sulla politica per avere una legge che impedisse una tassazione oltre a rafforzare con l'investimento di oltre 1 milione di dollari un loro progetto chiamato Bag Progressive Affiliates (BPA). BPA, oltre a promuovere l'educazione dei consumatori attraverso il riuso e il riciclo si occupa anche di contrastare leggi e provvedimenti di enti locali non in linea con i propri interessi.
L'amministrazione di San Francisco emettendo un'ordinanza di divieto, la prima del paese che interessava la grande distribuzione e le parafarmacie è riuscita così nel suo intento. L'ordinanza, dopo tre anni di rodaggio, sta per essere estesa ora ad altri settori merceologici del retail.
Ironicamente- visto la gravità dell'impatto ambientale causato proprio dalla plastica in primis- il secondo aspetto su cui si basano per lo più i ricorsi dell'industria della plastica, consiste nell'assenza di uno studio di impatto ambientale o di LCA, allegato all'ordinanza che dimostri che l'utilizzo della carta o altri materiali) è meno impattante per l'ambiente.
L'ACC e associazioni affini di difesa degli stessi interessi, ritengono infatti, o meglio fa comodo farlo credere all'opinione pubblica disinformata, che i divieti o le legislazioni volte a limitare l'uso della plastica usa e getta, siano di fatto l'approvazione incondizionata della soluzione in carta.
Sono diverse le cittadine che sono state costrette a produrre uno studio di impatto ambientale “Environmental Impact Report” (EIR) o che si sono adeguate a scopo precauzionale. In alternativa, sempre in occasione di ricorsi, viene richiesto uno studio di impatto ambientale secondo le linee guida del California Environmental Quality Act (CEQA) che consideri anche tutte le alternative al sacchetto di plastica: dalla carta, alla bioplastica, alla borsa riutilizzabile che potrebbe costare dai $50,000 to $250,000.
Secondo Bryan Earl, Capo progetto di Californians Against Waste la richiesta di produrre questo tipo di studio non ha alcun senso in quanto un'ordinanza finalizzata alla riduzione dell'inquinamento non rientra nella categoria di progetti disciplinati dal CEQA. Confortati dal fatto che non ci sono stati ricorsi presentati ad oggi per ordinanze sul genere dei 3 casi che raccontiamo anche la Contea di Marin e di Santa Clara vogliono evitare costi e tempo richiesti da uno studio e lavorare ad una riduzione del monouso a favore della borsa riutilizzabile.

Long Beach
Anche a Long Beach la seconda città più popolosa della Contea di Los Angeles così come già avvenuto in una zona della contea di LA, è passata, con 6 voti a favore e 2 contrari, un'ordinanza che vieta i sacchetti di plastica e obbliga i commercianti ad addebitare 10 cent un sacchetto di carta quando richiesto dal cliente.
Suja Lowenthal, Vice Sindaco afferma che la città ha preso questa decisione dopo aver studiato approfonditamente la questione per tre anni. I progetti di promozione del riciclo intrapresi non hanno avuto risultati soddisfacenti considerato che i sacchetti di plastica, pur rappresentando solamente l'1% del flusso dei rifiuti totali prodotti, costituiscono il 25% della spazzatura che viene abbandonata nell'ambiente.
L'ordinanza che entrerà in vigore il primo agosto 2011 si è ispirata a quella recentemente emessa nella contea di Los Angeles, che a sua volta si è ispirata alla proposta di legge AB1998 dello Stato della California citata in precedentemente, respinta si ad agosto ma che facilmente potrebbe essere sostenuta dal nuovo governatore Jerry Brown che succederà a fine anno ad Arnold Schwarzenegger.
Lowenthal ha dichiarato che non si è ritenuto nella stesura dell'ordinanza di promuovere i sacchetti biodegradabili e compostabili al posto di decidere per una tassazione della carta perché:
-con la bioplastica si andrebbe solamente a sostituire una fonte di rifiuto con un'altra
-perché non ci sono impianti di compostaggio per gestire la bioplastica nello stato
-perché si corre il rischio di contaminare con la bioplastica le partite di plastica in percentuali che ne diminuirebbero il valore di mercato. Sempre secondo il Vice Sindaco ci sono studi che dimostrano che i supermercati, per recuperare il costo dei sacchetti distribuiti “gratuitamente”, hanno sempre incluso questi oneri nei prezzi praticati, come una sorta di tassa nascosta che costerebbe ai consumatori circa 50 $ all'anno.

LA GUERRA AI SACCHETTI NEL MONDO Cosa succede in Cina, Malesia e Canada (dicembre '10)

Cina - Sono passati due anni da quando è entrato in vigore nel 2008 un divieto in Cina che impedisce la produzione di buste in plastica di spessore inferiore ai 0,025 millimetri e ne vieta in generale la distribuzione gratuita ai clienti. I negozi sono liberi di stabilire il prezzo e tenere il ricavato anche se è vietato venderli ad un prezzo inferiore di quello pagato.
Prima che entrasse in vigore il divieto il consumo stimato si aggirava sui 3 miliardi al giorno e da allora, commenti raccolti da varie fonti concordano su una riduzione nel consumo intorno al 50% .
Un recente studio dell'Università di Gothenburg, Svezia, sugli effetti dell'ordinanza cinese condotto da Haoran He, all'interno di una tesi di dottorato in Economia Ambientale e Scienze economiche e comportamentali, conferma sostanzialmente queste percentuali.
Tremila consumatori a Pechino e Guiyang hanno risposto con regolarità ad un questionario ricevuto prima e dopo l'entrata in vigore dell'ordinanza con domande inerenti alle abitudini di consumo e di riutilizzo dei sacchetti di plastica.
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Prima dell'ordinanza i soggetti coinvolti utilizzavano una media di 21 sacchetti di plastica a settimana riutilizzando raramente un sacchetto più di una volta. Nel periodo post decreto il consumo di sacchetti si è ridotto del 49 per cento con quasi la metà dei sacchetti acquisiti che veniva riutilizzata.
In Cina senza considerare le catene della grande distribuzione e i centri delle grande città il divieto di distribuzione gratuita degli shoppers è largamente disatteso nelle campagne, nei singoli negozi delle piccole città e in buona parte dei mercati rionali a causa della forte competizione esistente tra i venditori abbinata alla loro paura di perdere i clienti.
Qualora venisse applicato in tutto il paese che conta oltre 1 miliardo e 334 milioni (c'è un censimento in corso a distanza di 10 anni dall'ultimo) i numeri del risparmio in plastica e petrolio raggiungerebbero ancora numeri impressionanti.

Malesia
A Kota Kinabalu, capitale dello stato di Sabah in Malesia, la guerra ai sacchetti è partita in punta di piedi lo scorso anno con una campagna di sensibilizzazione denominata "No Plastic Bag On Mondays" a cui hanno aderito 133 centri commerciali.
Durante la giornata i sacchetti di plastica vengono forniti solamente a pagamento e in alcuni casi i gruppi devolvono quanto incassato all'ente che gestisce il progetto in collaborazione con la città Environmental Action Committee (EAC) che lo impiega per progetti di sensibilizzazione ambientale o di pulizia.
Dal 2011 si vuole portare la campagna a occupare 3 giorni della settimana includendo martedì e mercoledì. La campagna intende sensibilizzare con il contributo delle associazioni e dei centri commerciali i circa 600.000 abitanti sulla necessità di prendersi cura del territorio e di tenere pulita la città da sacchetti e altri rifiuti in prima persona. Come riporta il Direttore Generale della City Hall Yeo Boon Hai i sacchetti costituiscono il 35% dei rifiuti raccolti in città.
Come ribadito dal sindaco Datuk Iliyas Ibrahim durante l'annuncio è necessario un vero cambio di mentalità da parte dei cittadini, spesso afflitti dalla sindrome di “amah” o della cameriera sempre pronta a raccogliere e ripulire dai rifiuti i luoghi pubblici della città dopo il loro passaggio.
Una campagna simile ha luogo anche a Selangor e Penang, due dei 13 stati che formano la Malesia, e nella città di Miri.
Nello stato di Penang è previsto un divieto per i sacchetti di plastica a partire dal prossimo gennaio 2011 come integrazione della campagna "No Plastic Bag Day " che dal gennaio 2010 si svolgeva su tre giorni della settimana. Il divieto riguarderà tutti i supermercati, le catene del retail, le farmacie, i fast food e i convenience stores. I singoli esercenti invece, pena il ritiro della licenza si devono attenere alla campagna valida tre giorni (lunedì-martedi-mercoledì) invece di un solo giorno come ad oggi.
In totale la campagna "No Plastic Bag Day " dal 1 luglio del 2009 al 28 ottobre 2010 ha permesso il risparmio di 32.5 milioni di sacchetti.
L'associazione dei produttori di plastica "Malaysian Plastics Manufacturers Association" (MPMA) è partita al contrattacco lanciando una campagna che vuole svelare i falsi miti sui sacchetti di plastica denominata "Addressing the Myths on Plastic Bags" che prevede la donazione ai cittadini di 30.000 sacchetti di plastica riciclata che verranno distribuiti per cinque domeniche consecutive sino a metà gennaio. I messaggi sono stampati sui sacchetti in tre lingue; cinese, malese ed inglese.

Toronto: un passo indietro?
Infuria la polemica a Toronto in Ontario da quando il nuovo sindaco Rob Ford, appena insediatosi, ha dichiarato di voler rivedere il provvedimento che impone ai supermercati e negozi di generi alimentari cittadini di far pagare 5 cent ai clienti per un sacchetto di plastica.
La associazioni ambientaliste esprimono preoccupazione per il concreto rischio che il consumo torni ai livelli precedenti.
L'associazione che rappresenta la grande distribuzione “Canadian Council of Grocery Distributors” definisce la tassa un successo che ha portato ad una contrazione media del consumo di sacchetti pari al 71 per cento tra i suoi associati.
Alcune catene della grande distribuzione hanno utilizzato i proventi della tassa, che non vengono trasferiti allo stato ma rimangono nelle casse degli esattori, per promuovere campagne di educazione ambientale.
Il più importante gruppo del paese, Loblaw Company Ltd., si è impegnato a donare 1 milione di dollari all'anno per tre anni al World Wildlife Federation.
Un'altra associazione di settore che rappresenta il commercio alimentare indipendente, “Canadian Federation of Independent Grocers” vorrebbe invece abolire il provvedimento a favore di una tassa statale che destini gli introiti a progetti per l'ambiente.
L'aspetto contestato di questo provvedimento è che non esiste l'obbligo per i rivenditori di rivelare come questo denaro venga speso e in che misura venga utilizzato per progetti ambientali. L'associazione che difende gli interessi dei produttori di sacchetti “The Canadian Plastics Industry Association” soffia sul fuoco rivelando che questo programma ha fruttato 15 milioni di dollari di entrate per i rivenditori considerando che il costo di un sacchetto varia da 1 a 1,5 penny.
Toronto è l'unica città in Canada ad aver adottato una tassa obbligatoria per scoraggiare l'uso del sacchetto di plastica. Tuttavia, alcune catene nazionali del retail hanno esteso con l'occasione a tutti i loro punti vendita del Canada la distribuzione di shopper solamente a pagamento.
Tre province su dieci: Ontario, British Columbia e Alberta hanno istituito dei programmi volontari di riduzione degli shopper con l'obiettivo di arrivare a ridurne il consumo del 50% in cinque anni.

LA GUERRA AI SACCHETTI IN EUROPA Cosa succede in Francia, Andalusia e Galles (dicembre '10)

Francia nessuna tassa sui sacchetti di plastica
Il Senato francese ha approvato martedì 7 dicembre un emendamento per cancellare l'articolo 66 del provvedimento che avrebbe dovuto tassare i sacchetti di plastica all'interno del bilancio di previsione per l'anno finanziario 2011.
L'emendamento che prevedeva l'applicazione di una tassa di 20 cent sui sacchetti distribuiti dalla grande distribuzione organizzata era stato precedentemente adottato dai deputati all'Assemblea Nazionale e sostenuto al Senato dal relatore generale del bilancio Philippe Marini, UMP .
Adrien Gouteyron Assembly (UMP), autore dell'emendamento di soppressione, ha dichiarato che che il provvedimento sarebbe stato inadeguato in considerazione del forte calo nel consumo di sacchetti che sarebbe sceso dai 10,5 miliardi di qualche anno fa al miliardo di oggi.
Fortemente critico il WWF francese che accusa il governo di condurre una politica ambientale frammentaria.
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“Dopo aver abbandonato il piano per introdurre la cosiddetta «taxe carbone» sulle emissioni di gas serra lo scorso marzo e l'introduzione dell'etichettatura ambientale dei prodotti prevista per il 2011, fiore all'occhiello del ”Grenelle de l'Environment” gli impegni di politica ambientale svaniscono con un trionfo della versatilità sulla coerenza.”
Con questo nuovo atto, secondo il WWF il governo dimostra di essere a favore di una società dell'usa e getta scoraggiando nell'opinione pubblica, sensibile al disastro ambientale causato dai sacchetti, altri comportamenti improntati alla sostenibilità ambientale, vanificando anni di sforzi compiuti da istituzioni, aziende e consumatori.
Aggiornamento: Il 21 dicembre Le Monde online riporta che deputati e senatori francesi hanno deciso il 20 dicembre di applicare una tassa di 10 euro per ogni chilogrammo di sacchi di plastica non biodegradabile. La misura non entrerà in vigore prima del 2014 e non viene specificato quale sarà l'importo che graverà sul singolo sacchetto. leggi>>

Andalusia- Spagna
I produttori di sacchetti di plastica in Spagna hanno annunciato che intraprenderanno un'azione legale per impedire l'applicazione di una tassa di 10 cent sui sacchetti nella regione dell'Andalusia a partire dal prossimo 1° gennaio.
La Giunta dell'Andalusia prevede di raccogliere con questa tassa circa 45.400.000 € all'anno di entrate.
Enrique Gallego direttore generale di ANAIP, Spanish Association of Plastics Manufacturers ritiene che questa misura sia ingiusta perché porterebbe, nel medio termine, alla chiusura di oltre metà delle aziende produttrici di sacchetti in Andalusia. Secondo l'ANAIP potrebbero essere 600 o 700 gli addetti del settore, parte dei 1000 lavoratori impiegati nelle circa 50 aziende della regione, che perderanno il lavoro.
Altre motivazioni addotte dall'ANAIP, peraltro comuni a quelle di tutti i produttori di sacchetti del mondo che si oppongono a restrizioni nel consumo, sono che i sacchetti monouso sono necessari, che i governi dovrebbero impegnarsi ad educare o multare i cittadini che buttano i sacchetti nell'ambiente, a realizzare programmi di riciclaggio invece di penalizzare un settore importante dell'industria.

Galles -Regno Unito
Il Governo dell'Assemblea gallese ha abbassato ad inizio del novembre scorso l'importo della tassa da 7 a 5 pence che avrebbe dovuto essere applicata sui sacchetti di plastica a partire dalla primavera del 2011 ma che slitterà al prossimo ottobre.
l'Assemblea è arrivata a questa decisione dopo aver coinvolto imprese, cittadini e diverse organizzazioni durante l'estate in una consultazione e con il sostegno di tutte le parti politiche.
Bob Gordon, Responsabile settore Ambiente del British Retail Consortium (BRC) l'organismo che rappresenta tutti i maggiori retailer britannici non è particolarmente soddisfatto di questa misura ritenendo che i propri associati siano in grado di attuare migliori strategie e programmi improntati all'educazione e alla persuasione dei clienti di maggiore efficacia rispetto a meccanismi sanzionatori.
In realtà ci sono dieci mesi a disposizione per mettere in atto queste strategie e il BRC ha tutto il tempo per dimostrare di saper realizzare una reale riduzione nel consumo di sacchetti, attuando le migliori strategie del settore citate da Bob Gordon, nei mesi precedenti all'entrata in vigore della tassa.

Gli avvocati possono davvero salvare il mondo? (dicembre '10)
Per la serie Campaign Hero di “The Ecologist” Matilda Lee intervista James Thornton

Gli avvocati possono davvero salvare il mondo? James Thornton dello studio di avvocati inglese ClientEarth ritiene che sia possibile e indica la strada per ottenere giustizia nel settore dell'ecologia.

Qual è stata la campagna (o il caso) di maggior successo fino ad oggi?
JT: Il primo caso, che è stato anche il più divertente, quando ero un giovane avvocato che lavorava negli Stati Uniti e Ronald Reagan decise di non rafforzare le leggi ambientali. Ero al Natural Resources Defense Council (NRDC). Volevamo vedere se i cittadini potevano fare la differenza.
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Abbiamo preso come riferimento il Clean Water Act. Prima di Reagan, il governo intentava, ai sensi di questa legge circa 350 procedimenti all'anno, ma sotto il suo governo sono scesi a zero. La legge impone alle aziende di riferire quali sostanze vengano smaltite nell'ambiente, e i cittadini hanno il diritto a queste informazioni. Abbiamo fatto una ricerca sistematica e portato in sei mesi 60 casi davanti alla corte federale, vincendoli tutti, ottenendo delle ordinanze del tribunale per eliminare l'inquinamento, delle multe che abbiamo devoluto in beneficenza e per pagare gli onorari riferiti alle cause. Successivamente abbiamo portato avanti altre cause, vincendole ancora e mettendo in imbarazzo il governo che doveva nuovamente occuparsi dell'applicazione delle leggi.
Ora che da un decennio vivo in Gran Bretagna, sono diventato un avvocato inglese e ho creato ClientEarth, c'è una vasta serie di campagne in corso in tema di clima, salute dei mari, salute umana e di accesso alla giustizia. ClientEarth ha soltanto tre anni di vita ma ha già all'attivo un sacco di campagne di successo, e una grande energia che pervade i nostri uffici a Londra, Bruxelles, Varsavia e Parigi.
Abbiamo giocato un ruolo significativo nel convincere il governo britannico a fare marcia indietro sulla costruzione di una nuova generazione di inquinanti centrali a carbone . Abbiamo vinto un importante caso contro il Regno Unito che gli impone di cambiare le regole relative al sistema di attribuzione dei costi in modo che i cittadini possano utilizzare i tribunali per proteggere l'ambiente, e abbiamo appena incontrato il ministro della Giustizia per discutere i dettagli di quello che devono fare. Siamo stati determinanti nel far adottare una legge a Bruxelles che impedirà l'ingresso nel mercato UE di legname proveniente dalle foreste pluviali abbattuto illegalmente.
E ci sono già un sacco di altre storie da raccontare...

Qual è stata fino ad oggi la campagna che ha avuto meno successo?
JT: Ad essere onesti, non ce n'è stata una che non abbia funzionato. E' molto importante scegliere dei temi e progettare delle campagne in modo strategico. Ce ne sono alcune che sono ancora “in lavorazione” , ma nessuna che sia fallita.

Le Corporazioni: lavorare con loro o contro di loro?
JT: Sarebbe fantastico lavorare con loro, e spero di trovare l'occasione, ma finora per lo più si è dovuto lavorare contro. Però a lungo termine, se riusciremo a sopravvivere come specie, ci dovranno essere sempre di più società che contribuiscano in modo determinante alla creazione di nuove idee e nuove tecnologie che ci permettano di vivere senza arrecare danni al pianeta. E visto che sono le aziende che, attraverso la pubblicità, controllano molto di quello che le persone arrivano a desiderare, è loro compito andare a modificare alcuni modelli di consumo. Il settore in cui stiamo cominciando a lavorare con le imprese a ClientEarth e in cui riponiamo molte speranze di una proficua collaborazione è quello dell'efficienza energetica.

Qual è il modo migliore per motivare le persone?
JT: Dare loro una visione positiva. Noi “Verdi” non siamo stati molto bravi in questo. Abbiamo evidenziato i problemi piuttosto che le soluzioni. Ci siamo concentrati su ciò che è male, piuttosto che presentare un racconto più in linea con i bisogni umani di quello di puro consenso al capitalismo neo-liberale espresso da Washington. Abbiamo anche pensato che delle argomentazioni ragionate avrebbero potuto cambiare i comportamenti mentre solamente un racconto avvincente è in grado di produrre un cambiamento. La mia convinzione è che abbiamo bisogno di creare un nuovo rinascimento, e che siamo in grado di farlo. L'ultimo rinascimento fu creato in gran parte in modo cosciente.
Siamo in grado di creare coscientemente, insieme, un racconto positivo che darà alla gente speranza e motivazione, una ragione per vivere e lottare per il cambiamento.

Qual è il modo migliore per raggiungere i politici?
JT: Ho trovato due buone modalità. La prima è quella di rappresentare in una causa un grande gruppo di sostenitori che i politici siano obbligati ad ascoltare. La seconda è di citarli in giudizio e vincere. In questo modo ti ascolteranno la volta dopo quando vorrai parlar loro.

Qual è la cosa più importante da evitare durante una campagna?
JT: L'esaurimento è il rischio professionale molto difficile da evitare per l'attivista. Io pratico la meditazione Zen e trovo che aiuti. Dopo aver lavorato presso l'NRDC ho istituito un ente di beneficenza che ha presentato la meditazione e le relative tecniche agli attivisti in America. Lì, il movimento di individui che seguono questa tecnica è davvero decollato. E' davvero importante per gli attivisti imparare a sfruttare appieno le possibilità offerte dalla loro mente andando oltre al senso di rabbia che facilmente può nascere entrando in contatto con determinate situazioni critiche. 1)

La cosa più importante che il governo potrebbe fare quest'anno?
JT: La lista è lunga. Potrebbe citare in giudizio l'UE per la mancata protezione del tonno rosso. Potrebbe fornire un reale accesso alla giustizia in casi di reati ambientali. Potrebbe fare una mossa radicale per de-carbonizzare la produzione di energia. Potrebbe tener fede alla promessa di diventare il governo britannico più verde della storia. Potrebbe prendere sul serio l'economia connessa alla biodiversità e riformare il concetto di PIL in modo che si tenga anche conto dell'effetto negativo delle attività economiche. E tante altre cose.
Forse più pragmaticamente, potrebbe mettere l'ambiente al centro di tutte le sue decisioni. Molti problemi sistemici derivano dal fatto che l'ambiente non viene considerato quando vengono prese delle decisioni 'importanti' sull'economia. Una speranza per un futuro sostenibile consiste nel considerare la valutazione sulle conseguenze ambientali un elemento chiave quando si prendono decisioni.

Qual è la cosa più importante che le persone potrebbero fare quest'anno?
JT: Trovare un modo per rimanere positivi e impegnati. Quando si viene assaliti dalla disperazione (o altri sentimenti negativi) si deve analizzarla e provare a sconfiggerla coltivando una visione positiva e intraprendendo passi concreti in quella direzione.

Quale (altra) campagna ha recentemente catturato la tua attenzione?
JT: Ho appena sentito un discorso dell'antropologo canadese Wade Davis. Sostiene che stiamo perdendo la diversità culturale con la stessa velocità della biodiversità. Stiamo perdendo una lingua ogni due settimane. Con le lingue spariscono anche visioni ricche e piene di significato sul mondo e sul posto che noi occupiamo.
La campagna che Davis conduce con il National Geographic per richiamare l'attenzione su questa perdita e cercare di arginarla è una campagna che ammiro. Potrebbe essere che, così come c'è bisogno di proteggere le varietà selvatiche delle nostre piante, ci sia bisogno di attingere a queste visioni del mondo che stanno scomparendo proprio per trovare quegli elementi che ci servono per “aggiustare “ il modo imperfetto in cui guardiamo al mondo in cui viviamo.

Chi è il tuo eroe tra i fondatori di campagne (passate o presenti)?
JT: Mi piace molto Rachel Carson, la scienziata che divulgò i pericoli del DDT con i suoi lavori diffondendo queste informazioni nel mondo con grande coraggio e perseveranza. Il suo esempio è stato fondamentale per la nascita del movimento ambientalista nel Nord America. Altri attivisti che ho sempre ammirato sono King e Gandhi, per aver allineato il loro lavoro con un reale potere (forza-statura) morale.
Penso che non disponiamo ancora di una figura comparabile per quanto riguarda la difesa dell'ambiente. Forse questo lavoro non crea lo spazio per quel tipo di personaggio. O forse dobbiamo soltanto aspettare.

Tradotto a cura della nostra redazione-leggi l'articolo originale in inglese pubblicato da The Ecologist il 6 dicembre 2010

1) Nella traduzione della frase di chiusura di questa risposta forniamo la nostra interpretazione

Sacchetti di plastica banditi e sacchetti di carta tassati nella contea di LA (novembre '10)

La contea di Los Angeles ha approvato il 16 novembre un provvedimento che vieterà la vendita di sacchetti di plastica nei negozi in una zona della contea definita “unincorporated areas” che include alcuni sobborghi come Altadena, Valencia e Rowland Heights con una popolazione residente di circa 1,1 milioni di persone. Restano escluse dal provvedimento le 88 città della contea tra cui la città di Los Angeles. Si tratta del divieto più esteso che abbia interessato gli Stati Uniti ad oggi, dopo le ordinanze emesse a San Francisco, Malibù, Fairfax, Palo Alto, nelle contee di Currituck, Dare and Hyde nella Carolina del Nord e con altre iniziative locali a diversi stadi.
Hanno votato a favore tutti i tre rappresentanti democratici e contro uno dei due repubblicani presenti.
Il divieto, salvo ricorsi, entrerà in vigore gradualmente interessando, dal luglio del prossimo anno, 67 catene di supermercati e parafarmacie per poi essere esteso ad altri 1000 esercizi della contea.
Questo provvedimento prevede anche l'applicazione di una tassa di 10 cent sui sacchetti di carta che dovrebbe disincentivare anche questa alternativa al sacchetto di plastica che negli USA va per la maggiore, favorendo l'adozione delle borse riutilizzabili.
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Le associazioni ambientaliste sono soddisfatte e, oltre a sperare che altre contee o cittadine seguano l'esempio, si augurano che il provvedimento riduca drasticamente il consumo di sacchetti che sembra si attesti sui 1600 pezzi utilizzati per famiglia. Un importante ruolo per modificare velocemente i comportamenti lo giocherà l'introduzione della tassa sul sacchetto di carta che agirà come deterrente così come testimoniano i risultati significativi raggiunti a Washington DC con l'introduzione di una tassa di 5 cent per i sacchetti monouso di plastica e carta.
In un anno si è infatti passati da un consumo medio mensile del 2009 di 22.5 milioni di pezzi ai 3 milioni di gennaio 2010. Sono stati inoltre raccolti, grazie ai proventi della tassa, circa 150.000 $ che finanzieranno la pulizia del fiume Anacostia come previsto dal provvedimento.
Questo provvedimento della contea di LA è considerato un grande successo da Julia Brownley membro della California State Assembly che si è battuta, senza riuscirci, per far applicare un divieto a livello di stato come documenta questo suo video intervento>>

Una crociata lunga 365 giorni per una spiaggia pulita (novembre '10)

sara baylesSara Bayles si è prefissa il compito di monitorare e ripulire un tratto di spiaggia di Santa Monica in California, grande quanto un campo di calcio per la durata di 365 giorni non consecutivi raccogliendo, fotografando e pesando tutta l'immondizia che trova.
Aspirante scrittrice per l'infanzia Sara, 33 anni non riuscendo a partecipare alle giornate internazionali di Clean up the world ha deciso di prendersi un impegno volontario che va oltre la semplice raccolta di spazzatura documentado in modo minuzioso quale e quanta immondizia venga buttata in un anno in un territorio circoscritto per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'inquinamento da rifiuti.
Ad oggi in 20 minuti di attività giornaliera e in 168 giorni ha già raccolto 336 kg circa, pari a una media di 2,500 kg giornalieri di spazzatura che Sara ha fotografato e commentato sul suo blog Ocean Daily.
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Gli oggetti e rifiuti trovati vanno da giocattoli e vestiti dimenticati, resti completi di pic-nic con posate, piatti e avanzi di cibo lasciati “tal quale” da incivili commensali ma soprattutto sacchetti di plastica, bottiglie, mozziconi di sigaretta, bicchieri di carta, confezioni di patatine e di altri imballaggi di snack vari.
Come racconta nel suo blog anche Sara Boyles non può sottrarsi alla triste e sconvolgente constatazione di come si sia potuto arrivare a concepire un impiego “usa e getta “ della plastica in cui usiamo per pochi minuti o qualche giorno oggetti costituiti da un materiale che dura centinaia di anni.
Durante le sue attività di raccolta Sara è stata testimone del fatto che diversi uccelli marini tra cui albatri e gabbiani ingeriscano oggetti di plastica abbandonati scambiandoli per cibo perché lei stessa ha tentato di strappare invano un intero accendino dal becco di un gabbiano.
La dispersione della plastica nell'ambiente, come scrive Sara sul blog e come confermano ricercatori esperti come Charles Moore è un problema causato, oltre che dalle singole azioni di cittadini irresponsabili che abbandonano i rifiuti, dalla cultura dell'usa e getta che ha conquistato miliardi di consumatori e dal fallimento delle misure di prevenzione degli stati che non riescono a gestire efficacemente il ciclo dei rifiuti. Oltre ai rifiuti gettati direttamente in mare sembra che oltre l'80% dei rifiuti che finiscono negli oceani arrivino dalla terra trasportati da corsi d'acqua e agenti atmosferici.
Gli sforzi di Sara Bayles sono stati notati e apprezzati tanto che la società di conservazione marina Oceana l'ha nomina finalista per l'assegnazione del premio Ocean Hero. Il premio è stato poi assegnato per la sezione senior , a Jay Holcomb, Direttore dell'International Bird Rescue Research Center che da oltre 20 anni si occupa di salvare e riabilitare uccelli in difficoltà intervenendo anche durante i vari disastri petroliferi che si sono verificati nel mondo, da quello causato dalla petroliera Exxon Valdez al più recente nel golfo del Messico.
Per la sezione junior il premio è andato al gruppo The Shark Finatics un gruppo di ragazzi della Green Chimneys School di Brewster che sensibilizzando altri ragazzi e non solo si spende per la salvaguardia degli squali.
L'esempio di Sara ha ispirato altre persone e gruppi tra cui Danielle Richardet, che ha iniziato a raccogliere mozziconi di sigaretta a Wrightsville Beach in North Carolina e che ha creato una sua community e da altri gruppi di persone o singoli che organizzano azioni di pulizia inviando foto e resoconti a Sara che lei posta nel suo blog.
Il sogno di Sara, che è ormai diventata ben più di un'attivista “a tempo determinato” è quello di partecipare nel 2011 ad una spedizione di 5 Gyres.org che studierà l'inquinamento da plastica nella zona del Pacifico meridionale insieme al marito, professore di biologia marina.
Per ora, il suo lavoro alla spiaggia non è nemmeno a metà, ci sono altre centinaia di chili di rifiuti e poco meno di 200 tramonti o albe sull'oceano che l'attendono.

L'aforisma di Margaret Mead celebre antropologa statunitense (1901-1978) che Sara ha scelto per il suo post è più che eloquente. " Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e impegnati possa cambiare il mondo, in fondo è così che è sempre andata."


AGGIORNAMENTO: Abbiamo scritto a Sara avvisandola della pubblicazione di questo post e sulla situazione italiana rispetto al consumo monouso. Lei ci ha risposto subito dicendosi molto onorata e contenta che si sia parlato di lei e abbiamo deciso di rimanere in contatto per scambiarci informazioni e lavorare a livello di network internazionale perchè l'inquinamento e la cattiva gestione delle risorse non ha confini.

Due nuove e importanti associazioni italiane aderiscono al nostro progetto! (novembre '10)

legambientetouring club italianoDue importanti associazioni italiane che non hanno bisogno di presentazioni aderiscono alla nostra campagna per condivisione di obiettivi e della convinzione che per affrontare le sfide ambientali servono sinergie e sforzi congiunti. Si tratta di Legambiente Nazionale e del Touring Club Italiano che ringraziamo di cuore per l'adesione non scontata.
Confidiamo che possa nascere quella collaborazione necessaria per diffondere la campagna sul territorio con la realizzazione di iniziative congiunte e con il prezioso supporto delle strutture locali delle due associazioni che, come nel caso di Legambiente, si sono già fatte portavoce della campagna con diverse iniziative organizzate in vari comuni.

Anche nel mare Adriatico la plastica uccide le tartarughe (novembre '10)

tartaruga caretta carettaSenza andare nelle zone dove le correnti oceaniche creano dei giganteschi depositi di plastica anche nei nostri mari non c'è pace per specie già in pericolo di estinzione come la nostra Caretta caretta.
Una tartaruga marina su tre nel mare Adriatico ha quantità variabili di plastica nello stomaco, lo rivelano gli esiti di uno studio condotto dall'Università di Zagabria sull'impatto dei detriti di plastica sulla vita marina, che è stato recentemente pubblicato sulla rivista Marine Pollution Bulletin.
Sono stati analizzati i corpi di 54 tartarughe trovate spiaggiate e senza vita oppure morte, per essere state accidentalmente catturate da reti da pesca. In oltre un terzo dei corpi è stata trovata della plastica: sacchetti, piccoli imballaggi, reti da pesca, corde, polistirolo, tappi e altri piccoli detriti.
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Nello stomaco di una delle tartarughe, praticamente ostruito, sono stati trovati ben 15 pezzi di plastica.
Anche pochi grammi di detriti possono essere fatali per una tartaruga poiché possono causare un'occlusione intestinale oppure, occupando spazio nello stomaco, possono impedire una normale assimilazione del cibo ingerito che a sua volta degenera in un grave deperimento e nella morte dell'animale che non è più in grado di affrontare altre situazioni ambientali avverse o malattie.
La temperatura e le acque poco profonde dell'alto Adriatico costituiscono importanti zone di alimentazione per le giovani tartarughe in fase di sviluppo, che si cibano di animali che vivono nei fondali e possono imparare a cercare il cibo in fondali sempre più profondi. Anche la zona del basso Adriatico è frequentata dalle caretta caretta in viaggio verso il mediterraneo. Purtroppo i fondali di questa zona, dopo quelli del Mediterraneo Nord Occidentale e del Mar Celtico, risultano essere tra i più compromessi in Europa come concentrazioni di macro detriti.
Le tartarughe che sono onnivore e abituate a cercare il cibo a diverse profondità si trovano comunque in condizione di pericolo. Infatti sia in acque basse dove cercano il cibo sui fondali, sia in acque profonde dove cacciano prede che nuotano o galleggiano finiscono per inghiottire qualunque cosa possa assomigliare al loro cibo, inclusi i sacchetti di plastica che vengono scambiati per meduse.
Romana Grancan uno dei ricercatori coinvolti evidenzia che il loro è il primo studio che affronta l'impatto dei macro detriti sulla fauna marina nel mare Adriatico ma che bisognerebbe studiare più a fondo quale è il grado di inquinamento da plastica che lo affligge per poter prendere delle contromisure e poter aiutare le tartarughe nel loro viaggio verso il mare mediterraneo.

Quello che è mio è tuo, ovvero la nascita del Cconsumo collaborativoonsumo Collaborativo (ottobre '10)

“La grande abbuffata di consumismo del XX secolo ha convinto i consumatori che per condividere degli oggetti bisogna essere hippie o comunista" dice Roo Rogers . “Nel XXI secolo è ora di rendersi conto che la condivisione è effettivamente un modo per fare affari ed è un bene per i consumatori e per il pianeta. Gli antichi metodi di condivisione e di scambio - sia che si tratti di una bici, di un'automobile o di una stanza – sono tornati !” 
Questo è il messaggio che Roo Rogers e Rachel Botsman diffondono con il loro libro What's mine is yours, the rise of Collaborative Consumption: ciò che è mio è tuo, la nascita del consumo collaborativo e che l'autore chiarisce nell'intervista a seguire rilasciata a Trehugger.
Treehugger: Cosa significa consumo collaborativo?
Rogers: Si tratta di un nuovo movimento che si sta diffondendo nella nostra società che si basa su comportamenti e azioni come il baratto, lo scambio e la condivisione di beni e che nasce dal desiderio dei consumatori di trovare un modello, un modo migliore per ottenere i benefici di quei prodotti che si vogliono avere nel corso della vita.
Generalmente trae origine dalla consapevolezza che nasce nei consumatori sul prezzo spesso troppo alto che i prodotti hanno e da altri fattori correlati come la scomodità dell'acquisto, lo spazio che in casa gli stessi occupano,ecc. Senza parlare di quando, una volta  effettuato l'acquisto non si ha più bisogno di loro. Pertanto il modello più efficiente di utilizzo di un bene è quello in cui non c'è bisogno di fare l'acquisto per ottenerne i vantaggi.
Per fare un esempio io vivo a New York e l'ultima cosa che voglio è una macchina. Non voglio dover pagare per il mantenimento della vettura, per il garage e per l'auto stessa, visto che la uso poche volte al mese.
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Così Zipcar è per me una soluzione fantastica perché mi permette sostanzialmente di condividere l'auto e utilizzarla solo quando ne ho bisogno mantenendo però, grazie a questo sistema le macchine che servono diversi utenti in costante uso. Questo modello di business è buono per l'imprenditore del settore e al tempo stesso di grande convenienza per gli utenti come me. Treehugger: Quali sono i vantaggi per l'ambiente di questo tipo di modello?
Rogers: A mio parere - essendo un ambientalista da sempre - il consumo collaborativo può portare a quei vantaggi ambientali che nessuno oserebbe mai sperare. Rispetto ad un governo che dice cosa non bisogna fare per aiutare l'ambiente o rispetto ad interessi economici privati alla ricerca di macro soluzioni come nel campo dell'energia alternativa, qui si tratta di un'economia che rappresenta da subito sia l'offerta migliore per il consumatore sia un vantaggio per l'ambiente.
Questo perché attraverso la condivisione di un prodotto si utilizzano meno materiali e risorse, si producono meno rifiuti e si realizza un uso molto più efficiente dei materiali di consumo.
In questo modo le imprese saranno più incoraggiate a produrre meno prodotti ma a fornire servizi correlati migliori. Il che significa creare un nuovo modello economico che produca prodotti migliori, durevoli e forse anche più cari, ma che al tempo stesso progetti delle modalità e dei servizi che accompagnino il consumatore in un uso a lungo termine del prodotto. 
Treehugger: Che cosa distoglie maggiormente le persone dall'idea di condividere le cose?
Rogers: Penso che questo atteggiamento sia il risultato del consumismo eccessivo che si è radicato durante il XX secolo, che ha finito per convincere i consumatori che la condivisione sia qualcosa da comunità hippie o comuniste mentre in realtà la condivisione è un qualcosa di molto radicato nell'uomo.
Ai miei due figli non ho dovuto insegnare a condividere le cose perché lo facevano già con naturalezza. Solamente quando portavo a casa un prodotto e si delineava per loro la possibilità di possederlo in esclusiva scattava la competizione. 
Quindi penso che la cosa più interessante del modello di consumo collaborativo è che si basa su una parte innata di quello che siamo e dei nostri comportamenti.
Così come nel XX secolo si è cercato di estirpare questa parte dell'uomo più portata alla condivisione che veniva considerata come antipatriottica, nel XXI secolo si dovrà convincere le persone e le imprese che la condivisione è un buon affare per il pianeta e per il consumatore.
Treehugger: Un esempio di questo modello è il bike sharing. Lei scrive nel libro che questa è la forma di trasporto che si sta sviluppando in tutto il mondo nel modo più velocemente. E' così?
Rogers: Sì. La cosa che mi fa più piacere vedere a Parigi è che l'accessorio del momento, il più visibile non è l'ultima borsa alla moda, ma è un casco da bicicletta. E tutti a Parigi avranno sempre di più il loro casco da bicicletta perché sanno che possono trovare, uscendo da una riunione di lavoro o dal ristorante, una bicicletta su cui saltare. La comodità di non doversi preoccupare del traffico o del costo del parcheggio, di avere un auto, una bici, o di doverne subire il furto, è impagabile. E così le persone stanno adottando questi sistemi ad un ritmo sorprendente.
Treehugger: Come il web ha facilitato il modello collaborativo di consumo?
Rogers: Come già detto il consumo collaborativo è innato. Non è qualcosa che abbiamo inventato noi autori del libro. E' qualcosa che esiste da un tempo molto antico. I miei nonni, e sono sicuro anche i vostri, vivevano in una comunità. E quando avevano bisogno di qualcosa, dalle cose più semplici per cucinare che venivano a mancare, alla richiesta di un passaggio o altre forme di aiuto bussavano semplicemente alla porta del vicino.
Questo sistema si è trasformato nel XX secolo con il trasferimento verso le città e la diffusione della macchina che hanno indotto l'idea che trascorrere una giornata in un centro commerciale fosse il modo migliore per passare il tempo. 
Penso che questo vecchio approccio stia tornando grazie ad internet che ci ha riportato alle radici che stanno alla base del consumo collaborativo e cioè al concetto di comunità. Facendoci così realizzare quanto possa essere positivo e divertente appartenere a una comunità e interagire con altre persone, siano esse conosciute o meno.
E Internet, attraverso strumenti come Facebook ha reso tutto questo possibile e cool allo stesso tempo. E così il consumo collaborativo può cavalcare l'onda della community conquistando anche una reputazione e la fiducia delle persone. Attraverso eBay si può acquistare da persone che non conosciamo, spesso a migliaia di chilometri di distanza perché eBay ha trovato un modo per classificare e fornire punteggi sull'affidabilità dei venditori sulla base del feedback di chi ha comprato.
Treehugger: Quanto consumo collaborativo c'è nella sua vita?
Rogers: Tanto, e anche la mia compagna di scrittura, Rachel Botsman, che vive in Australia, sta viaggiando per presentare il nostro libro servendosi di Airbnb. Airbnb è una società di successo che ha fondato il proprio business sul dato di fatto che in tante case c'è dello spazio in più che può essere messo a disposizione di altre persone a pagamento. Da un posto divano ad una camera extra, così con Airbnd si può affittare di tutto, da una camera, ad una capanna attrezzi in un giardino, ad un castello in Scozia con prezzi che vanno da poche decine a migliaia di dollari. 
Avere bambini ad esempio al di là dei tenori di vita è sempre un'esperienza incredibilmente dispendiosa. A parte l'esperienza umana che è emozionante se si considera la cosa sotto il profilo economico e ambientale si realizza quanto si sprechi intanto che i figli crescono. Così alcune delle mie aziende preferite sono diventate thredUP  un servizio on line che permette lo scambio di abiti per bambini usati e altre aziende dove è possibile prendere in prestito giocattoli o abiti che i bambini usano per poco tempo. Poi devo dire che sono un grande fan di eBay. Abbiamo recentemente traslocato e questa è stata l'occasione per liberarsi di una tonnellata di oggetti. Una parte delle cose sono andate a Freecycle e altre in vendita su eBay. Quanto incassato con eBay ci è servito a pagare tutto il trasloco.
Treehugger: Che cosa ne pensa della tesi che tutto questo non sarà possibile quando l'economia smetterà di tirare?
Rogers: Penso che questo non perderà di importanza perché non è una reazione all'economia ma al consumismo che sono due cose diverse. Penso che i consumatori, giovani e meno giovani, stanno vedendo che il consumo collaborativo offre una scelta migliore che consiste nel godere del beneficio del prodotto senza doverlo comprare e mantenere. 
Mi piace fare l'esempio, che si trova nel libro, del trapano. Quasi tutti possiedono un trapano nonostante il fatto che, nel corso di tutta una vita, se si sommano i minuti in cui se ne è fatto uso si arrivi mediamente a un totale di circa 1 ora di utilizzo. Non sarebbe più sensato prenderlo invece in prestito al bisogno, potendo disporre di questo servizio? Indipendentemente dallo stato dell'economia si tratta della scelta più sensata percorribile con la collaborazione degli altri.
Treehugger: Come convincere coloro che sono diffidenti verso questi argomenti?
Rogers: Suggerirei di comprare il libro. Onestamente penso che il libro abbia due scopi. Da una parte guidare il consumatore ad impegnarsi ulteriormente nel consumo collaborativo. Dall'altra fornire alle aziende, dalle start up alle grandi società, spunti su come adattare le loro aziende e servizi per poter trarre vantaggio da questo trend in ascesa.
Treehugger: Chi vuole comprare il nuovo libro deve aspettare che sia disponibile su Half.com, o prenderlo in prestito da un amico?
Rogers: Noi incoraggiamo le persone a prenderlo in prestito o condividerlo, e abbiamo infatti inserito all'inizio della prima pagina del libro una scheda da biblioteca vecchio stile e incoraggiamo le persone a scriverci il proprio nome, e a rimettere il libro in circolazione quando letto. Fondamentalmente ci auguriamo che libri come questo vengano ridistribuiti tra amici e colleghi e che ci sia il modo di seguire la strada che il libro ha percorso. (...)
Sul sito CollaborativeConsumption, si può scaricare gran parte del libro gratuitamente.
Treehugger: Da imprenditore come lei è, come guarda a questo fenomeno in termini di opportunità di crescita economica?
Rogers: Come imprenditore uso sempre lo stesso approccio che consiste nell'esaminare prima il modello finanziario. Così, quando ricevo un business plan passo subito alla fine e guardo i numeri. Poi torno all'inizio e leggo in cosa consiste l'idea e chi c'è dietro che è anche molto importante. La cosa veramente fantastica sul consumo collaborativo è che rende economicamente. Guarda eBay o Airbnb che stanno facilitando uno scambio vantaggioso per i consumatori e che garantisce loro grandi profitti.
Treehugger: In che modo questo modello andrà a cambiare radicalmente le cose?
Rogers: Cambierà tutto a partire dal modo di progettare il design dei prodotti che sarà concepito per durare più a lungo, per permettere una migliore manutenzione e riparazione e per facilitare una condivisione tra le persone. Questo modello cambierà la nostra economia e il mercato del lavoro. 
Avremo persone occupate non solamente a costruire o inventare prodotti ma anche persone impiegate nella gestione di servizi connessi a quei prodotti. Questo perché incoraggeremo le persone a riparare i loro prodotti invece che a buttarli. 
Il modello cambierà l'immagine che generalmente si ha dell'imprenditore e dell'uomo d'affari. Una delle cose che più mi piace del consumo collaborativo è che questi nuovi imprenditori non hanno avuto bisogno di frequentare l'Harvard Business School. Sono state per lo più persone semplici che sono partiti dalla constatazione che in casa avevano spazi e oggetti di varia natura che rimanevano inutilizzati o per cui pagavano un prezzo troppo alto, rispetto all'uso effettuato, e che hanno trovato una soluzione intelligente per questa situazione. 
Queste sono le persone che stanno creando le nuove aziende in cui Sequoia Capital sta investendo. 
Questo modello cambierà così ogni aspetto della nostra economia, la nostra società, e anche la nostra cultura con la prospettiva di poter creare comunità ed economie più forti, e un ambiente migliore in cui vivere.
Tratto da un'intervista fatta a Roo Rogers da Treehugger il 14 ottobre.
Su vimeo si trovano alcuni video sul libro creati dagli autori>>

Inghilterra- Prosegue con la fase due l'accordo Courtauld per una riduzione dei rifiuti (ottobre '10)

In Inghilterra le principali catene di supermercati e diverse marche alimentari, grazie agli impegni assunti all'interno della prima fase (2005-2009) dell'accordo Courtauld Commitment, hanno evitato che 1,2 milioni di tonnellate di cibo e di rifiuti da imballaggio andassero in discarica nel corso dei primi 5 anni.
L'accordo finalizzato ad una riduzione dei rifiuti prodotti su base volontaria è stato creato e curato da WRAP- Waste & Resources Action Programme, un programma ministeriale che aiuta singoli, aziende ed enti in tutto il paese a ridurre la produzione di rifiuti e che ha guidato nella prima fase di adesione 42 aziende, incluse tutte le principali insegne della grande distribuzione, che avevano sottoscritto il programma.
Mentre i firmatari hanno raggiunto l'obiettivo di arrestare la crescita dei rifiuti di imballaggio nel 2008, e di ridurre lo spreco di cibo, non è stato però possibile raggiungere una contrazione della quantità totale di imballaggi immessi in commercio.
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In questi cinque anni le azioni intraprese dalle aziende hanno ottenuto che 670.000 tonnellate di rifiuti alimentari e 520.000 tonnellate di imballaggi venissero sottratti allo smaltimento.
Per quanto concerne l'anno in corso le prospettive sono buone, infatti l'obiettivo di ridurre di almeno 155.000 tonnellate annue il totale dei rifiuti alimentari buttati è stato raggiunto già nel mese di marzo con 270.000 tonnellate di cibo “salvato”.
Secondo il direttore generale del British Retail Consortium, Stephen Robertson quest'ultimo dato è un risultato spettacolare in quanto la prevenzione dei rifiuti è la stringente priorità da perseguire, riciclare è doveroso ma per risparmiare risorse il rifiuto non andrebbe proprio prodotto.
Il fatto che la quantità totale di imballaggi immessi nel mercato sia rimasta stabile con 2,9 milioni di tonnellate all'anno dal 2005 al 2009 e non sia diminuita nonostante gli sforzi messi in campo viene imputata da WRAP all'aumento del 6,4 % delle vendite di alimentari che si è verificato dal 2005 ma anche al fatto che i rivenditori firmatari hanno finito per guadagnare una porzione maggiore del mercato di bevande come birra e vino che rappresentano come peso dei contenitori un terzo degli imballaggi complessivi del genere alimentare.
Pertanto azioni come l'alleggerimento del 4% in peso delle confezioni di alcuni prodotti alimentari, la vendita di prodotti concentrati e altre strategie non hanno avuto un ruolo determinate a causa delle variabili prima citate.
La seconda fase dell'accordo annunciata all'inizio di quest'anno, ha introdotto tre nuovi obiettivi da raggiungere entro il 2012. Hanno aderito ad oggi 39 aziende che si impegneranno a ridurre l'impatto di Co2 causato dagli imballaggi alimentari del 10%, di ridurre del 4 %, i rifiuti alimentari, bevande incluse, e di ridurre del 5% i rifiuti da imballaggio lungo tutta la filiera dalla produzione alla distribuzione.
Per ridurre l'impatto globale nella produzione di Co2 degli imballaggi, le aziende stanno elaborando piani per alleggerirli ulteriormente, aumentare la quantità di prodotto riciclato utilizzabile e aumentare le percentuali di riciclaggio prendendo in considerazione anche gli imballaggi impiegati per spedire la merce come scatole, materiali di protezione, pallet, ecc.
Un settore dove è stata ottenuta una riduzione degli imballaggi grazie al programma è quello delle lattine di alluminio. WRAP ha lavorato con Coca-Cola e con produttori di lattine a livello europeo per capire quale alleggerimento potesse essere attuabile per le lattine e, grazie ad alcune modifiche introdotte alle estremità dei contenitori, si è ottenuto una riduzione in peso del 5%. Nuove prove indicano possibile un'ulteriore riduzione del 5%.
Per quanto concerne i rifiuti alimentari WRAP oltre a lavorare con aziende promuove programmi di sensibilizzazione verso le scuole e singole famiglie Love Food Hate Waste che informa i consumatori su come conservare gli alimenti e come impiegare gli avanzi per diminuire la quantità di cibo che viene buttato nelle case.
Per saperne di più sull'accordo Courtauld e sulle attività di WRAP visita il sito>>

A Telluride dal 2011 banditi i sacchetti di plastica e non solo... (ottobre '10)

Dave AllenEcco l'ultima notizia ricevuta dal nostro amico Dave Allen di Telluride fervente ambientalista che dal 2008 si sta spendendo nel Colorado per una riduzione del sacchetto monouso.
E' stata di Dave, laureato in Economia e Scienze Ambientali, l'idea di organizzare nel 2008 una gara amichevole di riduzione del sacchetto tra Telluride e Aspen, per sensibilizzare i cittadini verso i danni ambientali causati dalla plastica. A partire da questa prima azione Dave ha preferito porre l'accento sulla soluzione del problema : la borsa riutilizzabile, piuttosto che su un divieto immediato.
In seguito al successo di partecipazione ottenuto dalla prima gara Dave ha pensato di ampliare la portata della sfida con l'edizione Reusable Bag Challenge del 2009 che ha visto la partecipazione di 31 cittadine del Colorado e con il sostegno dell'associazione New Community Coalition, una fondazione composta da enti locali che si occupa di coordinare politiche e sforzi finalizzati al perseguimento di uno sviluppo sostenibile di tutto il territorio regionale in materia di Ecologia e gestione delle Risorse naturali, Politiche Sociali e Culturali, Sviluppo dell'economia locale.
A questa competizione si ispira Sfida all'ultima Sporta che abbiamo lanciato a settembre , che presenta alcune variazioni rispetto alla versione USA e che viene proposta corredata da un pacchetto di istruzioni e suggerimenti.
Siamo da allora in contatto con Dave perché condividiamo l'approccio di educazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica che la sua azione locale persegue allo scopo di disintossicarla dal consumo usa e getta. Inoltre riteniamo, nello spirito del nostro progetto, che per vincere le sfide ambientali sia molto più efficace collaborare e condividere progetti , esperienze e risultati con tanti partner, anche internazionali, piuttosto che volere a tutti i costi distinguersi e camminare da soli.
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La novità da Telluride è che su proposta di Dave la cittadina ha emesso un'ordinanza che vieta l'utilizzo di sacchetti non biodegradabili a partire dal marzo 2011 che riguarda negozi e supermercati di tutte le tipologie, alimentare e non, per consentire ai negozianti di esaurire le scorte. Dal primo di gennaio 2011 in poi invece, per disincentivare il monouso, nei negozi di alimentari i consumatori che vorranno un sacchetto monouso, anche in materiale biodegradabile, dovranno pagare una sorta di tassa di 10 cent. Metà della cifra può essere trattenuta dal negoziante per recuperare parte dei costi. Anche i negozi del settore non alimentare potranno aderire a livello volontario a questa azione di disincentivazione del monouso.
Obiettivo del decreto, che coinvolge dei cittadini che hanno già avuto modo di abituarsi al cambiamento durante i sei mesi di partecipazione alla competizione del 2009, è quello di consolidare e incrementare l'utilizzo delle borse riutilizzabili anche attraverso una disincentivazione economica di tutto il monouso, biodegradabile incluso.
La competizione ha inoltre ispirato la produzione di un documentario ambientato a Telluride. BAG IT ( metti in borsa) che ha vinto alcuni premi di festival ambientalisti e che abbiamo segnalato a Cinemabiente nella speranza di poterlo vedere il prossimo anno anche in Italia.
Attualmente Dave sta lavorando ad un programma "Become a Bag It Town" per affiliare altre cittadine che seguendo l'esempio di Telluride non si limiteranno ad emettere un'ordinanza che vieti i sacchetti di plastica senza allo stesso tempo disincentivare il monouso. In questo modo si può così aggirare intelligentemente la principale obiezione mossa dalle associazioni dei produttori di materie plastiche negli USA (che ha avuto il suo peso nell'esito negativo incontrato da proposte di legge di divieto a livello di stati), e cioè che un divieto per la plastica si tradurrebbe in un passaggio ad un altro materiale, la carta, che ha una produzione per nulla esente da impatti ambientali.
Visto la totale affinità di vedute abbiamo proposto a Dave uno scambio di esperienze ed esiti sulle rispettive iniziative in Colorado e in Italia su cui vi terremo informati.

Tutto il mondo partecipa il 10/10/2010 al GLOBAL WORK PARTY di 350.org! (ottobre '10)

Il movimento 350.org è stato fondato da Bill McKibben, scrittore americano, ambientalista, e uno dei primi a scrivere sul riscaldamento globale per il grande pubblico. McKibben è stato indicato quest'anno dal Boston Globe come l'ambientalista americano più eminente mentre il Time Magazine l'ha definito "the world's best green journalist”, il miglior giornalista ambientale al mondo.
Nel 2007 insieme ad alcuni amici dell'università lancia la campagna Step It Up che organizza oltre 2000 eventi spettacolari in tutti gli stati americani allo scopo di convincere i leader politici, incluso l'allora senatore Barack Obama ad impegnarsi per ottenere, entro il il 2050 un taglio del 80% delle emissioni di gas serra.
Sulla scia dei risultati opttenuti da Step It Up lo stesso team lancia nel marzo del 2008 una campagna chiamata 350.org che si propone di agire a livello globale coinvolgendo giovani e altre associazioni in tutto il mondo.
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Il nome 350 fa riferimento alla concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO2) che secondo lo scienziato e ingegnere Nasa James E. Hansen sarebbe priva di rischi per la vita dell'uomo e del pianeta e a cui bisognerebbe tornare abbattendo i livelli di concentrazione attuali: circa 390 ppm. Il movimento 350.org ha uffici e organizzatori nelle due Americhe, Europa, Asia e Africa. Lo scorso evento mondiale del 24 ottobre 2009, lanciato prima degli incontri sul clima di Copenaghen per accrescere attenzione ed interesse dell'opinione pubblica, ha visto la realizzazione di 5.200 manifestazioni in 181 paesi che sono state ampiamente coperte dai media.
A brevissimo il 10/10/010 arriva il Global Party che prevede di migliorare i risultati del 2009, con migliaia di comunità impegnate a montare pannelli solari, costruire piste ciclabili, piantare alberi e pianificare orti e giardini per uso comune allo scopo di lanciare un inequivocabile messaggio a tutti i leader politici : noi ci stiamo lavorando e voi?
Ad oggi ( 7 ottobre) sono 6631 gli eventi registrati in 188 nazioni che possono essere cercati qui. Alcune iniziative classificate come Top Events vedono a Davao City nelle Filippine migliaia di studenti piantare delle mangrovie per proteggere le loro coste dall'erosione ,l'installazione di pannelli solari in una scuola nel deserto della Namibia, la pulizia della barriera corallina da parte di sommozzatori nella minuscola isola di Nauru la nazione più piccola partecipante.
Mentre non ha avuto esisto l'invito rivolto al Presidente Obama - che però sembra ci abbia ripensato - di reintrodurre i pannelli solari - fatti installare sulla Casa Bianca da Carter e rimossi poi da Reagan - nell'altra parte del globo il Presidente delle Maldive avrà per il 10 ottobre dei pannelli solari sul tetto del suo palazzo.
Sono rimaste in 4 le nazioni missing dove non è stato organizzato nulla tra cui San Marino. L'Italia è presente con una quindicina di iniziative ricercabili sul sito di 350.org e che vi indicheremo dalla nostra pagina di facebook nei prossimi giorni.

Tom Szaky da worm boy a eco-capitalista - La storia di Terra Cycle (settembre '10)

tom terracycleTom Szaky, fondatore di Terra Cycle è fiero di collezionare la spazzatura che nessun altro vuole , involucri e imballaggi per alimenti prevalentemente in plastica e di trasformarla in altri prodotti di consumo.
L'idea di fondo di Terra Cycle è stata quella di fare diventare la buona pratica del riciclaggio un'opportunità di business con ampi margini di crescita e sviluppo nei diversi paesi estendendo così i benefici a carico dell'ambiente.
Il motore del programma di riciclaggio di TerraCycle sono i raccoglitori volontari di rifiuti, aziende persone e scuole possono iscriversi alla community del sito diventando delle brigate virtuali che si occupano di raccogliere e spedire, a carico del destinatario, il materiale riciclabile di una specifica marca. Per chi vuole partecipare non c'è che l'imbarazzo della scelta, dalla yogurt brigade che raccoglie i vasetti , alla chip bag brigade che raccoglie i sacchetti di patatine alla varie specifiche brigate che raccolgono cellulari, tappi di sughero, tubetti di medicine, colle, ecc.
Quando una brigata raccoglie la quantità sufficiente procede all'invio gratuito dei materiali raccolti ai depositi di Terra Cycle ricevendo per ogni pezzo inviato 2 pence che vengono accreditati alla specifica associazioni di beneficenza o scuola indicate come beneficiaria dalla brigata al momento dell'iscrizione.
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terra cycleI prodotti realizzati con i rifiuti che Terra Cycle raccoglie sono i più disparati, dagli zaini creati con i contenitori di succhi della Capri Sun, alle cartelline realizzate con il packaging delle confezioni del caffè, ad aquiloni ottenuti da confezioni di biscotti e tanti altri prodotti ancora come vestiti, cornici, vasi , amplificatori per mp3, ecc.
La maggior parte dei costi necessari a fare funzionare il sistema: spedizioni, gestione del sito web, pagamento delle donazioni e pagamento della percentuale che trattiene Terra Cycle, sono sostenuti dalle aziende i cui prodotti vengono raccolti. “Si tratta di fondi che arrivano dal budget di marketing della società” dice Szaky, che è sceso a patti con un impressionante elenco di società multinazionali per sponsorizzare le brigate, tra cui Starbucks, la Kraft, Johnson & Johnson, Mars, Coca-Cola, Kellogg's e Nestlé.
I fondi provenienti da queste grandi aziende negli USA supereranno quest'anno i 12 milioni di dollari.
La società è nata nel 2001 con sede negli USA ma è già presente in sei paesi e prevede di insediarsi in altri 11 nazioni tra cui Giappone, Australia e Svezia nel 2011. Lo scorso settembre è stata lanciata Terra Cycle UK e nel mese di luglio si è aggiunta l'Irlanda.
Sono invece 10 i depositi di cui dispone oggi l'azienda di cui cinque negli Stati Uniti “Al momento siamo un'azienda che fattura solamente 40 milioni di dollari ma vorremo diventare il corrispettivo di Google nel nostro settore e aspirare ad un fatturato di miliardi di dollari ... perché no!' ha dichiarato Szaky, 28 anni, in occasione dell'inaugurazione di un loro negozio nel bus terminal di Port Authority a Manhattan, mostrando con orgoglio alcuni dei 200 prodotti che portano il logo Terra Cycle.
In sintonia con la filosofia di Terra Cycle, non sono stati spesi soldi per l'arredamento del negozio.
I tavoli sono stati ricavati da porte di recupero appoggiate su estintori fuori servizio o su contenitori da loro prodotti per contenete la spazzatura o altri usi.
Secondo Szaky, le aziende stanno sempre più finanziando i suoi programmi di raccolta per aiutare l'ambiente ma anche per bilanciare la pubblicità negativa per le società quando i rispettivi marchi primeggiano tra i rifiuti che sporcano le strade. Risulta decisamente preferibile per le stesse aziende ottenere che i loro rifiuti trovino una seconda vita in qualcosa di nuovo che ancora mantiene il loro logo ben visibile. Oltretutto sembra esserci anche un incentivo finanziario importante a sentire Chris Baker, il direttore generale della Terra Cycle Europa che afferma che alcune delle loro aziende partner hanno rilevato un aumento nelle vendite interessante in concomitanza allo svolgimento dei programmi di raccolta.
Il gruppo Kraft è rimasto così impressionato dal successo del programma negli Stati Uniti che ha spinto l'azienda ad espandersi in Europa proponendo un calendario di entrata in nuovi paesi ogni tre mesi.
In Inghilterra dove è stato aperto un ufficio vicino alla stazione di Liverpool Street a Londra e 64.000 mq di magazzino a Rainham, Essex sono stati due marchi di proprietà della Kraft ad aderire per primi.
Nei prossimi sei mesi, Szaky prevede di organizzare sistemi di raccolta per tubetti di dentifricio, spazzolini da denti, contenitori di cosmetici e inalatori per l'asma. Sono infatti già quasi 30 mila i consumatori britannici che si sono attivati nelle raccolte.."
E stato organizzato per la prima volta al mondo un programma di raccolta per penne, pennarelli markers la "Writing Instrument Brigades" all'interno di grandi aziende e scuole dove avviene il maggior consumo.
Dire che Szaky è sempre stato ambizioso sarebbe un eufemismo. Cresciuto a Toronto, dove la sua famiglia si trasferì dopo aver lasciato l'Ungheria nel 1987, a 16 anni aveva già avviato un'azienda di web design vinto alcuni premi di settore e altre 3 aziende dotcom.
Da studente di scuola secondaria si dedica ad attività di beneficenza, durante il terzo anno copre in bicicletta da solo in 21 giorni la distanza tra Toronto e Vancouver per raccogliere 4000 $ per un'associazione ambientalista dell'Ontario stabilendo il record nazionale di velocità. L'anno dopo organizza una grande sfilata di moda con l'impiego di 200 volontari che raccoglie fondi per 35,000 dollari.
La sua prima incursione nel riciclaggio è avvenuta nel 2001 durante il suo primo anno all'Università di Princeton nel New Jersey, dove stava studiando psicologia ed economia. Il suo primo progetto è stato quello di realizzare utili con gli avanzi della mensa di Princeton.
Dopo aver sperimentato la possibilità di ottenere del compost dagli escrementi di una particolare specie di vermi rossi chiamata compost worm nutriti con scarti organici, Szaky progetta un allevamento allargato. Impiega allo scopo una macchina industriale con un nastro trasportatore sulla cui lunghezza sistema vermi e scarti alimentari. Il compost prodotto dai vermi viene poi raccolto e diluito dando origine a un ricco fertilizzante naturale per l'industria del giardinaggio. A parte il lavoro, per lo più fornito gratis dai vermi e dalle spese di funzionamento della macchina, l'operazione può definirsi a costo zero. L'abbinata vincente consiste nel vendere questo fertilizzante naturale in bottiglie di plastica di soda riciclate a cui viene applicato uno spruzzatore acquistato come articolo di fine serie.
E' stato in quel periodo che Tom si guadagna l'appellativo di Worm Boy, ragazzo verme.
Ci vogliono due anni prima che le vendite decollino e diventi necessario per Tom lasciare il college per dedicarsi a tempo pieno a Terra Cycle.
Il mantra dell'azienda raccontato nel libro di Szaky uscito lo scorso anno La rivoluzione in una bottiglia è quello di realizzare un riciclaggio upcycling, che origini un nuovo prodotto da un rifiuto mantenendo la sua forma e struttura di base, senza aggiunta di sostanze chimiche e impiego di processi di combustione.
Un problema che si è però presentato nella storia dell'azienda con l'esclusivo utilizzo di rifiuti post-consumo è stata un'esplosione dei costi dovuti alla pulizia e gestione dei rifiuti. Si è riusciti a bilanciare queste uscite solamente alla fine del 2008 dopo che Szaky scopre una nuova fonte di rifiuti che non richiede pulizia ed è molto più semplice da manipolare.
Si tratta dei prodotti di scarto pre-consumo che la maggior parte delle aziende produce e che mediamente rappresentano una percentuale che va dall'uno al sei per cento della loro produzione annuale.
Dei tre miliardi di unità di rifiuti che Terra Cycle ha ricevuto ad oggi in questo anno, il 96 per cento è costituito da scarti aziendali.
Un secondo cambiamento avviene nel 2009, quando Terra Cycle smette di produrre direttamente ma incomincia a servirsi di altre società a cui consegna i rifiuti che si occupano della produzione e delle vendite corrispondendo a Terra Cycle una percentuale del profitto che va dal 5 al 15%.
Terra Cycle si sta indirizzando anche verso il controverso settore del riciclaggio delle materie plastiche, una mossa inevitabile secondo Szaky perché i depositi traboccano tra le raccolte delle brigate e i rifiuti aziendali e la produzione upcycled non è in grado di assorbire tutti i rifiuti.
“Vogliamo diventare la soluzione di riciclaggio per tutto ciò che non è riciclabile oggi” dice Szaky “Ma non abbiamo ancora tutte le risposte”.
Attualmente il 75 per cento dei rifiuti che entrano in Terra Cycle è costituito da vari tipi di plastica che può essere riciclata e trasformata, con l'aggiunta di sostanze chimiche, in diverse tipologie di granuli di plastica. Da questi granuli verranno prodotti oggetti che usciranno nei prossimi mesi con il logo Terra Cycle come bidoni della spazzatura, taglieri, piatti e bicchieri.

Nel 2009 Terra Cycle è stata nominata una delle 100 aziende più innovative dalla rivista Red Herring Magazine.
I prodotti TerraCycle possono essere trovati in diverse catene della grande distribuzione come la Home Depot, Lowes, Target, Office Max e Urban Outfitters. Tutti i prodotti TerraCycle possono essere acquistati anche online.
Szaky è estremamente parsimonioso, non ama comperare e preferisce piuttosto acquistare poche cose ma investire in prodotti durevoli. Anche se la società ha in previsione per quest'anno un profitto di 3,2 milioni di dollari l'unica spesa che verrà fatta per la sede aziendale è l'installazione di pannelli solari.
Terra Cycle ha sede a Trenton nel New Jersey, classificata come la quarta città più pericolosa degli Stati Uniti anche per via delle numerose gang che imperversano.
Questa situazione, che ha influito pesantemente sui prezzi di vendita degli edifici industriali facendoli crollare ha permesso all'azienda nel 2004 quando si è resa necessaria una sede spaziosa di acquistare uno spazio di 25.000 m² che è diventato il suo quartier generale a un prezzo estremamente conveniente.
Attualmente vi lavorano 70 dipendenti. L'ambiente è spartano, un paio di graffiti di artisti locali alle pareti e la più totale accozzaglia di scrivanie e tavoli. D'inverno riscaldamento al minimo tanto che Albe Zakes responsabile ufficio stampa racconta di dover portare i guanti.

Per saperne di più visita il sito e guarda la video presentazione di TerraCycle ad opera del suo fondatore.

Nel Maine più rifiuti produci più paghi ! (settembre '10)

maineSono oltre 150 le cittadine del Maine che sono passate a una nuova tariffazione per le bollette riferite ai rifiuti che premia chi produce meno spazzatura, così come avviene per le altre bollette dalla luce al gas dove si paga in relazione al consumo. Questo sistema di tariffazione è parte di un programma di servizi e consulenza in materia di gestione dei rifiuti che una società privata, Waste Zero, offre alle amministrazioni cittadine negli USA.
Waste Zero sta accompagnando al momento oltre 300 cittadine americane nella progressiva trasformazione degli attuali sistemi di gestione dei rifiuti.
La tariffazione si basa sulla quantità di rifiuto indifferenziato prodotto, anzi buttato, visto che il sistema è chiamato PAYT: Pay as you throw. Secondo i dati forniti dalla società con il sistema PAYT si ottiene mediamente una riduzione del 43% del rifiuto indifferenziato, con un consequenziale aumento della quantità dei rifiuti avviati al riciclo e, come risultato finale, un notevole risparmio sui costi di smaltimento.
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Sanford cittadina nel sud-ovest del Maine che conta 21.000 abitanti ha adottato recentemente il programma con risultati che sono andati ben oltre le più rosee aspettative dei suoi amministratori. Dopo un solo mese si è verificata una riduzione dei rifiuti del 50% e la percentuale di materiale riciclato è stata quasi triplicata. Secondo le proiezioni effettuate sulla base di questi dati il risparmio annuo potrebbe aggirarsi su una cifra stimata dai 250 mila ai 275 mila dollari.
Questo sistema è apprezzato da tutti per il raggiungimento dei risultati ma piace soprattutto al cittadino virtuoso che viene ripagato dell'impegno profuso nel ridurre i rifiuti alla fonte, (comprando sfuso, evitando take away, prodotti iper-imballati e non riciclabili...) e che può così smettere di pagare anche per chi adotta comportamenti opposti.
La Corea ha adottato questo sistema da anni. I coreani possono utilizzare per riporre l'immondizia indifferenziata solamente dei sacchetti speciali che sono acquistabili praticamente ovunque e in diverse misure per grandi e piccoli utenti. Sono inoltre disponibili anche sacchetti specifici per l'organico che viene raccolto e convertito in fertilizzante per uso agricolo. Chiunque invece si sogni di riporre la spazzatura nei sacchetti di plastica dei negozi, oltre a collezionare sguardi di riprovazione da parte dei vicini, può incorrere se scoperto in una sanzione.
Per saperne di più guarda il video promo di Waste Zero>>
Per sapere a che punto siamo in Italia clicca qui >>

Città del Messico: addio ai sacchetti di plastica? (settembre '10)

plan verde- città del messicoAnche se non lo si può ancora dedurre osservando gli acquirenti con i loro soliti sacchetti di plastica nei mercati o nei vari negozi di alimentari, Città del Messico ha approvato una legge che vieta ai negozi di offrire ai clienti sacchetti di plastica. Questo provvedimento, che dovrebbe permettere la distribuzione di sacchetti monouso solamente in materiale biodegradabile e a pagamento, entrerà in vigore però solamente nel 2011, per dare il tempo a tutti i comparti commerciali, dai negozi di alimentari a quelli di abbigliamento, di organizzarsi. Per i trasgressori sarà prevista una sanzione corrispondente a 90 $ o passare 36 ore in cella.
Città del Messico con i suoi nove milioni di abitanti consuma 20 milioni di sacchetti al giorno e i sacchetti di plastica creano da sempre notevoli problemi di smaltimento, intasano gli scarichi cittadini con alti costi a carico della comunità.
Questo provvedimento si inserisce nel Plan Verde, un programma che la città ha adottato per affrontare le varie problematiche ambientali che affliggono la città e che comprende misure che vanno dal contrasto all'inquinamento atmosferico alla promozione di una mobilità dolce e all'incremento dell'offerta di prodotti biologici nei mercati cittadini.
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oaxacaIl divieto del sacchetto di plastica e la richiesta implicita ed esplicita che verrà fatta ai cittadini di servirsi di altre soluzioni meno impattanti per l'ambiente è considerato come uno strumento per educare i cittadini al rispetto dell'ambiente.
L'emissione di questo divieto avvenuta a inizio agosto ha causato una grande alzata di scudi da parte dell'associazione di categoria che riunisce i produttori di materie plastiche che non vogliono perdere questo ricco business.
Tuttavia le catene del retail in Messico sono già impegnate in programmi di riduzione della distribuzione dei sacchetti di plastica ai propri clienti. Wal-Mart, la maggiore catena presente in Messico, conta di raggiungere nel 2013 una riduzione del 50%. A tal fine sono state vendute attraverso i punti vendita nazionali circa 1,6 milioni di borse riutilizzabili. Molti nodi rimangono tuttavia da sciogliere: come l'applicabilità della sanzione verso i piccoli esercizi commerciali e soprattutto verso quei venditori ambulanti che con fatica sbarcano il lunario e che non possono permettersi di fare pagare i sacchetti biodegradabili ai clienti, o assorbirne il costo, né tanto meno pagare la sanzione. Secondo alcuni osservatori dei media locali se questo provvedimento non costringerà davvero tutti gli esercizi a far pagare i sacchetti monouso potrebbe rimanere un provvedimento sulla carta, largamente disatteso come avviene in altri paesi dove questo evento si è già verificato.
Allo stesso tempo alcuni si chiedono se le aziende che attualmente producono sacchetti in plastica riusciranno a convertire la produzione entro il tempo richiesto.

San Francisco vuole estendere il divieto di utilizzo di sacchetti di plastica a tutti i rivenditori (agosto '10)

ross MirkarimiNel 2007 San Francisco ha bandito i sacchetti di plastica nei maggiori negozi e catene di prodotti alimentari e nelle catene di parafarmacia.
Ora l'amministrazione della città sta valutando di estendere il divieto a tutti i rivenditori, tra cui librerie, negozi di abbigliamento e grandi magazzini e che includerebbe tutti i possibili formati e misure dei sacchetti di plastica.
Ross Mirkarimi, membro della Commissione di Vigilanza della città di San Francisco e autore della legge del 2007 ha presentato formalmente una proposta in tal senso alla Commissione ad inizio agosto.
Anche lo Stato della California ha in corso l'iter legislativo di un disegno di legge, l' Assembly Bill 1998, appoggiato dal Governatore Arnold Schwarzenegger, che vieterebbe il sacchetto di plastica in tutto lo stato della California a partire dal 2012 con una tassazione di 5 cent prevista per il sacchetto di carta.
L'amministrazione di San Francisco non ha intenzione di aspettare gli sviluppi di questo disegno di legge perché è sicura che i provvedimenti saranno più blandi e di minore portata rispetto agli obiettivi che vuole raggiungere in città.
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A San Francisco l'attuale legge impone ai supermercati di grandi dimensioni e alle catene di parafarmacie di fornire ai clienti solamente sacchetti di bioplastica compostabili, sacchetti di carta riciclabile e borse riutilizzabili.
La nuova legislazione, se approvata, entrerebbe in vigore il 1 Marzo 2011. Oltre a valere per tutti i comparti commerciali del retail prevede come novità l'addebito di cinque centesimi anche per il sacchetto monouso di carta. Restano esclusi dal provvedimento i sacchetti intermedi per l'imballaggio e il confezionamento di prodotti alimentari ma anche, ad esempio, gli involucri di plastica utilizzati dalle lavanderie a secco per proteggere gli indumenti.
Secondo Mark Westlund, portavoce del Dipartimento per l'Ambiente di San Francisco, sono stati 100 milioni i sacchetti di plastica che sono stati risparmiati all'ambiente in tre anni di divieto.
Se il provvedimento passasse San Francisco sarebbe la prima città della California a seguire l'esempio delle cittadine delle contee di Currituck, Dare, Hyde appartenenti alla regione degli Outer Banks in North Carolina. Anche qui si tratta dell'estensione di un primo provvedimento limitato ad alcune catene che sarà effettivo dal primo ottobre 2010.
Alcuni negozi di San Francisco sono già passati dal 2007 ai sacchetti di carta. Resta a livello locale, ma non solamente, l'accusa rivolta ai sacchetti di carta, anche da parte dell'industria della plastica, che rimarca in ogni occasione quanto anche questi non siano privi di impatto per l'ambiente.
Rispetto alla soluzione in plastica la produzione di sacchetti di carta richiederebbe un maggiore consumo di acqua, un 70% di energia in più e un 50% di emissioni di gas serra in più causate dal sacchetto durante il suo ciclo di vita.
Ovviamente l'industria della plastica evidenzia i punti deboli dell'alternativa di carta e minimizza quelli riferiti alla soluzione in plastica, la non biodegradabilità del materiale, la dispersione nell'ambiente con inquinamento chimico e relativi danni tra cui anche quelli economici, le ridicole percentuali di riciclo, l'utilizzo del petrolio che è una fonte di energia in declino, ecc.
Per saperne di più leggi la valutazione di impatto ambientale riferita al sacchetto in plastica, in carta e in materiale riutilizzabile.

Associazione ambientalista americana intenta due cause alla Federal Drug Administration (agosto '10)

liberi dal bisfenoloL'associazione ambientalista NRDC, National Resources Defence Council, ha intentato in poco più di due mesi due cause contro la FDA, Food and Drug Administration.
La prima a fine giugno per non aver ricevuto alcun riscontro da parte della FDA ad una petizione da loro presentata oltre 18 mesi fa che chiedeva di vietare l'uso del bisfenolo A (BPA) in imballaggi, contenitori per alimenti e altri materiali che possano entrare in contatto con gli alimenti.
La seconda causa riguarda nuovamente un impegno mancato dalla FDA, che, a distanza di oltre 30 anni non ha ancora prodotto un documento, già annunciato nel 1978, che regolamenti l'uso di prodotti chimici antimicrobici nei saponi liquidi, solidi e altri prodotti detergenti come il triclosan e il triclocarban considerati inutili e dannosi.
Bisfenolo a
Il NRDC nella petizione presentata a fine 2008 alla FDA sostiene che le prove scientifiche esistenti a disposizione siano più che sufficienti per concludere che il BPA è una sostanza pericolosa per il consumo umano e va pertanto eliminata. Con l'azione legale l'associazione vuole costringere la FDA a esprimersi in tempi rapidi.
Il BPA è usato per la produzione di un tipo di plastica rigida e trasparente che l'industria alimentare utilizza nella produzione di bottiglie, stoviglie e piatti di plastica, contenitori e biberon.
Il Bpa è presente anche nelle resine da cui vengono prodotti pellicole e rivestimenti per lattine ad uso alimentare. Il BPA viene rilasciato dai contenitori o dai rivestimenti e passa negli alimenti.

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Secondo l'associazione ambientalista la FDA continua, nonostante gli studi scientifici a disposizione, a dimostrarsi riluttante nel regolamentare l'uso drl bisfenolo a negli imballaggi alimentari mentre gli americani, intanto, continuano ad essere esposti quotidianamente ad una sostanza responsabile di una vasta gamma di effetti nocivi per la salute.
Come documentato da studi su animali, l'esposizione in età precoce al BPA, anche a basso dosaggio, ha causato l'insorgenza di cancro della prostata, tumore della mammella, diabete , disfunzioni del metabolismo lipidico e glucidico, anomalie cromosomiche, modifiche nello sviluppo cerebrale che danno origine ad alterazioni comportamentali, ecc.
Ricerche svolte sull'uomo hanno riscontrato esiti similari oltre a casi di aborto spontaneo, malattie cardiovascolari e disfunzione erettile.
Sono state rilevate tracce di BPA nell'organismo di oltre il 90% degli americani testati dal CDC (Centers for Disease Control) nel 2003. Altre ricerche hanno dimostrato che anche i bambini nascono già con bisfenolo A nel sangue a seguito dell'esposizione subita dalle madri.
In attesa di un pronunciamento del giudice, il NRDC raccomanda a tutti, in particolare alle donne incinte e bambini piccoli, di ridurre l'esposizione al BPA, per quanto possibile.
I suggerimenti per gli adulti consistono nel limitare il consumo di cibo in scatola, bibite in bottiglie di plastica preferendo vetro e acciaio inossidabile anche quando si utilizzano contenitori riutilizzabili.
Per neonati e bambini piccoli vanno invece evitati biberon o tazze in policarbonato e va verificato che anche i massaggia gengive siano BPA free. Stessa precauzione va adottata per apparecchi ortodontici, anche per le donne in gravidanza chiedendo al dentista di utilizzare materiali e cure BPA free.
Triclosan e triclocarban
La seconda causa intentata dal NRDC a fine luglio si propone, anche qui, di costringere la FDA a fornire una risposta su altre due sostanze di cui viene fatto un ampio utilizzo dal mercato. Si tratta del triclosan e del triclocarban, agenti antibatterici presenti in molti detergenti, deodoranti e altri prodotti per la cura personale. Classificato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale americana come cancerogeno e responsabile di problemi dello sviluppo nei bambini e al fegato negli adulti, il triclosan, così come il bisfenolo a, è considerato una sostanza appartenente alla categoria dei distruttori o interferenti endocrini ritenuti responsabili di disordini ormonali, patologie dell'apparato riproduttivo, tumori. Un ulteriore effetto indesiderato del triclosan sembrerebbe quello di aumentare la resistenza batterica agli antibiotici.
Lo scorso aprile la FDA ha ammesso che queste sostanze non sono più efficaci come antibatterici di quanto lo siano l'acqua e sapone e ha espresso preoccupazione per i loro potenziali effetti nocivi.
Secondo il NRDC la FDA non sta tutelando la salute pubblica visto che, dover espresso le proprie preoccupazioni ha poi annunciato di necessitare di un anno di tempo per rivedere i dati e poi decidere come muoversi
Il settantacinque per cento degli americani hanno residui di triclosan nell'organismo e gli attuali livelli riscontrati sono aumentati del 50% rispetto al 2004.
Questo anche perché, come ha dimostrato uno studio della University of Toledo dell' Ohio, oltre alle quantità assorbite dall'organismo attraverso il contatto con detergenti e dentifrici, le due sostanze possono entrare nella catena alimentare anche attraverso acque di scarico contaminate che finiscono nei campi oppure perché presenti in fertilizzanti e pesticidi per l'agricoltura.
Ecco una scheda tecnica prodotta dal NRDC per fornire informazione ai consumatori che contiene un elenco dei paesi che hanno preso delle misure sull'utilizzo del Triclosan, tra cui l'Unione Europea, che nel marzo del 2010 ha deliberato di proibire, a partire dal 2011, l'impiego del triclosan in prodotti che possano entrare in contatto con il cibo.
Per ulteriori informazioni guardare il filmato La storia dei cosmetici di Annie Leonard.

I decisori politici sanno che si sta prospettando uno shock petrolifero e dovrebbero agire subito (agosto '10)

La maggior parte dei funzionari in Europa e nel Regno Unito credono ancora che il picco del petrolio sia un problema che i mercati possano risolvere. “Prendere alla leggera tematiche come l'approvvigionamento energetico è un gioco pericoloso” dice Lionel Badal.

Due anni fa, il governo britannico era ancora fiducioso sul fatto che le riserve di petrolio fossero sufficienti a soddisfare la crescente domanda almeno fino al 2030.
In realtà questa aspettativa confortante era basata sulle valutazioni formulate dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE).
Nel frattempo numerosi studi accademici e rapporti di settore hanno dimostrato che già a partire da questo decennio la produzione mondiale di petrolio comincerà a diminuire. In poche parole stiamo per raggiungere il picco del petrolio, e completamente impreparati.

A chi credere?
A suo merito, il governo inglese, attraverso la voce del Dipartimento Energia e Cambiamenti Climatici (DECC) ha recentemente cambiato la sua precedente posizione. Il DECC ora ammette i rischi della situazione pur non conoscendo quali saranno nel futuro le dimensioni della domanda e dell'offerta di petrolio.
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Insomma tra chi formula un'ipotesi di picco del petrolio tra un anno o tra 20 il DECC proprio non sa a chi credere. Essendomi occupato da studente universitario di questo argomento, ho avuto modo di incontrare all'inizio di quest'anno funzionari del DECC e un team di esperti della Direzione Generale Energia e Trasporti della Commissione Europea, gli organismi incaricati ad assicurare i nostri approvvigionamenti di energia. Immagino sarete felici di sapere che il DECC non ha la possibilità di fare proprie valutazioni sulla produzione di petrolio, o almeno così mi è stato detto. Le nostre società possono essere totalmente dipendenti da una risorsa finita, ma il governo non ha alcuna idea su quando la stessa inizierà a diminuire. Questo atteggiamento si può solamente definire con un aggettivo: irresponsabile.

Rischio crisi petrolifera
Durante un incontro il capo del team di DECC ha ammesso, alla fine, che siamo inequivocabilmente in presenza del picco del petrolio e non ha negato che la possibilità di avere un deficit di 10 milioni di barili al giorno (MBD) rispetto al fabbisogno mondiale entro il 2015, come affermato da un recente documento delle forze armate statunitensi a cui ho fatto riferimento, potrebbe essere realistica.
Se un calo di 10 MBD sembra troppo astratto, immaginiamoci cosa potrebbe accadere domani se, in seguito ad un colpo di stato in Arabia Saudita, dovesse venir meno tutta la sua produzione nazionale di petrolio: una catastrofe globale.
Nel complesso tutti sembrano del parere che solamente uno shock petrolifero potrebbe costringerci a ridurre la nostra dipendenza da petrolio. Forse hanno ragione, ma non dovremmo tentare qualcosa di alternativo prima di arrivare a quel punto? Come sempre, i poveri saranno i più gravemente colpiti da una crisi petrolifera anche se non dovreste fare l'errore di pensare che i ricchi ne vengano risparmiati. In questo contesto appare piuttosto sconsiderata la recente decisione del DECC di tagliare 34 milioni di sterline da programmi di incentivazione per lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio.
La situazione alla Direzione Generale Energia della Commissione Europea, ahimè, non è migliore. Sono rimasto infatti totalmente sbalordito quando, in risposta alla mia domanda sul perché non facessero una propria valutazione sul picco del petrolio, mi hanno risposto che preferiscono non farlo per evitare di dare previsioni sbagliate.
Che gli Stati Uniti possano aver voluto influenzare le valutazioni dell'AIE, come è trapelato lo scorso anno, è facile da immaginare in quanto il petrolio contribuisce per circa la metà al bilancio americano. Ritengo però, anche a costo di passare per ingenuo, che non possa essere tollerato che l'AIE affermi di essere un' organismo obiettivo e indipendente.

Può il mercato risolvere il problema ?
Sei funzionari del team della Commissione Europea DG Energia su sette hanno manifestato la convinzione che, in qualche modo, il mercato possa risolvere il problema del picco del petrolio. Volete sapere chi era il settimo funzionario in controtendenza ? Un esperto in Economia dell'Energia (senior energy economist) che aveva precedentemente lavorato per la Exxon Mobil, una delle principali aziende petrolifere che negano il picco del petrolio.
A rigor di logica si potrebbe pensare che a seguito di una crisi petrolifera, con il declino della produzione e la comparsa di tensioni, il prezzo del petrolio possa salire al punto da stimolare investimenti in energie rinnovabili, in oli “non convenzionali” e in sistemi di efficienza energetica.
In realtà, un elemento fondamentale che gli economisti tradizionali non riescono a capire è che gli shock petroliferi hanno sempre portato a recessioni economiche.
Quello che succede infatti è che quando i prezzi salgono ad un certo punto l'economia entra in una fase di recessione e forse anche di depressione. Quando poi la domanda diminuisce e a seguito i prezzi vengono anche a mancare finanziamenti ed incentivi da investire in fonti di energia rinnovabile. Quello che ne deriva è un'enorme volatilità dei prezzi, un vero incubo per tutti gli investitori di energia. Un ciclo auto-distruttivo di crisi petrolifere seguite da recessioni potrebbe essere il nuovo paradigma.

Il mercato da solo non può risolvere il picco del petrolio
Quello che ho rilevato nei miei interlocutori durante questi incontri è stata una mancanza di coraggio, una prevalenza di “wishful thinking” nei loro ragionamenti e un livello spaventoso di autocompiacimento.
Un calo imprevisto della produzione globale di petrolio avrà effetti gravissimi sulla nostra società petrolio-dipendente. Purtroppo, circa il 95 per cento del trasporto si basa ancora sul petrolio e anche la nostra produzione alimentare con i suoi sistemi di distribuzione sono totalmente dipendenti da questa risorsa non rinnovabile.
L'incapacità di comprendere il problema e agire ora si tradurrà in una carestia di energia drammatica. Personalmente non posso accettare questa realtà, e non dovreste neanche voi!

(Fonte : The Ecologist- articolo di Lionel Badal )

Lionel Badal attualmente sta effettuando un dottorato di ricerca sul picco del petrolio presso la prestigiosa università inglese King's College di Londra. Nel 2009 a 22 anni mentre stava lavorando alla sua tesi di laurea all'università di Exeter è venuto a scoprire che gli esperti dell'Agenzia internazionale dell'energia (AIE), creata nel periodo successivo alla crisi del petrolio tra il 1973 e il 1974 e con sede a Parigi, avrebbero taciuto circa un prossimo picco previsto per il 2015 a seguito di pressioni ricevute dagli Stati Uniti.
Grazie a Lionel Badal che ha convinto un membro dell'AIE a rivelare alcune informazioni la notizia è apparsa sulla prima pagina del Guardian nel novembre del 2009. Per ulteriori informazioni leggi anche L'incognita del picco petrolifero

Basta rifiuti nel Los Angeles River (agosto '10)

griglieIl Los Angeles River si avvia a diventare un corso d'acqua più pulito grazie ad un sistema di griglie cattura rifiuti che verranno installate all'interno degli scarichi che raccolgono le acque piovane di 16 cittadine. Questo almeno per quanto riguarda i rifiuti che non vengono volontariamente gettati nel fiume ma vi arrivano trasportati dalla acque di scarico urbane.
La parte del fiume interessata da questo progetto concepito su base regionale è quella che attraversa la Los Angeles Gateway Region.
Il progetto denominato LA Gateway Cities Catch Basin Insert Project prevede l'installazione di questo sistema nei 12.000 pozzetti di scarico delle cittadine situate lungo il corso del fiume come Montebello, Pico Rivera, Vernon, Maywood, Commerce, Huntington Park, Bell, Cudahy, Bell Gardens, South Gate, Downey, Lynwood, Paramount, Compton, Signal Hill, e Long Beach.
"C'è un enorme lavoro da fare per bonificare questo fiume in modo che possiamo tornare a godere di acque pulite e senza rifiuti” ha dichiarato il sindaco di Long Beach Bob Foster.
Per mostrare il funzionamento del sistema i funzionari di Long Beach hanno fatto una dimostrazione pubblica per cittadini e stampa simulando cosa succede quando piove.
In caso di pioggia si aprono i portelli di accesso agli scarichi che si trovano lungo i lati delle strade, le acque ed eventuali rifiuti entrano così negli scarichi o caditoie dove si trovano delle griglie metalliche che catturano i rifiuti. Le griglie vengono poi ripulite periodicamente da personale preposto.
Il progetto è costato 10 milioni di dollari ma secondo Mark Christoffels, funzionario tecnico delle città di Long Beach, ci sarà comunque un ritorno significativo dell'investimento per i contribuenti visto gli alti costi che comporta la pulizia delle spiagge e coste.
Questo sistema di cattura permetterà di trattenere le oltre 420 tonnellate di rifiuti che ogni anno si riversano nel Los Angeles River finendo poi nel mare. Sono 200 i posti di lavoro creati per l'attuazione di quest'opera che verrà ultimata per il prossimo giugno 2011.
I residenti intervistati appoggiano questo progetto perché preserva il loro territorio e al tempo stesso previene che rifiuti pericolosi per gli oceani e la fauna marina arrivino alle spiagge di Long Beach, che in quanto a sporcizia godono di una pessima reputazione, riversandosi alla fine in un oceano in parte già molto compromesso dai rifiuti come l'oceano Pacifico.
Per saperne di più guarda il servizio del Los Angeles News>>

Stop ai sacchetti di Plastica da Legambiente (luglio '10)

firma la petizioneIn occasione di Puliamo il Mondo, la piu' partecipata e coinvolgente iniziativa di volontariato ambientale, Legambiente lancia la petizione Stop ai sacchetti di plastica per dire basta all'"inquinamento bianco" dovuto alla dispersione nell'ambiente di miliardi di sacchetti di plastica. Per chiedere al Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo di non prorogare ancora una volta il divieto alla commercializzazione delle borse in plastica, gia' previsto a partire dal 1° gennaio 2010 secondo l'articolo 1, comma 1130, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e poi prorogato di un anno.
La petizione si rivolge ai cittadini e agli esercizi commerciali perche' trovino nuove soluzioni e chiede al ministro dell'Ambiente di ''impegnarsi a non prorogare ulteriormente il divieto di commercializzazione di sacchi non biodegradabili, non rispondenti ai criteri fissati dalla norma comunitaria EN 13432, oltre il 31 dicembre 2010''.
Evitare per un anno i sacchetti di plastica (un italiano in media ne consuma 250) oltre a non contribuire ad uno spreco di risorse permette una riduzione pro capite di 8 chili di CO2.
Per firmare la petizione Stop ai sacchetti di plastica vai al sito dell'iniziativa oppure utilizza il modulo cartaceo per la raccolta firme, da spedire poi a Fondazione Legambiente Innovazione – Via Vida 7 – 20127 Milano – tel. 0245475777 – fax 0245475776 - shopper@legambiente.org

Tom Jones, una tavola da surf e 2778 chilometri da percorrere in 90 giorni per un oceano senza plastica (luglio '10)

tom jonesTom Jones, californiano atleta estremo e campione del mondo di Thai Boxe si sta cimentando in una prova di forza e di resistenza per sensibilizzare l'opinione pubblica sul grave impatto ambientale, e conseguenti rischi sulla salute dell'uomo e della fauna, causato dall'uso improprio ed eccessivo della plastica che si è perpetrato negli ultimi decenni.
Si tratta di Paddle 2010>> un'impresa che permetterà a Jones di raccogliere 500 mila dollari per sostenere il progetto Plasticfree Ocean che si occupa proprio di informare l'opinione pubblica sull'inquinamento pervasivo che la plastica arreca a mari e oceani e quali misure è possibile adottare per limitare il danno.
Jones è partito il 16 maggio da Key West, in Florida, alla volta di Battery Park, NY, remando in piedi su una tavola da surf chiamata Sup (acronimo di Stand Up Paddle surf che riprende un’antica tecnica hawaiana).
L'arrivo è previsto 90 giorni dopo, presumibilmente per il 12 agosto 2010.
Jones ha già compiuto nel 2007 una simile iniziativa di sensibilizzazione chiamata Paddle California Challenge percorrendo con la stessa tecnica tutta la costa californiana per 2300 chilometri conquistando il record mondiale. Con questa nuova impresa Jones intende superare il proprio record cimentandosi a coprire, questa volta, con tappe giornaliere di 37 chilometri, una distanza complessiva di 2778 chilometri.
Oltre allo sforzo sportivo giornaliero, Jones, da maggio, sta prendendo anche parte ai numerosi eventi previsti nelle località di approdo lungo tutto il percorso.
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Questa sfida richiama un'altra impresa compiuta nel 2000 da Tom, una maratona di 120 giorni da Huntington California a New York che prevedeva una rigida tabella di marcia per cui , indipendentemente dalle condizioni del terreno e del clima, Jones doveva percorrere una distanza giornaliera di 42 chilometri. Anzi i giorni consecutivi sono stati ben 121 giorni, perché arrivato a NY, ha ancora preso parte alla maratona di di questa città, in corso, completandola in meno di quattro ore: uno scherzetto da ragazzi per uno come lui!
Ma chi è Tom Jones? E' stato per sette volte campione professionista di Muay Thai, noto anche come Thai Boxe o Boxe Tailandese, guadagnando per due volte il titolo mondiale e per 3 volte quello USA. E' considerato un "atleta estremo” anche se coloro che seguono le sue prestazioni negli anni ritengono che l'aggettivo "estremo" usato per Tom risulti riduttivo.
Ma Jones non si è impegnato solamente a favore dell'ambiente: è stato altrettanto attivo nella raccolta fondi per progetti che affrontano problematiche di disagio giovanile e di abuso infantile. Tom Jones, anch'egli vittima di abusi infantili, affronta imprese e sforzi estremi non solamente per attirare l'attenzione e raccogliere fondi ma anche per spingere con l'esempio le persone ad attivarsi concretamente per risolvere gravi questioni sociali e ambientali che possono condizionare il nostro futuro, tentando di spingere le persone oltre le zone di comfort in cui tendono ad adagiarsi.
Per saperne di più su questo incredibile e sensibile atleta vai al suo sito>> e guarda questo filmato>>

Kröger, un grande gruppo della GDO americana, ha indetto, per il terzo anno consecutivo, un concorso on line: Design a Reusable Bag (luglio '10)

Per il terzo anno è stato indetto da Kröger, uno dei più grandi gruppi della Grande Distribuzione Organizzata americana un concorso on line, Design a Reusable Bag che premia il miglior motivo di design da riprodurre su una borsa. Sono stati 38.000 i disegni partecipanti all'edizione 2010 presentati da cittadini residenti in america che si sono registrati e hanno inviato il proprio elaborato tra aprile e maggio al sito Design a Reusable Bag.
I disegni sono stati votati dal pubblico on line e una giuria interna di Kröger ha scelto tra i disegni più votati 10 finalisti che sono stati resi noti ad inizio luglio.
Il vincitore del concorso ha ricevuto un buono spesa pari a 1000 $ spendibile nei punti vendita del gruppo e la possibilità di avere il disegno impresso sulla linea di borse in vendita durante l'anno in corso. Agli altri nove finalisti sono stati assegnati buoni spesa da 250$ e 100$ mentre tutti i partecipanti potranno ritirare una borsa riutilizzabile in omaggio.
Ecco le immagini riferite ai dieci lavori finalisti>>
Kröger ha venduto nel 2009 7 milioni di borse riutilizzabili e si propone di ripetere questo risultato anche nel 2010. Sulla base di una cifra stimata di sacchetti evitati annualmente che nel 2009 è stata pari a 200 milioni l'obiettivo del gruppo è di arrivare al più presto a raggiungere il miliardo di sacchetti risparmiati attraverso la vendita di borse riutilizzabili e programmi finalizzati ad una riduzione del monouso.
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Sul sito di Design a Reusable Bag è attivo un contatore che indica la quantità di sacchetti evitati dal gruppo giornalmente. Il conteggio è basato sulla media giornaliera di borse riutilizzabili vendute dai punti vendita ogni giorno (circa 12.950 pezzi) e la stima di quanti sacchetti possono essere risparmiati utilizzando una borsa per tutto il suo ciclo di vita (circa 1000).
Tra i programmi attivi di Kroger a favore dell'ambiente raccolti nel Rapporto di Sostenibilità 2010 troviamo un efficace programma lanciato a fine 2007 Bag2Bag e tuttora attivo che ha raccolto nel 2099 11.000 tonnellate di plastica che sono state riconvertite in altri sacchetti e in materiali per l'edilizia come mattoni e laminati.
I clienti trovano ben visibili in tutti i punti vendita del gruppo appositi contenitori in cui possono depositare sacchetti di plastica (di tutte le provenienze), pellicole e gli altri involucri in plastica come gli involucri utilizzati dalle tintorie da destinare al riciclo.
Kröger è uno dei più grandi gruppi della GDO americana con sede a Cincinnati, Ohio, ed è presente in 31 stati americani con più di 326.000 soci che gestiscono 2.481 supermercati e grandi magazzini. Appartengono al gruppo oltre alla catena Kröger altri marchi come Ralphs, Fred Meyer, Food 4 Less, Fry's, King Soopers, Smith, Dillons, QFC, ecc . Senza contare una catena di negozi convenzionati Convenience Store con 771 punti vendita, 385 negozi di gioielli, 40 impianti di trasformazione alimentare ed altro ancora.

Sacchetti in plastica pericolo letale anche per i cammelli. Parte una campagna in Siria per ridurne il consumo (luglio '10)

In un paese, la Siria, dove i sacchetti ricoprono strade, autostrade, sentieri, parchi e giardini e dove la metà della popolazione dei cammelli muore a causa dell'ingestione di plastica è ora in programma da parte del Ministero all'Ambiente una campagna per affrontare questa situazione estremamente critica. La Siria andrebbe a seguire altri paesi del Medio Oriente, come il Libano e gli Emirati Arabi che stanno tentando di ridurne il consumo tra la popolazione.
Il primo atto della campagna "No ai sacchetti di nylon" si è svolto con la distribuzione a fine giugno migliaia di sacchetti di carta e borse riutilizzabili nei mercati e nei centri commerciali. Si è tentato di incoraggiare l'adozione e l'utilizzo multiplo dei sacchetti in carta che sono usciti dalla circolazione da quando è arrivata la plastica. La seconda fase della campagna, in collaborazione con il ministero delle finanze, prevede l'applicazione di una tassa sui sacchetti di plastica per disincentivare la distribuzione tra i commercianti che attualmente dispensano ai clienti abbondanti quantità di sacchetti gratuiti ai clienti.
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Secondo i dati forniti dal Ministero all'Ambiente il consumo di sacchetti, solamente a Damasco e dintorni, ammonterebbe a 15 milioni di sacchetti al giorno, le associazioni ambientaliste sostengono invece che il numero reale è di molto superiore.
Il ministro dell'Ambiente, Kawkab al-Daieh, è impegnato nel tentativo di ridurre il consumo di buste di plastica dallo scorso agosto senza grandi risultati. Va ricordato che l'istituzione di un Ministero per l'Ambiente in Siria è una realtà come entità indipendente, solamente dall'aprile 2009.
Considerando che l'interesse del governo siriano per l'ambiente è in una fase iniziale il cammino da percorrere è davvero ancora lungo. Il ministro confida nell'aiuto offerto dalle associazioni della società civile e delle ONG locali per riuscire attraverso questa campagna di riduzione dei sacchetti a sensibilizzare la popolazione più rapidamente possibile.
E' noto sin dal 1997 che il 50% dei cammelli muoia nelle regioni desertiche a causa dell'ingestione di plastica come a Falaj Mualla.
Il Dott. Ulrich Wernery, Direttore scientifico al Central Veterinary Research Laboratory di Dubai
racconta che giornalmente le autopsie effettuate su carcasse di cammelli rilevano la presenza negli intestini degli animali di pietre di plastica che arrivano a pesare anche 60 kg l'una.
Si tratta di sacchetti e cordami di plastica che dopo essere state ingeriti e masticati dagli animali si calcificano, queste pietre sono quello che rimane nell'ambiente una volta che le carcasse dei cammelli si sono decomposte.
Ulrich Wernery si trova da 20 anni negli emirati arabi e dichiara che è necessario mettere una fine a questa forma di “inquinamento fatale” che colpisce le zone deserte e che peggiora inesorabilmente anno dopo anno. Racconta il Dott. Wernery “Nel 2008 visitando un campo nella zona nord dell'emirato di Ras Al Khaimah sono rimasto scioccato nel trovare oltre 30 carcasse di cammelli morti a causa della plastica seppelliti dai propietari, l'ho battezzata la valle della morte”.

Hong Kong riduce in i sacchetti (luglio '10)

L'uso dei sacchetti di plastica ad Hong Kong si è drasticamente ridotto negli ultimi 12 mesi di quasi il 90 per cento grazie all'applicazione di una tassa introdotta tramite un'ordinanza di governo chiamata “Product Eco-responsibility Ordinance”.
L'ordinanza è stata preceduta da lanci gratuiti di borse riutilizzabili ai cittadini meno abbienti, punti informativi di sensibilizzazione presso i centri commerciali e l'indizione di un concorso rivolto alle scuole “My dream shopping bag” in cui sono stati premiati i migliori disegni e motivi dipinti dagli studenti su borse di tela.
L'uso indiscriminato di sacchetti di plastica è sempre stato uno dei principali problemi nella gestione dei rifiuti a Hong Kong. Nel 2009 si registrava un consumo medio di oltre quattro sacchetti buttati via per abitante al giorno, per un totale di 30 milioni di sacchetti di plastica, che rappresentano circa il 6 per cento delle 17.500 tonnellate di rifiuti giornalieri inviati in discarica.
La tassa introdotta nel 2009 ammonta a 50 cent locali che corrispondono a circa 7 centesimi di dollaro americano e viene applicata da circa 3.000 punti vendita di catene del settore alimentare e della salute e della cosmetica.

Plastiki atteso a Sydney dopo quattro mesi di traversata (luglio '10)

plastikiE' previsto per domenica 25 luglio l'arrivo nel porto di Sydney del Plastiki e del suo equipaggio inglese costituito da 6 uomini.Il catamarano salpato da San Francisco California alla volta dell'Australia quattro mesi fa ha passato indenne tempeste e onde altissime attraversando l'oceano Pacifico e il suo Great Garbage Pacht.
Il Plastiki, un catamarano di 18 metri costruito con 12.500 bottiglie di plastica pressurizzate e tenute insieme da una colla organica a base di canna da zucchero e con materiale per lo più di scarto o riciclato è riuscito a compiere un percorso di oltre diecimila miglia con tappe organizzate nelle isole Kiribati, in Samoa Occidentale e Nuova Caledonia per incontrare la popolazione locale. Obiettivo di questa spedizione ideata David De Rothschild, trentunenne rampollo dell'omonima famiglia di banchieri, è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sullo scarico indiscriminato di rifiuti che avviene negli oceani. Per rendere questo progetto altamente sostenibile sono stati interpellati nella costruzione di questo catamarano ingegneri ed architetti navali. L'albero è costituito da una vecchia tubatura per l'acqua in alluminio mentre la vela è realizzata con plastica riciclata. La fornitura dell'elettricità necessaria è garantita da pannelli solari una turbina a vento e generatori a pedale. Sul ponte c'è una serra in miniatura per produrre cibo e una compost toilette sistemata sotto.
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De Rothschild ha avuto l'idea del 'Plastiki' quattro anni fa dopo aver letto un rapporto delle Nazioni Unite sulla piaga globale dell'inquinamento marino per evidenziare il gravissimo impatto causato dalle tonnellate di plastica che sotto forma di imballaggio o contenitori per alimenti e bevande si riversano senza sosta negli oceani.
Lungo il tragitto, il Plastiki ha navigato attraverso il Great Pacific Garbage Patch il continente di plastica, un tappeto galleggiante di rifiuti dove con il tempo, la plastica che si è disintegrata lentamente è presente in tutte le dimensioni possibili sino ad arrivare a scomporsi in micro particelle simili a zooplancton che vengono consumate dai pesci.
De Rothschild, ha dichiarato: "La situazione è tragica, dall'alto l'oceano sembra ancora bello e incontaminato, ma appena sotto la superficie si vedono queste particelle tossiche che potrebbero presto finire nei nostri piatti per cena. Non si tratta solamente di isole galleggianti di spazzatura, ma di una zuppa velenosa che ruota vorticosamente.
Dobbiamo fermare l'utilizzo sconsiderato della plastica “usa e getta” contenitori per l'asporto di cibi, bottiglie, sacchetti che usiamo per pochi minuti e che durano per sempre.
Il Plastiki ci dimostra che la spazzatura dovrebbe essere considerata come una risorsa preziosa”.

Anche il 3 luglio Porta la Sporta e aderisci all' International Plastic Bag Free Day (luglio '10)

sssSe ancora vi dimenticate di portare la sporta vi invitiamo, il 3 di luglio, a levarvi il sacchetto di plastica dalla testa!, come recita lo slogan della giornata internazionale Plastic Bag Free e a sfoggiare le vostre belle borse riutilizzabili.
Per il secondo anno la Fondazione Catalana per la Prevenzione dei Rifiuti e il Consumo Responsabile (FPRC) lancia la giornata Plastic Bag Free Day in Catalogna.
L'edizione del 2010 acquista una valenza internazionale e diventa International Plastic Bag Free Day poiché promossa in collaborazione con le associazioni internazionali GAIA e Amici della Terra e con la partecipazione di associazioni e città sparse in tutto il mondo dalla California alle Filippine al Belgio alla Francia a Cuba, ecc.
Lo scopo dell'iniziativa è di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di porre un freno al consumo eccessivo di sacchetti di plastica e prodotti monouso e indurre le persone ad adottare comportamenti più responsabili e rispettosi verso l'ambiente. La giornata sarà occasione di dibattiti e scambi di esperienze su quanto viene fatto a livello internazionale per contrastare questo fenomeno.
Sul sito dell'iniziativa sono disponibili materiali scaricabili come poster, banner, depliant, video e radio promo in diverse lingue da utilizzare durante la giornata e nei giorni compresi della settimana dal 28 giugno al 4 luglio.
Per ulteriori informazioni, per aderire e per segnalare la propria azione consulta il sito dell'iniziativa.
Inviateci notizia sulle vostre iniziative in programma o successivi resoconti con immagini e li pubblicheremo sul nostro sito o blog; in alternativa postate direttamente sulla bacheca del nostro gruppo su Facebook.
Guarda il video>>

La storia delle cose di Annie Leonard (giugno '10)

Annie LeonardAnnie Leonard è l’autrice di un documentario dal titolo The Story of Stuff, La storia delle cose, uscito nel 2007 e diffuso via internet, dove, con l'utilizzo di disegni animati, vengono spiegate le conseguenze del nostro modello di consumo.
Dieci milioni di persone hanno visto il video a cui ora si aggiunge, in inglese, l'omonimo libro.

I computers sono ok ma perché devono contenere neurotossine?
Intervista a Annie Leonard di Laura Sevier – The Ecologist

Parliamo con Annie Leonard, autrice del filmato e dell'omonimo libro The Story of Stuff - La storia delle cose, di vietare la pubblicità per i bambini, di responsabilità estesa dei produttori sul fine vita dei loro prodotti e di un cambio di modelli di valori.

Laura Sevier: Come possiamo conciliare la necessità di possedere alcuni oggetti come computer, frigoriferi, e così via, con il conseguente impatto ambientale?

Annie Leonard: Io non sono contro gli oggetti, le cose che possediamo, in realtà io sono a favore. Vorrei infatti che tutti nutrissimo più rispetto e apprezzamento per le nostre cose al punto che diventassero sicure e durevoli. Sono invece contro tutti quegli oggetti che inondano il pianeta di rifiuti avvelenandoci e quando le persone confondono il possesso delle cose con la propria autostima.
I computer sono indispensabili per comunicare, avere accesso all'informazione, all'arte. Ma devono per forza contenere anche sostanze tossiche? Devono per forza distruggere la fauna selvatica e intere comunità in Congo? Durare soltanto un paio di anni e non poter essere aggiornati, implementati, e riciclati senza che per essere smaltiti debbano essere spediti in Cina avvelenando altre persone?
Il problema risiede nel fatto che abbiamo troppe cose, che queste cose contengono sostanze tossiche e che non le condividiamo in modo ottimale. Sono assolutamente convinta, avendo passato moltissimo tempo a leggere di sviluppo tecnologico, che non vi è nessun ostacolo reale nell'avere, ad esempio, computer che durino nel tempo, liberi da sostanze tossiche e che vengano più equamente condivisi tra le persone.
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LS: La pubblicità ha una grande influenza su ciò che compriamo e desideriamo. Come possiamo affrontare questa evidenza?

AL: Le persone non vengono influenzate perché stupide, o perché crediamo a tutto, ma per il fatto che prima o poi si diventa inesorabilmente vittime del martellamento continuo dei messaggi.
Una delle cose che più mi piacerebbe vedere è una restrizione della pubblicità, in particolare quando è diretta ai bambini. Negli Stati Uniti è implacabile. Trovo semplicemente scandaloso indottrinare bambini o ragazzi che non hanno ancora sviluppato sufficientemente il pensiero critico per capire che dietro alla pubblicità c'è un'azienda che vuole avere i tuoi soldi. Dobbiamo assolutamente vietare la pubblicità rivolta ai bambini e imporle dei limiti.
Dovremmo avere anche un marketing più onesto. Quando ero ragazzina gli spot erano utilizzati per comunicare una serie di informazioni sul prodotto reale. Oggigiorno la pubblicità di tanti prodotti consiste in un'associazione tra il prodotto e uno stile di vita, senza comunicare, ad esempio che cosa un prodotto contenga.

LS: Hai viaggiato in circa 40 paesi visitando fabbriche in cui vengono prodotti o smaltiti oggetti. Qual'è la cosa più scioccante che hai visto?

AL: Ho visto rifiuti tossici contenenti mercurio scaricati in distretti abitati da gente di colore che a causa dell'apartheid non poteva trasferirsi altrove, lavoratori in fabbriche addette al trattamento di rifiuti pericolosi, in Cina e in India, lavorare senza alcuna precauzione e protezione. Ho visto ogni genere di abuso ambientale e di violazioni dei diritti umani.
Ma la cosa più scioccante è l'inutilità di tutto questo quando sarebbe molto più facile fare le cose in modo corretto. Potremmo produrre degli oggetti più sicuri usando meno sostanze tossiche e senza avvelenare i lavoratori.
Abbiamo a disposizione tante innovazioni tecnologiche che non vengono utilizzate. Anche se la tecnologia non è l'unica soluzione: chi considera la questione solamente dal punto di vista della tecnologia perde di vista la gran parte del problema che riguarda l'equità sociale e la giustizia. Ma la tecnologia è sicuramente una parte della soluzione.

LS: Come racconti nel libro ti sei sottoposta e un esame del sangue per scoprire quali sostanze chimiche hai in corpo, come ti senti ora che conosci i risultati?

AL: Ero preparata al fatto di avere in corpo, come tutti, sostanze chimiche tossiche. Nonostante il fatto che io sia molto attenta, che non abbia in casa PVC e altre sostanze, come i ritardanti di fiamma, e che mangi solamente cibo biologico.
Tra gli esiti tuttavia ci sono state un paio di sorprese, la prima è che avevo livelli molto elevati di mercurio, per cui ho smesso di mangiare il tonno. La seconda che mi sono stati riscontrati valori inferiori rispetto alla media per tutta una serie di sostanze chimiche. Mi è stato detto dagli esperti che il motivo poteva essere il fatto che non mangio carne da anni.
Mi sono sentita molto in collera in un primo momento ma questi risultati dimostrano che non è possibile risolvere il problema a livello individuale. Questi prodotti chimici sono così diffusi, sono ovunque. Sappiamo che causano problemi agli animali ma in qualche modo vogliamo credere che non siano un pericolo anche per noi.

LS: Quali sono i maggiori ostacoli per un'eliminazione progressiva delle sostanze chimiche tossiche dai processi industriali?

AL: L'industria chimica e la ricerca dovrebbero mettere la salute umana al primo posto a partire dai piani di sviluppo industriale. Ci sono alcune interessanti esperienze di chimica verde in corso come quelle che si rifanno alla Biomimesi.
Per proteggersi da sostanze pericolose si può ridurre il rischio o tentando di limitare il tempo di esposizione alla sostanza pericolosa oppure eliminandola totalmente. Allo stato attuale è impossibile non entrare in contatto con queste sostanze in quanto presenti ovunque.
Il principale ostacolo alla soluzione di questo problema negli Stati Uniti, consiste nella posizione dominante che le imprese esercitano sul sistema politico. Se così non fosse il governo degli Stati Uniti potrebbe semplicemente chiedere alle industrie chimiche di eliminare le sostanze pericolose.
In Europa fate di meglio, una direttiva dell'Unione europea sui cosmetici ha bandito oltre un migliaio di sostanze chimiche tossiche dai prodotti per la cura personale che sono invece ancora utilizzate dalla nostra industria.
Se avessimo una vera democrazia nessuno sarebbe a favore di prodotti pieni di sostanze chimiche dannose. Purtroppo è davvero difficile ottenere dal governo qualsiasi legge di tutela ambientale e di salute pubblica.

LS: Come si può passare da una cultura improntata all'usa e getta ad una cultura rifiuti zero che privilegia prodotti durevoli e sicuri?

AL: Questa è la parte più esaltante, ci sono tanti modi per farlo! Una delle modalità è di agire dando priorità assoluta alla salute umana e bandendo quindi le sostanze chimiche che possono metterla in pericolo.
Definire che la salute umana e dell'ambiente sono l'obiettivo prioritario da perseguire e che l'industria deve concorrere al raggiungimento di questo obiettivo rappresenta un radicale cambio di modelli di valore.
Un' altro punto è che in questo momento l'unico metro che usiamo per misurare il benessere di unan nazione è il PIL. E' semplicemente folle! Dovremmo invece fare riferimento ad altri indicatori come lo stato della salute pubblica, il livello di alfabetizzazione e la qualità dell'acqua e dell'aria.
Abbiamo bisogno di un diverso sistema di misurazione per definire il livello di benessere.
Un' altro aspetto che mi piacerebbe vedere di più in America è l'applicazione del principio della responsabilità estesa del produttore, che si sta sviluppando in Europa, dove le aziende saranno considerate responsabili di tutto il ciclo di vita dei loro prodotti. Quindi, facendo un esempio, quando un produttore, abbastanza stupido da mettere due chili di piombo in un modello di computer, dovrà occuparsi di sostenere i costi del suo smaltimento, forse troverà a quel punto la motivazione per sviluppare alternative meno impattanti.

LS: Possono le nostre azioni personali fare la differenza quando ciò che servirebbe sono grandi e radicali cambiamenti a livello di politica?

AL: Io sono critica verso le liste come “dieci semplici cose che potete fare...” per un paio di motivi. Il primo è che queste azioni non creano un cambiamento politico. Ovviamente si deve riciclare, andare in bicicletta e così via. Ma questi atti non sono azioni politiche quanto piuttosto una gestione responsabile della casa e fanno parte dell'essere un adulto “funzionante”. Il pericolo rimane nascosto quando le persone pensano di costruire il cambiamento riciclando. Le decisioni prese dall'industria annullano totalmente tutte quelle azioni individuali. Questo non significa che non si debba compierle ma che non deve essere l'unico modo in cui esaurire tutte le nostre energie.

LS: Come possiamo contrastare il razzismo ambientale?

AL: Lo smaltimento dei rifiuti pericolosi avviene verso quei luoghi dove si incontrano minori resistenze e cioè verso comunità che non dispongono di sufficienti risorse economiche politiche e culturali per contrastarne l'arrivo. Negli Stati Uniti questo significa che i nostri inceneritori e i nostri rifiuti finiscono vicino a comunità povere o di colore e spesso all'estero.
La soluzione è racchiusa nella fase di progettazione: realizzare prodotti sicuri che siano riparabili, aggiornabili o implementabili. Quando arriva poi il momento di smaltire i prodotti bisogna farlo in modo sicuro senza trasferire i nostri rifiuti verso altre comunità. La responsabilità estesa del produttore (EPR) è un grande strumento per cambiare questo stato di cose.

LS: Che cosa ne pensa degli inceneritori che si definiscono “impianti di energia dai rifiuti” e che dichiarano di utilizzare le tecniche più efficaci come la gassificazione?

AL: Io sono totalmente contro tutti gli inceneritori. E' vero che gli inceneritori moderni sono più efficienti di quelli precedenti, ma se si va sul sito di GAIA- Global Anti Incineration Alliance si potrà leggere una critica alla gassificazione e alle ultime tecnologie.
L'incenerimento non potrà mai essere considerato una tecnologia verde: in parte a causa delle emissioni, in parte perché, per bruciare, vengono impiegate incredibili quantità di denaro che potrebbero essere investite per costruire un percorso a rifiuti zero. Perseguire l'incenerimento come soluzione al problema dei rifiuti è la cosa più semplice per i politici perché permette loro di non dover pensare ad altro, di non dover spingere l'industria a produrre in modo sostenibile e con tecnologia verde. E' infatti sufficiente costruire una gigantesca macchina e buttarci dentro la roba, tanto chi paga siamo tutti noi in termini di salute e di sostenibilità ambientale. Sono davvero terribili!

Laura Sevier – The Ecologist 15 giugno 2010

La crisi della pesca europea: 2012 un'occasione per cambiare (giugno '10)

FIRMA LA PETIZIONE di OCEAN2012 per trasformare la pesca europea>>
firma la petizione

La riforma del 2012 della Politica Comune della Pesca è un’occasione per adottare una nuova politica che possa eliminare la pesca eccessiva, mettere fine a pratiche di pesca distruttive e consentire un utilizzo equo di abbondanti stock ittici. Decenni di pesca intensiva nelle acque europee hanno portato a un preoccupante declino degli stock ittici che una volta prosperavano. Attualmente si ritiene che l’88% di tutti gli stock esaminati sia sovrasfruttato e che quasi un terzo abbia oltrepassato i limiti biologici di sicurezza. Ciò significa che il loro futuro è in pericolo.
A causa della continua pressione della pesca eccessiva, il settore ittico ha subito un calo produttivo che a sua volta ha prodotto una graduale perdita di posti di lavoro e reddito. Poiché la quantità e le dimensioni del pescato sono sempre più ridotte, sono cresciuti gli sforzi per catturarlo. Ciò spesso porta alla cattura di altre specie, a volte anche vulnerabili. La pesca eccessiva non è l’unica minaccia, poiché spesso si ricorre a tecniche di pesca dannose per l’ambiente. Fin dalla sua istituzione nel 1983, la Politica Comune della Pesca (PCP) dell’Unione Europea non è riuscita a prevenire la pesca eccessiva. È ormai indubbio che oltre 25 anni di interessi economici e politiche miopi hanno fatto piombare la pesca europea in una crisi drammatica.
L’ampia riforma della PCP offre ora l’opportunità di rendere le attività della pesca europea sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale. Tale riforma dovrebbe, da un lato mettere un freno alla pesca eccessiva e alle pratiche di pesca distruttive e dall’altro promuovere un utilizzo equo delle risorse per le generazioni future.
Obiettivo che gli Stati membri stanno perseguendo attraverso altri strumenti normativi dell’UE come, ad esempio, la Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino che punta a raggiungere un buono stato dell’ambiente marino in Europa garantendo:
• che le popolazioni di pesci e molluschi restino entro limiti biologicamente sicuri;
• che tutti gli elementi della rete trofica marina siano presenti con livelli in grado di assicurare l’abbondanza a lungo termine delle specie e la conservazione della loro piena capacità riproduttiva.

Per raggiungere questi obiettivi è necessaria una radicale riforma e attuazione della PCP.
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Il peso internazionale dell’UE
L’UE ha un’influenza straordinaria sulla gestione della pesca globale, il che comporta, di conseguenza, una responsabilità notevole. La sua flotta è la terza più grande al mondo e opera in tutti gli oceani. L’UE importa quasi il 70% dei propri prodotti ittici, risultando il maggiore importatore al mondo. Inoltre fa parte di quasi tutte le organizzazioni regionali della pesca e ha quindi la possibilità di esercitare la sua influenza sia sulla gestione della pesca a livello internazionali che su quella in alto mare.
Per questo motivo, l’UE potrebbe battersi per l’adozione di pratiche sostenibili sia all’interno che all’esterno dei suoi confini. Invece i livelli di importazione e le attività di pesca condotte al di fuori delle acque comunitarie fanno sì che gli effetti della pesca eccessiva vengano esportati spesso verso lontane comunità costiere che dipendono dal pesce per l’alimentazione e per il proprio reddito.
2012 – un’ occasione per cambiare
La riforma del 2012 della Politica Comune della Pesca è un’occasione per adottare una nuova politica che possa eliminare la pesca eccessiva, mettere fine a pratiche di pesca distruttive e consentire un utilizzo equo di abbondanti stock ittici.
OCEAN2012 si impegna per una PCP che:
• recepisca la sostenibilità ambientale come principio centrale, senza il quale è impossibile raggiungere una sostenibilità sociale ed economica;
• riduca la flotta sulla base di criteri ambientali e sociali;
• preveda lo stanziamento di aiuti pubblici per agevolare la transizione a modalità di pesca più sostenibili;
• vincoli l’accesso alle risorse ittiche e agli aiuti pubblici al rispetto di criteri ambientali e sociali;
• renda i dati sulla pesca degli Stati membri accessibili al pubblico, come quelli relativi alle catture, alle flotte e all’adempimento degli obblighi;
• impegni le autorità governative a recepire i pareri scientifici.

Per saperne di più leggi il breve opuscolo informativo in versione integrale scaricabile in lingua italiana a questa pagina.

(Fonte: Trasformare la pesca europea from OCEAN2012 on Vimeo)

Plastic Planet il documentario di Werner Boote a CinemAmbiente (giugno '10)

Il 4 giugno scorso la nostra redazione ha assistito alla proiezione del documentario Plastic Planet presentato in anteprima per l'Italia al Festival di CinemAmbiente. Emozionante l'incontro e la chiaccherata fatta con Werner Boote che non conoscevamo e che, grazie a CinemAmbiente, abbiamo scoperto e apprezzato.
Werner porta avanti da ben dieci anni una ricerca e una battaglia nei confronti di un materiale: la plastica che, sin dalla sua origine, grazie alle sue caratteristiche di economicità, duttilità, trasportabilità e igiene avrebbe dovuto migliorare la nostra vita ma che ci sta presentando un conto insostenibile con un impatto sulla salute dell'ambiente e dell'uomo ormai devastante.
E' stato interessante scambiare esperienze e opinioni con Boote, diventato ormai un profondo conoscitore dell'argomento plastica. Allo stesso tempo è stato incoraggiante apprendere che Plastic Planet, in Austria, Germania, Svizzera, sta avendo una buona diffusione permettendo a cittadini e istituzioni di informarsi e di poter passare all'azione, anche verso la comunità europea.
Per l'Italia non ci sono ancora accordi in corso per una distribuzione commerciale del documentario e per il momento le possibilità per poterlo vedere saranno gli appuntamenti di CineamAmbiente Tour, da tener d'occhio, e CinemAmbiente TV, un pacchetto di documentari in abbonamento per il circuito scolastico.
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Anche Plastic Planet, insieme a tanta evidenza già a nostra disposizione, ci trasmette il messaggio che, a livello globale, è arrivato il momento di riconsiderare l'uso e le applicazioni della plastica radicalmente, e a partire dal suo utilizzo “uso e getta”: come imballaggio, contenitore ma anche in veste di prodotti che usiamo per poco tempo come spazzolini da denti, rasoi, ecc.
“Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ?”è la domanda chiave della nostra campagna, ma è altrettanto logico allargare il discorso chiedendosi successivamente perché usare per pochi giorni o mesi oggetti in plastica che possono durare, inquinando per centinaia di anni.
La plastica diventa un problema sicuramente dal momento in cui la si butta (e questo indipendentemente dalla modalità di smaltimento dalla discarica all'incenerimento) ma, purtroppo, come le cronache hanno dovuto più volte riportare e come Plastic Planet ci documenta, spesso la nocività di questo materiale può concretizzarsi anche prima, a partire dall'estrazione del petrolio da cui deriva o lungo le successive fasi di produzione e utilizzo.
Anche il riciclo, pur rappresentando la migliore opzione per la plastica già prodotta e che deve essere smaltita significa costi e impatti ambientali non indifferenti.
Dobbiamo pertanto chiedere a gran voce, come cittadini del mondo, a governi e industria, che siano messe a disposizione delle alternative che ci permettano di evitare la plastica dove possibile, e, soprattutto, che vengano immediatamente escluse dalla fabbricazione dei prodotti in commercio tutte quelle sostanze già provate come nocive che vengono ancora, nonostante tutto, aggiunte alla plastica durante la lavorazione per migliorarne aspetto e prestazioni.
A partire da questo incontro resteremo in collegamento con Werner Boote per scambiarci esperienze e informazioni e stabiliremo anche un contatto con il gruppo facebook di Plastic Planet.
Guarda i trailer : 1>>, 2>>, 3>>

Leggi l'articolo di Cristina Mochi sul documentario apparso sul Venerdì di Repubblica >>

Restituisci i rifiuti al mittente! Return to Offender la campagna di Surfers Against Sewage (giugno '10)

Per celebrare lo scorso 8 giugno la giornata mondiale degli oceani e per sensibilizzare sulla problematica dei rifiuti marini gli attivisti di SAS Surfers Against Sewage rendono noti i risultati della loro campagna di maggior successo attiva in Inghilterra dal 2006 “Return to Offender” , letteralmente restituisci al trasgressore inteso come chi ha causato il danno. Ogni anno sulla base della quantità di rifiuti trovati abbandonati per ogni singola marca in spiagge, coste e corsi d'acqua viene redatta una classifica chiamata The dirty dozen, ovvero la sporca dozzina.
Si tratta di una classifica delle marche produttrici dei rifiuti raccolti: bottiglie, contenitori, sacchetti, e altri imballaggi per lo più del settore alimentare responsabili del 56% del totale dei rifiuti considerati. Al primo posto si trova la Nestlè al secondo la Coca Cola e a seguire, tra le altre marche conosciute anche nel nostro paese la Kraft, Unilever, Pepsi Cola, Carlsberg e marchi della grande distribuzione come Tesco, Asda, Co-op.
Questi rifiuti a partire dai 51 pezzi per Nestlè e finendo con i 9 pezzi imputabili ad Asda, ultima classificata, sono stati rispediti ai rispettivi “ mittenti” lo scorso natale impacchettati in carta da regalo. Anche se le aziende non sono direttamente responsabili dell'abbandono dei rifiuti è giusto, ritiene SAS, sensibilizzarle sull'impatto dei loro imballaggi e chiedere la loro collaborazione a 360 gradi.
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In allegato le spedizioni contenevano infatti alcune richieste concrete da parte di SAS tra cui di prendere delle misure che riducano la quantità e l'impatto degli imballaggi immessi in commercio sull'ambiente e la fauna marina, di creare propri canali per favorire il riciclo e il riuso degli imballaggi nonché di educare i propri clienti a conferire responsabilmente e correttamente i rifiuti, collaborando e sostenendo campagne e associazioni no profit che si occupano di preservare gli habitat marini da rifiuti e inquinamento. Anche semplici cittadini vengono invitati da SAS a spedire i rifiuti raccolti alle aziende accompagnati da una lettera che si può scaricare dal sito.
Surfers Against Sewage è un movimento attivo in Inghilterra dal 1990 che si batte in difesa della qualità dell'ambiente marino minacciata dall'inquinamento causato da scarichi di acque reflue, da sostanze chimiche e da macro rifiuti con diverse campagne attive. E' stato fondato nel 1990 in Cornovaglia da un gruppo di surfisti stanchi di essere vittime di infezioni di varia natura a seguito di immersioni e da allora, in 20 anni sono state diverse le battaglie vinte e le iniziative per cui hanno ricevuto riconoscimenti e premi.
L'ultimo premio vinto the Best Marine Green Project, da parte del BBC Coast Magazine è stato loro riconosciuto per i risultati ottenuti dalla campagna Meermaid tears, Lacrime di sirena, nel fermare la dispersione nell'ambiente e l'inquinamento derivante dai granuli in plastica.
Questa azione è partita nel 2007 dopo che sono stati raccolti 10.000 granuli chiamati appunto meermaid tears in una sola spiaggia della Cornovaglia!
I granuli vengono generalmente dispersi nell'ambiente, accidentalmente o per noncuranza dagli addetti delle fabbriche che li producono, durante i vari spostamenti e trasporti. Una volta caduti sul terreno, con il concorso della pioggia e del vento finiscono in scarichi e corsi d'acqua raggiungendo così coste e mari, Non essendo biodegradabili questi granuli permangono per centinaia di anni nell'ambiente dove possono essere ingeriti poiché scambiati per cibo dagli animali marini ma anche diventare dei concentrati tossici perché la plastica in acqua assorbe in sé contaminanti e sostanze tossiche presenti in acqua. Queste sostanze si fissano al suo interno in concentrazioni sino a un milione di volte superiori a quelle presenti nelle acque. Questa campagna, non senza qualche difficoltà e rallentamento, ha convinto la British Plastics Federation (BPF) ad affrontare il problema nel 2009. Si è infatti rivelato strumento vincente la redazione di una guida con chiare indicazioni su come gestire i granuli senza dispersioni, e su come recuperarli sino all'ultima unità in caso di incidenti, presentata a tutti i produttori inglesi. La prima versione è stata redatta da SAS che ne ha verificato l'utilità con un primo produttore ed ha successivamente convinto BPF a collaborare alla stesura di quella definitiva nel 2009.
Ecco una video presentazione in inglese sul movimento e sulla sua nascita da parte di uno dei suoi fondatori, il surfista Andy Cummings.
Leggi l'articolo dedicato a SAS apparso il 13 giugno su The Guardian

Anche il 5 giugno, come tutti gli altri giorni dell'anno, Porta la Sporta e riduci il tuo impatto! (giugno '10)

Il 5 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Ambiente (W.E.D. World Enviroment Day), istituita dall’O.N.U. per ricordare la Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano del 1972 nel corso della quale prese forma il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (U.N.E.P. United Nations Environment Programme).
Nel corso della Giornata Mondiale dell’Ambiente ognuno di noi dovrebbe mettere in atto quelle azioni che salvaguardino e proteggano l’ambiente riducendo la propria impronta ecologica come non utilizzare la macchina, evitare tra le pareti domestiche e sul lavoro gli sprechi di energia, di acqua e di materia propri del consumo “usa e getta “, ma soprattutto estendere gli sforzi sui 365 giorni dell'anno !
Il tema di quest'anno è Molte specie, un pianeta, un futuro comune, dedicato in particolare alla preservazione della biodiversità terrestre che, come ha recentemente affermato Ahmed Djoghlaf, segretario esecutivo della Convenzione sulla diversità biologica si sta perdendo ad un ritmo mai visto nella storia con un tasso di estinzione delle specie mille volte più alto del normale.
Migliaia di azioni verranno organizzate nel mondo da Hong Kong a Abidjan tra cui operazioni di pulizia spiagge, boschi o zone degradate delle città, piantumazione di alberi, concerti, esposizioni tematiche, convegni e altri eventi come il Film Festival CinemAmbiente di Torino.
In Italia per celebrare questo evento quest'anno è stata scelta Genova come sede di numerose iniziative seminari, esposizioni e convegni internazionali che si terranno dal 3 al 5 giugno.
Il Paese ospitante delle celebrazioni della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2010 dal 3 al 5 giugno è il Ruanda dove sono attese 30.000 persone tra cui il Direttore dell'UNEP Achim Steiner che insieme ad altri ospiti illustri avrà l'onore di partecipare alla cerimonia Kwita Izina, il battesimo dei gorilla di montagna nati durante l'anno.

A Concord nel Massachusetts provano a bandire le bottiglie di plastica (maggio '10)

Dopo la cittadina australiana Bondadoon che ha vietato l'utilizzo delle bottiglie in plastica per l'acqua minerale si apre un precedente anche per gli Stati Uniti. I residenti della piccola cittadina di Concord nel Massachusetts hanno infatti votato il 30 aprile scorso un provvedimento che, a partire dal primo gennaio gennaio 2011, vieterebbe la vendita di acqua minerale in bottiglie di plastica.
L'esito della votazione festeggiato dalle associazione ambientaliste è stato opera di un'attivista locale, Jean Hill di 82 anni che ha sensibilizzato e convinto i suoi concittadini a fare a meno dell'acqua in bottiglia. Anche in consiglio comunale Jean ha presentato una convincente documentazione sul pesante impatto ambientale causato dalle bottiglie e notizia sulle azioni che numerose città degli Stati Uniti hanno ingaggiato per ridurne il consumo.
Da San Francisco a Seattle, Chicago, Miami, Boston i governi locali si sono adoperati negli ultimi anni per ridurre le quantità consumate vietandone la fornitura durante gli eventi pubblici o nei pubblici uffici con l'invito a bere l'acqua del rubinetto e mettendo a disposizione erogatori di acqua filtrata. Anche in Canada circa una ventina di amministrazioni comunali con Toronto capofila hanno vietato la vendita di acqua in bottiglia negli uffici comunali. La provincia della Nuova Scozia ha recentemente annunciato, come prima provincia canadese di voler presto bandire l'acqua in bottiglia in tutte le sedi provinciali sperando di trascinare con l'esempio altre provincie e i propri comuni.
Non è tuttavia certo che a Concord la votazione avrà valore legale, oltre che simbolico, con il prossimo gennaio poiché l'Associazione che raggruppa le industrie dell'acqua in bottiglia -International Bottled Water Association- non ha perso tempo inviando una lettera di avvertimento che contesta la decisione adottata dal Consiglio Comunale e non esclude l'avvio di un'azione legale quando il divieto diventerà effettivo.
Comunque vada, per Jean Hill, il voto rimane un trionfo che alimenta la speranza che le cose possano un giorno cambiare.
Nello stato del Massachusetts si sta cercando di reintrodurre il sistema del vuoto a rendere, al momento la proposta di legge includerebbe solamente le bottiglie e lattine di bevande gassate ma si pensa di estenderla anche alle bottiglie di acqua minerale che rappresentano un terzo delle bevande vendute in totale.

I rifiuti nei mari tema di un Concorso nelle scuole americane (maggio '10)

L'Agenzia USA National Oceanic e Atmospheric Administration (NOAA) parte del Dipartimento del Commercio ha istituito nel 2005 il programma Marine Debris Program che si propone di studiare e monitorare il fenomeno dei rifiuti marini e di proporre e sostenere a livello nazionale e internazionale soluzioni che ne riducano l'impatto. Inoltre il Programma prevede azioni di sensibilizzazione ambientale rivolte ai cittadini che possono dare un contributo determinante nel ridurre la quantità degli imballaggi e dei prodotti “usa e getta” che diventano immediatamente rifiuto, modificando stili di vita e di consumo “spreconi”, oltre che gestendo correttamente i propri rifiuti.
Per sensibilizzare le giovani generazioni è stato lanciato un concorso rivolto a tutti i ragazzi che frequentano le scuole di un livello corrispondente alla nostra scuola primaria di secondo grado e secondaria di primo grado. I ragazzi dovranno produrre un disegno e un breve testo che documentino in quali misura sono entrati in contatto con la problematica dei rifiuti marini e cosa stanno facendo nel loro piccolo per contrastarla. Verranno selezionate dalla giuria il 1 luglio prossimo sei opere per ogni livello e un'opera vincitrice assoluta che sarà riprodotta nel calendario 2011 del Programma.
Tutti i vincitori verranno presentati dal sito web e nella newsletter che raggiunge oltre 200.000 persone ogni mese!

San Diego per una baia sostenibile (maggio '10)

Si sta per concludere con il 21 maggio un progetto triennale di pulizia ambientale di una zona di quasi 130 ettari nella parte meridionale della baia di San Diego costato 350.000 $.
least ternQuesta parte della baia , utilizzata come ancoraggio libero sino all'ottobre del 2008 era arrivata ad ospitare oltre 100 navi. Quando ne è stata decisa la chiusura per recuperare il suo habitat naturale è stato necessario trovare i fondi per rimuovere navi e relitti che giacevano sul fondo della baia che costituivano al tempo stesso un pericolo per la navigazione e una minaccia per la fauna marina.
Il Dipartimento Servizi Ambientali del Porto di San Diego, che non avrebbe mai potuto farcela da solo disponendo solamente di uno speciale fondo di 50.000 $, ha trovato l'aiuto di alcuni partner che hanno permesso questa grande operazione: il Water Resources Control Board e il NOAA National Oceanic e Atmospheric Administration.
La parte più semplice è stata recuperare le barche non ancora totalmente affondate, la parte più complicata invece è stata recuperare tutte le parti dei relitti che giacevano sui fondali della baia - serbatoi, batterie, motori, componenti elettronici, pneumatici, ecc. Con l'aiuto di strumenti di rilevazione sonar che permettono l'acquisizione di immagini del fondo marino sono state create mappe accurate che hanno reso possibile un efficace recupero dei materiali. Sono state rimosse 75 navi tra cui una dal peso di 50 tonnellate immersa da oltre 15-20 anni per un totale di oltre 700 pezzi recuperati e rimossi dalla baia. Una buona parte delle 175 tonnellate di materiale rimosso ha potuto essere avviata ai canali di riciclo.
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Il recupero dell'habitat naturale di questa zona è di vitale importanza per la sopravvivenza della tartaruga verde del pacifico orientale che è a rischio estinzione così come altre specie di uccelli della California tra cui il least stern (vedi foto) che si nutre di acciughe e piccoli pesci. Sono tra le 30 e 60 le unità di tartaruga verde che dal Messico arrivano nella baia dove trovano in particolare le spugne di cui si cibano.
Oltre a questa operazione il porto di San Diego ha diversi programmi in corso per aiutare a migliorare lo stato di salute della baia e delle sue coste.
Dal 2006 anno sono stati stanziati 6,8 milioni dollari per finanziare progetti di preservazione degli habitat naturali e della fauna selvatica che hanno visto la nascita di 55 progetti molti dei quali già completati. Alcuni di questi progetti hanno riguardato il ripristino di habitat marini volto a favorire l'insediamento ittico nella baia, il recupero di zone costiere come la palude salina di J Street a Chula Vista e la costruzione di piattaforme di nidificazione del falco pescatore in tutta la zona costiera inclusa la zona portuale. Lo scorso anno il porto di San Diego ha dato il via a un progetto, chiamato Green Port, che mira a ridurre al minimo l'impatto sull'ambiente anche all'interno del suo funzionamento giornaliero.
Nell'ambito di questo progetto sono state realizzate diverse azioni che prevedono interventi migliorativi in sei aree tematiche: acqua, energia, aria, gestione dei rifiuti, sviluppo sostenibile, pratiche commerciali sostenibili.
Tra i 23 sottoprogetti presentati figurano programmi come un accordo volontario di riduzione della velocità, sottoscritto da parte delle aziende e operatori delle navi cargo e da crociera, quando entrano nei pressi del porto, e un programma di riduzione delle emissioni nocive che prevede lo stanziamento di incentivi statali finalizzati a sostituire i mezzi inquinanti tra camion e mezzi commerciali che giornalmente operano nel porto o a finanziare interventi specifici che vadano a ridurne le emissioni prodotte.

Valutazione d'impatto ambientale: BORSA riutilizzabile versus SACCHETTO monouso (maggio '10)


Di qualsiasi materiale sia fatto il sacchetto monouso esce sconfitto quando studi di valutazione di impatto ambientale lo raffrontano con la borsa riutilizzabile. Non ci sono scorciatoie come iniziative concomitanti nate sulla scia della nostra campagna parrebbero voler suggerire con la proposta di un passaggio al sacchetto monouso biodegradabile presentata come LA SOLUZIONE e che al tempo stesso diventa parametro di giudizio per definire se un ente locale o un'azienda siano più ecologici e sostenibili rispetto ad altri.
La soluzione a un problema complesso come quello rappresentato dall'impatto dei sacchetti in plastica non può essere così semplice perché, se così fosse, qualche altro stato l'avrebbe già adottata.
Una soluzione semplice ed efficace potrebbe essere quella adottata dall'Irlanda, che ha applicato una tassa di oltre 22 cent sul sacchetto in plastica, estendendo questo costo obbligatoriamente a tutto il monouso.
Peccato però che nessun altro stato abbia seguito questa strada. Provvedimenti similari sono allo studio negli USA da tempo ma non si sono convertiti in provvedimenti legislativi a causa delle resistenze e azioni di lobbying delle industrie coinvolte e delle reazioni poco entusiaste di una parte dei consumatori e delle catene della grande distribuzione.
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Un passaggio a pari quantità dalla plastica al sacchetto biodegradabile, come abbiamo già avuto modo di osservare (leggi>>), non andrebbe infatti ad incidere sulla causa del problema: un consumo “usa e getta” che va modificato per gli alti costi di impatto ambientale che si ripercuotono sempre sul consumatore, dalla fase di acquisto a quella di smaltimento. Abbiamo inoltre visto che anche nelle catene dove è stato eliminato il sacchetto in plastica non c'è stata ovunque una massiccia conversione all'uso della sporta, come si può leggere dalle dichiarazioni sui dati di vendita di sacchetti e borse riutilizzabili di Auchan e Unicoop Tirreno.
Questo perché il prezzo del biodegradabile non è sufficientemente disincentivante con l'attuale costo medio fatto pagare dalle insegne: dai 10 ai 15 cent.
Riportiamo una sintesi di un rapporto comparativo dello scorso 8 marzo sull'impatto ambientale di alcune tipologie di sacchetto che può essere scaricato integralmente o come sintesi a questo link>>
Commissionato dall'associazione Green Cities California (GCC) è stato redatto da ICF International’s Sacramento and San Francisco offices, sulla base di studi esistenti sull'impatto ambientale di sacchetti in plastica, in carta, in bioplastica e di borse riutilizzabili all'interno del California Environmental Quality Act (CEQA) .
Questo studio chiamato MEA (Master Environmental Assessment) non vuole essere un rapporto completo di impatto ambientale, non arrivando a conclusioni di rilevanza locale con proposte di misure specifiche, ma vuole servire come base per la redazione di rapporti di valutazione ambientali locali e l'attuazione di provvedimenti ad hoc.
Per gli amministratori che intendono mettere in atto provvedimenti legislativi atti a ridurre il monouso sono infatti disponibili informazioni di natura legislativa, su regolamenti esistenti e impatti delle varie opzioni come tasse e divieti sulle diverse realtà, e di natura tecnica come analisi sul ciclo di vita delle diverse opzioni. L'analisi del ciclo di vita riferito al sacchetto realizzato nei diversi materiali inclusi quelli riutilizzabili permette agli amministratori di poter valutare, senza dover commissionare altri studi, quali possano essere i provvedimenti più efficaci per il proprio territorio sulla base di un quadro completo.
Questo studio sulla base degli studi di comparazione effettuati prendendo in esame indicatori tra i quali le emissioni di gas serra, il consumo di acqua, i processi di acidificazione atmosferici, l'impatto sulla vita marina indica nella borsa riutilizzabile anche se usata solamente tre volte la soluzione meno impattante.

SINTESI MEA - Master Environmental Assessment

Sacchetto plastica: dei quasi 20 miliardi di sacchetti ad alta densità (HDPE) usati in California, la maggior parte diventa subito rifiuto finendo nelle discariche o dispersa nell'ambiente dove avviene l'impatto più devastante.
Sacchetto in carta: anche se i sacchetti in carta vengono riciclati in misura maggiore rispetto a quelli in plastica il ciclo di vita del sacchetto in carta dalla produzione allo smaltimento è causa di maggiore consumo di acqua, maggiori emissioni di gas serra, maggiore produzione di ozono e di più alti livelli di acidificazione atmosferica.
Sacchetti ricavati da materie prime vegetali: anche se i sacchetti biodegradabili sono considerati un'alternativa eco-friendly è stato riscontrato anche per questa tipologia un certo impatto ambientale durante la produzione con maggiori emissioni di gas serra e di consumo di acqua rispetto ai sacchetti di plastica. Inoltre, i sacchetti biodegradabili si degradano velocemente solamente in presenza di determinate condizioni ambientali presenti negli impianti di compostaggio. Pertanto, quando dispersi nella natura hanno, anche se per un tempo minore, un impatto simile a quello dei sacchetti in plastica anche per quanto concerne il pericolo che rappresentano per la vita marina.
Borse riutilizzabili: in plastica o di stoffa progettate per essere utilizzate centinaia di volte presentano impatti inferiori anche quando usate poche volte.
Effetti della legislazione vigente che regola l'utilizzo del monouso: in diverse parti del mondo bandi o introduzione di tasse hanno ridotto drasticamente l'utilizzo del monouso, in particolare in Irlanda dove la tassa ha portato ad una riduzione di consumo del 90%. In California la legge AB2449 non permette l'introduzione di programmi che prevedano l'applicazione di tasse sui sacchetti in plastica. Tuttavia è possibile lavorare su legislazioni che vietino l'utilizzo dei sacchetti di plastica monouso e sull'introduzione di tasse su altre tipologie di sacchetti usa e getta.

Per chi volesse approfondire studi che analizzano il ciclo di vita LCA (Life Cycle Assessment) delle soluzioni monouso c'è uno studio realizzato da ADEME nel 2005 (l'agenzia francese per la protezione dell'ambiente) e un altro da COMIECO nel 2009 che ha effettuato uno studio comparativo su carta e plastica.
Inoltre sul sito del governo scozzese si trovano degli approfondimenti in merito a studi similari effettuati nei vari paesi che vengono messi a confronto ( leggi>>).

Lo studio di Ademe commissionato da Carrefour ha effettuato un confronto tra i profili ambientali dei diversi tipi di sacchi considerando otto indicatori che riflettono i rispettivi cicli industriali: consumo di energia da fonti non-rinnovabili, consumo di acqua, emissioni di gas serra, acidificazione atmosferica, produzione di ossidanti fotochimici, eutrofizzazione, produzione di residui solidi, rischio connesso all'abbandono nell'ambiente.
Lo studio ipotizzando che un sacchetto in polietilene venga riutilizzato almeno 4 volte ha comparato il ciclo di vita del polietilene con quello della carta e dei biopolimeri con cui vengono realizzati gli analoghi shopper. Rispetto agli 8 indicatori considerati nella valutazione del proprio rapporto ADEME indica il sacchetto in PE come il meglio performante rispetto agli altri monouso in biopolimeri ed in carta in riferimento a: consumo di energia, di acqua, di emissioni di gas serra e produzione di rifiuti.
Lo studio di Comieco vede invece quattro indicatori su otto decisamente a favore della carta: consumo di energia non rinnovabile, effetto serra, produzione di rifiuti non pericolosi e il rischio per l’ambiente legato all’abbandono.
Un terzo indicatore: la produzione di ossidanti fotochimici, anche se in modo meno significativo risulta ancora a favore della carta e un quarto, l’acidificazione dell’aria, non favorisce alcuna delle opzioni plastica o carta in modo assoluto, variando a seconda del peso dei sacchi nelle due tipologie di materiale.
Due indicatori sono invece a favore della plastica: in termini di consumo d’acqua e di eutrofizzazione (una sorta di inquinamento di fiumi o laghi con proliferazione di alghe causata da scarichi di materiale organico).
Una considerazione che può essere fatta da profani è che pare arduo per uno studio poter dimostrare scientificamente e inconfutabilmente che un materiale monouso è decisamente meglio di un altro per la variabilità dei parametri che possono essere presi in considerazione; ad esempio il risultato riscontrato da Ademe è basato sul presupposto che il sacchetto in polietilene venga usato almeno 4 volte, cosa che non avviene nella stragrande maggioranza dei casi, e lo studio di Comieco evidenzia che, tutto sommato 4 indicatori su otto sono con largo margine totalmente a favore della carta.
Inoltre se vogliamo considerare il prodotto nostrano il mater-Bi di seconda generazione, sorretto da un marketing molto determinato, forse non tutti sanno che è costituito da un 50% di materie prime vegetali rinnovabili (che corrisponde a 56 kg di ingredienti naturali su 100 kg di prodotto finito ) e da un 50% di materia di origine fossile (non rinnovabile) resa biodegradabile con procedimenti coperti da brevetto dall'azienda produttrice. Perché non destinare il mater-Bi alla produzione di altre tipologie di monouso obbligatorie per legge (guanti, alcune tipologie di contenitori,ecc) e solamente come soluzione di emergenza nella sua versione di shopper?
Un elemento che gioca a sfavore di tutte le soluzioni monouso rispetto a quelle riutilizzabili è quello riferito alla quantità di pezzi prodotti e consumati che fa si che anche la soluzione meno impattante con più indicatori “favorevoli” quando prodotta in quantità da capogiro diventi comunque altamente impattante.

Nell'attuale panorama italiano a prescindere dall'entrata in vigore di un bando nazionale per i sacchetti a partire dal 2011 o da eventuali bandi locali c'è moltissimo da fare.
La nostra iniziativa continuerà a promuovere una presa di conoscenza e di coscienza su quelle che sono le responsabilità individuali e collettive supportando azioni di sensibilizzazione e informazione con la collaborazione di tutte le istanze associative, enti pubblici e privati.
Allo stesso tempo è necessario rendere evidente verso il mondo politico, aziendale e dei media che ci sono da parte di tutti delle responsabilità molto importanti e degli impegni da assumere a seconda del proprio ruolo e a brevissimo tempo. Promuovere infatti efficacemente la modifica di abitudini dannose per l'ambiente nei cittadini presuppone anche che le istituzioni governative preposte con il coinvolgimento delle aziende offrano delle soluzioni di consumo alternative facili da perseguire e a portata di mano. Occorre inoltre che i media collaborino informando maggiormente su tematiche di educazione ambientale e civica.

Quanti dei nostri concittadini che hanno ricevuto una sporta in regalo la riusano? (marzo '10)

E' prima la domanda che dovrebbero porsi alcuni amministratori che ci hanno scritto dichiarando di aver già effettuato una campagna di sensibilizzazione, regalando borse riutilizzabili; con ciò ritenendo esaurito il loro compito.
E a seguire "Sono state monitorate le situazioni con gli esercenti locali? Risulta che i nostri concittadini stiano abitualmente usando la borsa loro regalata o comunque borse riutilizzabili in modo massiccio ed evidente?”
Se invece nel vostro comune avete effettuato un monitoraggio della situazione e constatato di aver ottenuto dei buoni od ottimi risultati, fate parte di diritto dei partecipanti all'evento settimanale durante il quale potrete e dovete a maggior ragione celebrare i risultati ottenuti coinvolgendo in questa informazione i vostri concittadini.
In questo caso vi invitiamo a inviarci un breve resoconto (possibilmente corredato da immagini che lo documentino) per raccontarci come e quali risultati avete ottenuto.
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Se invece dalla distribuzione delle borse non avete ottenuto i risultati sperati, l'adesione all'evento servirà comunque a effettuare un nuovo appello ai cittadini.
Potrete invitarli, a partire da quella stessa settimana, a rendere evidente nei negozi e per le vie cittadine quanti sono i virtuosi non solamente a parole ma nei fatti.
Le campagne di comunicazione ambientale per essere efficaci non possono durare lo spazio di un evento ma ci devono essere successivi richiami.
Le scuole devono essere coinvolte.
Gli esercenti locali devono essere stimolati a tenere una comunicazione ambientale alle casse e a incentivare i clienti che portano la sporta  per tutto il tempo necessario al raggiungimento dell'obiettivo.
Quando la maggioranza dei vostri concittadini porterà con sé la sporta sarà allora giunto il momento per chiedere altri piccoli gesti, altri piccoli passi: passi necessari o, comunque, utili a salvare il nostro pianeta riducendo la nostra impronta ecologica.
Il primo posto dovrà essere dato alle azioni utili a ridurre il peso dei propri rifiuti.  
La strada è  lunga,  magari in salita, ma  se non si parte non si arriva sicuramente!

Anche Banca Marche Porta la Sporta ! (febbraio '10)

Annunciamo con piacere la prima adesione di una banca alla nostra campagna.
Si tratta di Banca Marche che conta oltre 300 filiali dislocate tra Marche, Umbria, Lazio, Emilia-Romagna, Abruzzo e Molise.
Attraverso le filiali e nel corso di altre occasioni verranno distribuite in omaggio ai propri correntisti delle borse promozionali riutilizzabili su cui è stato impresso il logo della campagna insieme a un leaflet di invito a eliminare i sacchetti monouso utilizzando lo shopper Banca Marche.
Ma il supporto per noi più gradito e importante è la comunicazione che apparirà sul retro di tutti gli oltre 400.000 estratti conto di dicembre che raggiungeranno i correntisti: enti, aziende e privati.
Anche la rivista aziendale distribuita in circa 40.000 copie e il sito dedicano spazio all'adesione.


L'Agenzia americana FDA si ricrede circa la sicurezza del Bisfenolo A (gennaio '10)

La FDA, Food and Drug Administration, modifica la posizione ufficiale sino ad ora sostenuta circa la sicurezza del bisfenolo A, una sostanza chimica che si trova in bottiglie di plastica, lattine, contenitori per alimenti e migliaia di beni di consumo.
Nel corso di una conferenza con i giornalisti lo scorso 15 gennaio Joshua Sharfstein, vice commissario della FDA ha espresso nuove preoccupazioni sui possibili rischi per la salute, in particolare sugli effetti che un'esposizione al Bisfenolo A, o BPA, può avere sullo sviluppo dei feti, dei neonati e dei bambini piccoli.
L'annuncio della FDA è arrivato dopo intense trattative tra le agenzie federali e la Casa Bianca per concordare il miglior approccio ad un problema che è diventato rilevante per i consumatori e per l'industria chimica. Lo stesso Sharfstein ha informato che l'agenzia sta conducendo ulteriori ricerche che dureranno due anni, con un budget di 30 milioni dollari, per raccogliere altra evidenza scientifica che giustifichi azioni di tutela per la salute pubblica da intraprendere. Questo con l'appoggio determinante dell'amministrazione Obama che vuole vederci chiaro.
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La FDA aveva a lungo sostenuto che il BPA è sicuro, basandosi soprattutto su due studi finanziati dall'industria chimica. L'agenzia è stata colpevolizzata dal suo panel di consulenti scientifici indipendenti nel 2008, che ha dichiarato che la posizione della FDA sul BPA era scientificamente errata perché non teneva conto di oltre 100 studi pubblicati da ricercatori governativi e laboratori universitari che evidenziavano dati preoccupanti per la salute pubblica. Da alcuni di questi studi più recenti è infatti emerso che già un'esposizione a bassi livelli di bisfenolo A, e in particolare a livelli ancora più bassi rispetto a quelli definiti sicuri da parte della FDA, può causare effetti negativi sulla salute.
Il bisfenolo A è utilizzato come additivo per indurire la plastica, è così diffuso che oltre il 90 per cento della popolazione degli Stati Uniti ne contiene tracce nelle urine come riportano i centri preposti per la prevenzione e il controllo delle malattie ( Centers for Disease Control and Prevention). I ricercatori hanno scoperto che il BPA viene rilasciato nei cibi e bevande dai contenitori e questo avviene anche a basse temperature.
L'industria chimica, che produce più di 6 miliardi di tonnellate di BPA ogni anno e e si è sempre opposta a restrizioni sul suo uso, ha dichiarato che l'annuncio della FDA non è preoccupante in considerazione del fatto che non sono state annunciate di fatto azioni restrittive.
Tuttavia i consumatori hanno messo in atto una crescente pressione sui produttori e rivenditori in modo che questa sostanza venga eliminata. Lo scorso anno, i sei più grandi produttori di biberon hanno annunciato che avrebbero volontariamente eliminato la sostanza nei prodotti destinati agli Stati Uniti.
I gruppi ambientalisti di difesa della salute pubblica e le organizzazioni dei consumatori hanno applaudito la dichiarazione della FDA anche se per molti di loro è insufficiente.
"E' davvero vergognoso che con tutta l'evidenza scientifica esistente non abbiano ancora fatto nulla di concreto per proteggere la salute pubblica, non si capisce cosa stiano ancora aspettando", ha detto Urvashi Rangan, di Consumers Union.
Il Canada ha vietato l'utilizzo del bisfenolo A nei biberon già dal 2008 considerandolo una tossina. Restrizioni simili hanno messo radici a Chicago, Minnesota, Connecticut e Suffolk County, New York. Alcuni senatori tra cui Dianne Feinstein (Partito Democratico, California), Charles E. Schumer (DN.Y.) hanno presentato al congresso un disegno di legge che potrebbe vietare l'utilizzo del BPA in tutti i contenitori e imballaggi destinati a cibi e bevande.
In attesa dei risultati della ricerca supplementare la FDA ha in programma di cambiare il modo in cui viene classificato il BPA. Dal 1963 è classificato come additivo alimentare di “origine indiretta” (indirect food additive) e i produttori non sono pertanto obbligati a dichiarare se i prodotti contengano BPA e in quali quantità.
Se venisse invece classificato tra la categoria di sostanze che vengono a contatto con gli alimenti
le legislazione prevede in questo caso l'obbligo di segnalazione per i produttori. Questa più facile individuazione della sostanza nei prodotti faciliterebbe e velocizzerebbe eventuali operazioni di eliminazione del bisfenolo A qualora si accertasse che la sostanza costituisce un rischio per la salute.
Intanto l'HSS, United States Department of Health and Human Services ha pubblicato una pagina di informazione dedicata sul proprio sito che contiene una serie di consigli per genitori su come ridurre l'esposizione al BPA.
Fonte: Lyndsey Layton, 16 gennaio 2010, Washington Post

Alle Hawaii il via al primo piano nazionale di contrasto ai detriti marini (gennaio '10)

L'agenzia nazionale americana NOAA (National Oceanic and Athmospheric Administration) ha annunciato la partenza di un piano nazionale a lungo termine per la rimozione dei rifiuti dalle acque costiere e barriere coralline dell'arcipelago delle isole Hawaii.
Il piano, il primo del suo genere negli Stati Uniti, sarà determinante per proteggere le comunità costiere delle Hawaii e la vita marina minacciate dalle migliaia di tonnellate di detriti marini che inondano le isole ogni anno e che sono composti da plastica di varia natura, reti da pesca dismesse e altre tipologie di rifiuti.
"Per troppo tempo i detriti marini hanno offuscato la naturale bellezza del nostro mare e minacciato il nostro ecosistema marino", dichiara il senatore Daniel K. Inouye. " Mi sono sempre battuto per sollecitare un intervento coordinato di rimozione delle troppe tonnellate di detriti che ricoprono le nostre coste, soffocano i nostri coralli, uccidono i nostri pesci e i nostri mammiferi marini. Si tratta di un grave problema per tutta l'America e sono orgoglioso che lo stato delle Hawaii sia in prima linea nella ricerca di una soluzione a questo problema globale ".
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Negli ultimi due anni hanno collaborato con il programma del NOAA, Marine Debris che affronta questa problematica, numerose agenzie governative, e non, appartenenti al mondo accademico insieme ad aziende e gruppi privati di tutto lo stato. Questo lavoro congiunto ha portato allo sviluppo di un programma di azione specifico per le Hawaii (Hawaii Marine Debris Action Plan).
Basandosi su esperienze significative che hanno avuto luogo in passato a livello locale il piano delinea e coordina a livello statale tutti i progetti e le attività che si intraprenderanno per ridurre:
- l'accumulo attuale dei detriti marini, non contrastato negli anni;
- la quantità di navi e pescherecci abbandonati o in stato di degrado;
- la presenza di detriti nei corsi d'acqua;
- lo smaltimento degli attrezzi da pesca e di altri rifiuti solidi in mare.
Numerose strategie e attività che si focalizzano sui campi di intervento appena citati sono già in corso, come, ad esempio, gli interventi di rimozione dei detriti, sia di routine sia di emergenza, le campagne di prevenzione e di sensibilizzazione della popolazione, nonché il rafforzamento della ricerca e dello sviluppo tecnologico necessari in questo ambito. I progressi verranno monitorati e misurati nel tempo per ciascuno di questi settori di intervento.
"Durante questi anni abbiamo lavorato in tanti per affrontare questa problematica alle Hawaii seguendo ognuno un proprio metodo. E' positivo poter avere ora un piano a cui fare riferimento e a cui poter contribuire", ha dichiarato Marvin Heskett, membro della sezione locale di Surfrider, Oahu Chapter.
Il piano che è sostenuto e coordinato dal NOAA con l'assistenza della US Environmental Protection Agency, è consultabile online.
L'agenzia NOAA studia e prevede i cambiamenti nell'ambiente terrestre, dalle profondità degli oceani alla superficie del sole, e si occupa della conservazione delle risorse costiere e marine.
Per saperne di più sul programma e sulla problematica dei rifiuti marini: NOAA Marine Debris Program>>

Tra tasse e divieti negli USA la lotta ai sacchetti continua (gennaio '10)

Los Angeles: 17 dicembre “A Day Without a Bag Nonostante l'applicazione di una tassa pari a 20 cent sui sacchetti in plastica sia stata respinta a Seattle dai cittadini chiamati lo scorso agosto ad esprimere il loro parere, attraverso un referendum pilotato dall'industria della plastica, la battaglia al sacchetto ha ottenuto buoni risultati nel 2009 e anche per il 2010 l'azione continua.
Secondo alcuni esponenti dell'ACC American Chemistry Council, che rappresenta i produttori di materie plastiche americani, la crisi di bilancio che molti stati americani stanno vivendo potrebbe non favorire l'adozione di provvedimenti e legislazioni di divieto o tassazione dei sacchetti in plastica a livello statale in considerazione dell'impatto che gli stessi potrebbero avere sull'economia e l'occupazione.
Inoltre in un certo numero di Stati a causa delle prossime elezioni le sessioni legislative saranno più brevi e dovranno necessariamente concentrarsi sulla gestione dei provvedimenti più urgenti.
Nonostante che le previsioni espresse dell'ACC possano rivelarsi fondate, le iniziative a livello locale si stanno comunque moltiplicando.
In relazione alle imminenti elezioni che avranno luogo in alcuni stati si è aggiunto un elemento di preoccupazione per coloro che portano avanti politiche ambientaliste. Potrebbe infatti diventare una possibilità concreta la vittoria di gruppi conservatori. Questa eventualità sta spingendo gruppi ambientalisti a fare pressione verso i politici attualmente in carica in modo che l'iter di provvedimenti di natura ambientale in corso venga accellerato prima della fine della legislatura.
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Come sta avvenendo ad esempio nello stato della California dove si sta cercando di fare passare al più presto un programma di riduzione rifiuti e di implementazione del riciclaggio che prevede un provvedimento di tassazione di 25 cent degli shopper e un divieto di commercializzazione per determinati contenitori per cibo da asporto in polistirene.
Nello stato della California, sempre all'avanguardia in materia di politiche ambientali, sono 28 le città e due le contee che hanno già vietato i contenitori in polistirene. Altre quattro contee e una città ne hanno invece parzialmente vietato l'utilizzo in alcune strutture e in occasione di eventi cittadini. Altre contee come Monterey County e Fremont sono in procinto di vietarli nel corso del 2010.
Tornando ai sacchetti in plastica sono arrivati in totale a 12 i divieti entrati in vigore negli Stati Uniti di cui sei sono stati emanati nel 2009. Inoltre, Washington (District of Columbia) è diventato il più popoloso distretto in America in cui sia stata applicata una tassa ( 5 cent) sui sacchetti in plastica e in carta. I proventi di questa tassa, attiva dal gennaio 2010 andranno a finanziare un progetto di bonifica del fiume Anacostia.
Anche nell'adiacente stato della Virginia si ritiene possa passare una tassazione di 5 cent i cui proventi verrebbero divisi tra gli esercenti commerciali, in una percentuale commisurata al loro impegno, (programmi di incentivazione della borsa riutilizzabile verso i clienti) e l'Ente statale di Protezione e Valorizzazione delle Risorse Idriche, Water Quality Improvement Fund . Proponente del provvedimento è Adam Ebbin delegato Democratico che rappresenta alcune aree delle contee di Arlington, Fairfax e Alexandria.
Nello stato del Maryland confinante con la Virginia la stessa proposta di tassazione verrà presentata alla prossima Assemblea Generale da parte di Alfred Carr delegato Democratico che rappresenta Montgomery County.

Altri provvedimenti sono in dirittura di arrivo a Berkeley, California, dove si prevede di poter presentare nel corso della primavera una proposta di divieto per i sacchetti di plastica e in Florida dove il Dipartimento all'Ambiente si pronuncerà a febbraio in merito all'applicazione di una tassa.
Brownsville, nel Texas, è stata la prima città dello stato che ha approvato il 5 gennaio un divieto di distribuzione dei sacchetti che entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio 2011. Altre cittadine come Laredo e Austin ci sono andate vicine ma hanno ottenuto la meglio gli oppositori del provvedimento con la motivazione che una tassa avrebbe penalizzato alcune industrie e la vendita al dettaglio.
Il provvedimento è preceduto da una fase di adesione volontaria nel corso del 2010 in cui si coinvolgerà in campagne di educazione i negozi e la distribuzione al dettaglio.
Borse riutilizzabili saranno distribuite gratuitamente alle famiglie bisognose attraverso i programmi di aiuto sociale in corso.
Il programma incentiverà esclusivamente le borse riutilizzabili, non i sacchetti in carta che non sono ritenuti una valida alternativa per via del loro impatto ambientale.
Alcune catene della distribuzione, come H.E. Butt Grocery Co (H.E.B.), collaborano attivamente con l'amministrazione cittadina regalando borse riutilizzabili in ricorrenze speciali come l'Earth Day, mettendo a disposizione borse a vari prezzi e per tutti gli usi e aiutando la clientela a ricordarsi di utilizzarle tramite cartelloni esposti alle entrate dei punti vendita. E' stato anche creato un piccolo gadget che viene regalato ai clienti, inserito nel portachiavi tramite un anello che ricorda di prendere la borsa.
Va evidenziato che il provvedimento a Bronwnsville è stato adottato anche grazie ai due anni di attività di un gruppo ambientalista locale: Healthy Communities of Brownsville, che ha sensibilizzato il governo locale sulla necessità di intervenire supportando la richiesta con indagini effettuate sulla popolazione che ne documentavano l'appoggio.

Quanto è verde l'elettronica? Allo studio negli USA un nuovo metodo di valutazione (gennaio '10)

Wal-Mart, il più grande rivenditore al dettaglio del mondo, è stato, la scorsa estate il socio fondatore del Consorzio per la Sostenibilità, The Sustainability Consortium, in concomitanza con il lancio del progetto di sviluppo di un proprio sistema di valutazione della sostenibilità dei prodotti che commercializza.
Il Consorzio per la Sostenibilità, affiliato con due università: Arizona State University e University of Arkansas, occupa ora ricercatori del mondo accademico e di organizzazioni non governative impegnati nello sviluppo di metodologie in grado di misurare l'impatto ambientale e sociale di una vasta gamma di prodotti.
Un gruppo di aziende informatiche come Hewlett-Packard, Dell, Toshiba, Intel, Best Buy e Wal-Mart hanno detto che lavoreranno con il Consorzio per lo sviluppo di un sistema di rating applicato all'elettronica basato sulla valutazione degli impatti ambientali e sociali che la produzione comporta.
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Per identificare quanto un prodotto sia verde verrà preso in considerazione l'impatto dell'intero ciclo di vita del prodotto, da come è stato prodotto a come verrà smaltito e con quale l'utilizzo di energia complessiva.
I risultati della prima parte della ricerca, che verterà sulla valutazione di computer, laptop e monitor verranno presentati nel terzo trimestre di quest'anno. L'obiettivo è quello di creare criteri di valutazione per tutti i tipi di elettronica di largo consumo.
Rappresentanti di Dell e HP hanno evidenziato che lo scopo finale dell'operazione è quello di rendere più facile ai consumatori una scelta dei prodotti sulla base del loro livello di sostenibilità.
Non è ancora chiaro come, e se il Consorzio per la Sostenibilità collaborerà con gli attuali sistemi di rating tra cui EnergyStar e EPEAT, Electronic Product Environmental Assessment Tool.
Questi due sistemi sono i due più conosciuti, come si potrà notare visitando i siti dei venditori di elettronica online come Amazon. All'obiezione, mossa da più parti, che la nascita di un altro indice di sostenibilità potrebbe creare confusione tra i consumatori, i portavoce del progetto hanno risposto che l'obiettivo primario del loro lavoro non è lo sviluppo di un nuovo sistema di etichettatura quanto il fornire metodi affidabili di misurazione dell'ecosostenibilità dei prodotti.
In questa prospettiva il Consorzio considera il proprio lavoro come un prolungamento di quanto già realizzato dai sistemi di rating esistenti e vede, pertanto attuabili future collaborazioni con organizzazioni come il Green Electronics Council che gestisce il sistema di classificazione EPEAT .
Per saperne di più sull'indice di sostenibilità dei prodotti lanciato da Wal-Mart leggi l'articolo da noi pubblicato lo scorso novembre e un articolo in inglese pubblicato dall'Harward Business Review

Notizie da Summit County -COLORADO (dicembre '09)

L'informazione del nostro Primo Piano come avranno avuto modo di constatare i nostri lettori contiene diverse notizie originali non riportate da altri media italiani che raccogliamo dall'estero sia dalla stampa tradizionale sia tramite giornali e blog locali.
Così vi abbiamo potuto raccontare di un meritevole ed originale concorso, il Reusable Bag Challenge 2009 durato sei mesi e che ha visto impegnate 31 cittadine montane dello stato del Colorado negli USA e che ha permesso un risparmio complessivo di circa 5,3 milioni di sacchetti usa e getta.
Le cittadine si sono cimentate in una gara che ha visto vincitrice la cittadina di Basalto che ha saputo ridurre più delle altre il consumo di sacchetti in plastica a favore della borsa riutilizzabile. Questa iniziativa corale che ha simpaticamente e ludicamente coinvolto quasi tutti gli abitanti delle cittadine ha saputo mantenere sei mesi di attenzione su una problematica ambientale raggiungendo, non solamente un risparmio ingente di sacchetti, ma molto di più.
Dave Allen, l'ideatore della competizione ci conferma che i risultati sono sotto gli occhi di tutti: molte più persone per strada portano ora borse riutilizzabili. Questa fatto meritava a nostro parere di essere raccontato perché è un esempio di successo che può essere replicato ovunque e perché dimostra che(anche) in campo di sensibilizzazione ambientale risultati importanti e misurabili si ottengono con progetti di comunicazione a lungo termine.Durante le ricerche su questa competizione ci siamo imbattuti in un'organizzazione che ha lavorato in stretto contatto con Dave Allen e il comitato promotore ed è stata una bellissima scoperta !
HC3Si tratta dell'organizzazione High Conservation Country (HC3) che opera nella Contea del Summit, è un organizzazione senza fini di lucro la cui missione consiste nel promuovere soluzioni pratiche per la riduzione dei rifiuti e la conservazione delle risorse della propria comunità montana.
I destinatari dei servizi e programmi di consulenza e informazione in materia di riduzione dei rifiuti, risparmio energetico, costruzione efficiente degli edifici e stili di vita eco-sostenibili sono cittadini residenti, turisti, aziende e enti.
Il bacino servito conta una popolazione di 30.000 residenti della Contea del Summit (Summit County : Breckenridge, Frisco, Dillon, Keystone, Silverthorne) che durante la stagione sciistica o estiva arriva a 100.000 presenze.

E' iniziato con HC3 una corrispondenza che ci ha dato modo di constatare che oltre alla comunanza di obiettivi condividiamo la loro stessa visione sull'utilità di diffondere le esperienze positive all'interno ma anche al di fuori del proprio paese.
Pertanto nasce da qui uno scambio di informazioni tra l'Italia e la Contea di Summit.

Tra le interessanti attività forniamo un condensato dei progetti di comunicazione ambientale che coinvolgono i cittadini.
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Attività e programmi
H3C fornisce sia servizi diretti al pubblico sia programmi che coinvolgono enti e comunità.

Ecco un breve elenco degli impegni più recenti intrapresi da HC3 nell'ambito del compostaggio, riciclo e educazione ambientale.

Compostaggio: uno specifico addestramento è stato impartito a 7 Master Compostatori che hanno a loro volta trasferito le proprie conoscenze addestrando altri aspiranti compostatori.
Riduzione e riciclaggio: 23 residenti hanno preso parte su base volontaria a un programma certificato e specifico. I volontari hanno prestato 1100 ore di servizio presso i centri di raccolta di materiale da avviare al riciclo, fornito consulenza ai contadini e commercianti dei mercati locali su tecniche di riduzione e gestione rifiuti in prospettiva “rifiuti zero” .
I volontari si sono attivamente impegnati nell'evento durato sei mesi che ha permesso di risparmiare nella sola contea di Summit 411,680 sacchetti in plastica.
Educazione Ambientale: HC3 svolge da sempre un ruolo fondamentale nell'educazione ambientale presso le scuole locali. L'anno scorso, HC3 ha raggiunto oltre 1050 studenti con lezioni in classe sul riciclo e compostaggio, e con visite guidate ai centri di riciclo e discariche. Nell'anno 2009/2010 HC3 collaborerà con il Summit County Recycling e con l'High Country Composting per raccogliere il compost di sei scuole elementari. HC3 promuoverà la pratica del compostaggio fornendo informazione e assistenza a insegnanti, studenti e genitori.
Risparmio energetico degli edifici: l'High Country Conservation Center nell'ultimo anno ha fornito oltre 50 audit energetici a domicilio, mettendo a disposizione dei residenti locali indicazioni dettagliate per migliorare l'efficienza energetica delle loro abitazioni.
Workshops e Manifestazioni: nell'ultimo anno HC3 ha ospitato e organizzato 15 Workshops “Green Living Workshops” su diversi temi come compostaggio domestico, coltivazione e produzione del proprio cibo, pulizia degli ambienti a basso impatto ambientale: Green Cleaning e grandi eventi come durante l'Earth day Action Fair a cui hanno centinaia di persone.


Tra i programmi per il 2010:
La Classe Vivente - una serra e una classe all'aperto. Nella sede degli uffici di HC3 in Frisco si daranno in affitto ai residenti colali che ne facciano richiesta appezzamenti per dare vita a piccoli orti e per dare modo alle scolaresche di conoscere i prodotti locali. Verrà presentato nelle scuole il programma La Fattoria a Scuola.
Conoscere i rifiuti - un centro di educazione al rifiuto verrà istituito presso la discarica locale.
Destinatari saranno le scolaresche che visitando la discarica impareranno elementi di gestione e trattamento dei rifiuti, trattamento dei rifiuti casalinghi dannosi, riduzione dei rifiuti e a partire dalla fonte, gestione e conservazione delle risorse, compostaggio, riciclo, ecc.

Los Angeles: 17 dicembre “A Day Without a Bag” (dicembre '09)

Los Angeles: 17 dicembre “A Day Without a BagUna giornata senza sacchetto in plastica “A Day Without a Bag” è un evento annuale organizzato da Heal the Bay che si svolge il terzo giovedì del mese di dicembre che è arrivato quest'anno alla terza edizione.
L'invito a fare a meno del sacchetto a favore di borse riutilizzabili è rivolto nella giornata del 17 dicembre a tutti gli abitanti e le imprese di Los Angeles città e contea che sponsorizzano l'evento.
Hanno aderito alla giornata 70 delle 88 città della contea, il doppio rispetto all'edizione passata e anche altre località dello stato della California come San Diego, Ventura, Santa Barbara , Orange County e San Francisco county hanno organizzato eventi per il 17 dicembre.Segue>>

GDO e l'ambiente: I maggiori gruppi della grande distribuzione inglese hanno ridotto del 48% il consumo dei sacchetti in plastica, e in Italia ? (novembre '09)

I principali supermercati della Gran Bretagna hanno ridotto il numero di sacchetti di plastica distribuiti di quasi 5,1 miliardi all'anno, 428 milioni in meno ogni mese come riportato dai dati resi ufficiali dal governo lo scorso luglio.
Questo risultato è stato conseguito grazie a un accordo volontario sottoscritto lo scorso dicembre dai sette gruppi leader della grande distribuzione inglese con l'associazione dei commercianti al dettaglio British Retail Consortium. L'obiettivo sottoscritto tramite l'accordo consisteva nel dimezzare il numero dei sacchetti globalmente utilizzati dalle catene entro giugno 2009 rispetto ai dati di consumo del 2006.
Secondo i dati resi noti lo scorso luglio Tesco, Asda, Sainsbury's, Waitrose, Co-op, Marks, hanno ridotto complessivamente il quantitativo di sacchetti distribuiti del 48 per cento, passando dagli 870 milioni distribuiti nel mese di maggio del 2006 ai 452 milioni dello stesso mese del 2009.
Questo risultato ha permesso un risparmio del 56% di plastica e 4000 tonnellate in meno di sacchetti nelle discariche.
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Il fatturato non ne ha risentito attestandosi su un aumento del 5% durante il periodo dell'accordo. L'obiettivo del 50% è stato mancato per poco anche se alcuni gruppi come Asda hanno ottenuto una riduzione del 53% anche a fronte di un investimento negli ultimi anni di 3 milioni di euro spesi per favorire il cambiamento di abitudini nella propria clientela. Tuttavia, secondo un portavoce del gruppo tutta questa attenzione sui sacchetti rischia di mettere in secondo piano l'attuazione di misure urgenti che affrontino altre questioni ambientali come la riduzione di altre tipologie di imballaggi, la problematica dei rifiuti, il dispendio energetico, ecc.
L'incentivazione del sistema “ bags for life” in cui si restituisce dopo un pagamento iniziale il sacchetto rotto (che viene avviato al riciclo) ricevendo un nuovo sacchetto. Il pagamento dei sacchetti prima distribuiti gratis e l'incentivazione della borsa riutilizzabile hanno reso possibile questo risultato.
Il cambiamento è iniziato nel 2007 a partire dai pochi commercianti della piccola cittadina di Modbury nel Devon che informati sulla gravità dell'impatto ambientale della plastica sui mari e sulla fauna marina dalla loro concittadina Rebecca Hosking hanno smesso di utilizzare sacchetti di plastica.
Grazie a Rebecca Hosking, documentarista della BBC che ha persuaso la sua Modbury a liberarsi dai sacchetti l'esempio di Modbury ha contagiato altre 150 cittadine inglesi che sono parte del movimento Plastic Bag free. Rebecca non è stata tenera con le catene commentando: “ il risultato ottenuto è stato fantastico ma va ricordato che i supermercati avevano in un primo tempo avversato l'accordo di riduzione volontaria e che si sono comunque lamentati in modo infantile. I fatti hanno dimostrato che il fatturato non ne ha risentito, esattamente come a Modbury dove nessuna attività ha chiuso”.
Non si può negare che nonostante le disposizioni e la buona volontà delle direzioni dei gruppi è di basilare importanza il coinvolgimento di tutto il personale interno. Sul sito di Asda si trovano infatti commenti dei clienti del servizio di spesa consegnata a casa che lamentano l'eccessiva presenza di sacchetti rispetto ai prodotti e che chiedono al gruppo di seguire l'esempio di Tesco, che effettua consegne in cestini dando la possibilità di optare per una consegna senza sacchetti.
La risposta di Asda a questi suggerimenti è alquanto deludente in quanto si limita a consigliare ai propri clienti di ridare i sacchetti all'addetto alle consegne per riciclarli: mancando palesemente l'obiettivo della prevenzione.
Ma se vogliamo trovare delle pecche in quanto fatto dalla grande distribuzione inglese cosa dovremo dire del panorama italiano?
Ricerche effettuate su internet rilevano l'esistenza di accordi volontari sottoscritti negli ultimi anni da gruppi della grande distribuzione in occasione di tavoli di concertazione organizzati dalle province o dalle regioni. Questi accordi o protocolli di intesa oltre a una riduzione nella distribuzione degli shopper solitamente prevedono l'attuazione di altre buone pratiche nel campo della riduzione dei rifiuti, nella riduzione del consumo energetico, nel riciclo, ecc.
Peccato che il più delle volte non sia possibile reperire informazioni sugli esiti. Anche quando ci è capitato di informarci su specifiche disponibilità di dati presso gli enti non ci è stato fornito alcun riscontro.
In un paese in cui il ministero dell'ambiente ha potuto ignorare la questione grazie al decreto milleproroghe che rimanda al 2011 ogni decisione in merito possiamo capire che i gruppi della grande distribuzione indugino nel prendersi totalmente a carico la gestione di una questione che può rivelarsi difficoltosa. Tuttavia alcuni gruppi stanno prendendo in autonomia delle decisioni in merito avendo rilevato quanto la problematica dei sacchetti sia sentita e di attualità tra larga parte dei consumatori e delle amministrazioni locali. Pur ritenendo che queste prese di posizione siano necessarie e auspicabili pensiamo che fare sistema sia la situazione che maggiormente paghi quando si affrontano sfide in nome dell'ambiente.
Abbiamo pertanto tentato di coinvolgere i maggiori gruppi della grande distribuzione negli ultimi mesi con risultati piuttosto deludenti. Anche i tempi di reazione da parte dei gruppi con cui ci sono contatti in corso sono infiniti. Facciamo pertanto appello a Federdistribuzione per chiedere un supporto alla nostra campagna sperando che possa intercedere a nostro favore presso le catene aderenti. Vi terremo sicuramente aggiornati.

GDO e l'ambiente: Il Governo inglese ha annunciato il prossimo percorso della nazione verso rifiuti zero, ASDA è già sulla buona strada! (dicembre '09)

ASDA uno dei marchi leader della grande distribuzione inglese ha raggiunto recentemente un importante obiettivo di riduzione nella distribuzione dei sacchetti in plastica nei propri punti vendita. In seguito a un accordo volontario con il programma governativo WRAP (Waste & Resources Action Programme) e l'associazione di categoria British Retail Consortium, sottoscritto insieme ad altre 6 catene, ASDA ha ridotto del 53% le quantità di shopper distribuiti rispetto ai numeri del 2006.
Nel dicembre del 2008 invece ASDA è stata la prima catena a firmare un accordo volontario con WRAP che prevedeva di dimezzare entro il 2012 la quantità di scarti di materiale edile e macerie derivanti dalla costruzione di nuovi punti vendita che solitamente finiscono in discarica.
Tuttavia il nuovo impegno annunciato qualche mese fa è quello di non inviare alcun rifiuto in discarica già entro la fine del 2010 aderendo all'obiettivo rifiuti zero.
La sottoscrizione di questo impegno ambizioso riguarda tutti i 356 negozi e 23 depositi di ASDA che attualmente recupera il 65% dei propri rifiuti riciclando più di 150.000 tonnellate di cartone e quasi 9.000 tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno. Per realizzare l'attuale recupero del 65% sono stati creati dei centri di servizio regionali nelle vicinanze dei punti vendita dove vengono trasportati i rifiuti che vengono divisi compattati e inviati ai centri di riciclo.
Il trasporto di questi materiali avviene utilizzando i viaggi di ritorno di camion che hanno effettuato consegne e tornano a destinazione evitando di aumentare il numero dei mezzi in circolazione.
( leggi L'Inghilterra avvia il percorso verso Rifiuti Zero )

GDO e l'ambiente: La grande distribuzione negli USA premia chi porta la sporta (dicembre '09)

targetDal primo di novembre in tutti i 1700 punti vendita di Target (TGT), una catena che figura per fatturato al quinto posto negli Stati Uniti, verrà applicato uno sconto di 5 centesimi per ogni borsa riutilizzabile che i clienti useranno alle casse per riporre i propri acquisti.
A livello nazionale questa forma di incentivazione potrebbe portare a un risparmio di miliardi sacchetti di plastica considerando che, per ogni scontrino emesso, viene in genere fornito più di un sacchetto e che le transazioni annue di Target si aggirano sul miliardo e mezzo.

Un test pilota condotto in 100 negozi Target all'inizio dell'anno aveva prodotto una riduzione nel consumo del 58% .
Anche il gigante CVS una catena di drugstore con 7000 punti vendita accrediterà per un mese un punto su un'apposita tessera ad ogni cliente che effettuerà un acquisto con borsa propria. Ogni 4 punti il beneficiario avrà diritto a un bonus di 1$.

Questi programmi vengono avviati dai gruppi per rispondere alle aspettative e sollecitazioni in crescita da parte di governi locali, associazioni ambientaliste e cittadini per quanto concerne azioni di salvaguardia ambientale.

In tandem, i due programmi possono portare a un risparmio ingente di miliardi di sacchetti e allo stesso tempo spingere anche le altre catene ad adottare misure simili.
E' sempre più evidente che per tanti gruppi il perseguimento di uno sviluppo sostenibile sia diventato parte integrante delle proprie strategie competitive per conquistare nuove opportunità di mercato.

GDO e l'ambiente: Walmart lancia l'indice di sostenibilità dei prodotti (novembre '09)

Wal-Mart Stores, Inc. colosso americano della grande distribuzione e leader a livello mondiale ha presentato lo scorso luglio un programma ambientale di etichettatura per i prodotti che distribuisce la cui attuazione potrebbe ridefinire il design e la composizione dei beni di consumo venduti in tutto il mondo, ma anche aumentare i costi per fornitori e clienti.
Mike Duke, CEO di Wal-Mart ha dato il via ufficiale al progetto con un discorso alle maestranze e ai fornitori presentandolo come “il nuovo standard per le vendite del 21° secolo”.
Tutti i fornitori saranno tenuti a rispondere al questionario sull'indice di sostenibilità dei propri prodotti composto da 15 domande che vertono su aree come energia e clima, efficienza nell'utilizzo dei materiali e delle risorse naturali, persone, comunità e responsabilità etica e sociale.( segue a fine articolo)

Questo progetto permetterà alla catena di valutare la sua supply chain e offrirà ai consumatori la possibilità di scegliere i prodotti sulla base del loro impatto ambientale.

“Anche se si potesse realizzare qualcosa ad impatto zero come emissioni di CO2, che non contribuisca al riscaldamento globale, il prodotto potrebbe essere comunque nocivo all’uomo in altri modi,” dice Jay Golden, professore alla Arizona State University e futuro co-presidente del consorzio incaricato da Wal-Mart a compilare gli standards e raccogliere i dati. “Proprio per questo è indispensabile avere ben chiaro cosa realmente significhi sostenibile, e questo è ciò che sta tentando di fare Wal-Mart su larga scala".
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Ai suoi fornitori Wal-Mart ha chiesto di misurare l'impatto ambientale dei loro prodotti calcolando i costi ambientali complessivi che la realizzazione dei loro prodotti comporta.
Sulla base di questi dati ricevuti dai fornitori Wal-Mart elaborerà un sistema di rating che gli acquirenti troveranno come informazione insieme al prezzo di ogni prodotto, dalle magliette ai televisori.
L’indice sarà in grado di valutare un prodotto non solo in termini di costi ambientali di produzione, ma anche in relazione al suo impatto durante tutto il suo ciclo vitale che possa segnalare ad esempio quanto la produzione di uno specifico bene abbia inciso sul riscaldamento globale, o se contenga del legno abbattuto in modalità che hanno ridotto le riserve forestali pregiate naturali.. Gli acquirenti interni dell’azienda saranno giudicati anche in base al miglioramento del punteggio dei prodotti che acquisteranno dai fornitori nel tempo.
Il rivenditore più grande al mondo in termini di utili, una volta denigrato dai gruppi ambientalisti, dichiara che la nuova iniziativa rappresenta un coraggioso e innovativo passo nella riduzione del consumo energetico e della produzione dei rifiuti e per l'introduzione di prodotti sostenibili.
Alcuni dei precedenti sforzi intrapresi dal gruppo hanno avuto un ampio impatto: dalla vendita di oltre 100 milioni di lampadine fluorescenti a basso consumo energetico alla creazione di detersivi concentrati che usano meno imballaggi e acqua. Non sembra però che i consumatori possano vedere le etichette prima di alcuni anni. La società stima che ci possano volere cinque anni o forse più, anche se gli esperti esterni coinvolti nel progetto ritengono che si potrebbe iniziare prima, forse già nel 2011. A progetto completato l'eco-indice di ogni prodotto presentato ai clienti sotto forma di “tabella dei valori ambientali”.

Il primo impatto di quest'ultimo impegno di Wal-Mart verrà intanto percepito dai suoi 100.000 fornitori, che si troveranno a sostenere i costi delle direttive ambientali dell’azienda, in un periodo di crisi economica. Wal-Mart ritiene prematuro stimare i costi sostenuti dai fornitori. La Patagonia Inc., produttrice di abbigliamento per esterno, pioniere nella riduzione dell’impatto ambientale dei suoi prodotti, si è rifiutata di rivelare i dati, ma sostiene che gli sforzi affrontati sono stati onerosi.

Len Sauer, Vicepresidente per la sostenibilità globale della Procter & Gamble Co., è dell’idea che le etichette dovranno essere scientificamente accurate ma nello stesso tempo comprensibili dai consumatori. Ritiene inoltre che in Europa sforzi in tal senso non abbiano ad oggi prodotto dei risultati incoraggianti in termini di definizione e formulazione di informazioni che avessero un senso per i consumatori.

Esperti che conoscono i progetti della catena affermano che Wal-Mart è orientata con questo progetto a anticipare la normativa di una futura regolamentazione delle etichette ambientali - che ha visto alcune applicazioni in paesi come Giappone, Regno Unito, Svezia – in modo da “ imporre” i propri parametri come standard a cui la produzione e distribuzione al dettaglio dovrà attenersi nella comunicazione sulla sostenibilità dei prodotti venduti.

Wal-Mart garantisce che l’informazione sarà accessibile a tutti, rivali compresi, nella speranza che ciò contribuisca a migliorare la definizione dello standard. Sebbene gli ispettori di Wal-Mart prevedano ispezioni e analisi dei prodotti a campione al fine di verificarne il contenuto, essi sono dell'idea che solo la trasparenza possa costituire un ostacolo al potenziale tentativo di inganno da parte dei fornitori.

"Molti fornitori sono in allarme, ma questo progetto rappresenta un'opportunità anche per loro," afferma Michelle Harvey di Enviromental Defense Fund, che ha lavorato con Wal-Mart in passato nell'assistenza al progetto. " Ritengo che i miglioramenti più significativi possano verificarsi ancor prima che il consumatore possa vedere i punteggi sui prodotti".

In ultimo, attraverso l'etichettatura, l'esperimento potrà servire per testare quanto il consumatore sia disposto a pagare per un prodotto migliore in termini di riduzione dell’impatto ambientale. Wal-Mart ritiene che gli acquirenti non siano ancora pronti a spendere di più per prodotti maggiormente sostenibili ma che un cambiamento di attitudini si verificherà presto tra la fascia dei nuovi consumatori nati dopo gli anni 80.


Indice di Sostenibilità:
Domande di valutazione per i Fornitori >>
ENERGIA E CLIMA
Ridurre i costi energetici e l’emissione di gas-serra.

1 - La tua Ditta ha misurato l’emissione di gas-serra? (Sì/No)

2 - Hai scelto di sottoporre la tua emissione totale di gas-serra al Carbon Disclosure Project? (Sì/No).

3 - Qual’è la tua emissione totale di gas-serra riportata nella tua più recente e completa relazione? (Immetti le tonnellate metriche di CO2, come nell’esempio del Questionario CDP6, Sezione 2b -- Scopi 1 e 2 - emissioni).

4 - Hai stabilito e pubblicato un obiettivo di riduzione dell’emissione dei gas-serra? (Immetti le tonnellate metriche totali e la data fissata per il raggiungimento dell’obiettivo).

Ridurre i rifiuti e migliorare la qualità
Il punteggio sarà calcolato automaticamente in basa alla tua partecipazione al Packaging Scorecard, in aggiunta ai seguenti punti:

5 - Se misurati, pregasi riportare la quantità totale di rifiuti solidi generati dagli impianti che producono i vostri prodotti per Wal-Mart nell’anno più recente dalla data di misurazione (Immettere il totale in libbre).

6 - Hai stabilito e pubblicato un obiettivo di riduzione dei rifiuti solidi? Se sì, quali sono questi obiettivi? (Immetti le tonnellate metriche totali e la data fissata per il raggiungimento dell’obiettivo).

7 - Se misurata, pregasi di riportare la quantità totale di acqua impiegata dagli impianti che producono i vostri prodotti per Wal-Mart nell’anno più recente dalla data di misurazione (Immettere il totale in galloni).

8 - Hai stabilito e pubblicato un obiettivo di riduzione del consumo di acqua? Se sì, quali sono questi obiettivi? (Immetti i galloni totali e la data fissata per il raggiungimento dell’obiettivo).

Impiego di materie prime di qualità elevata e di origine tracciabile

9 - Hai stabilito e pubblicato delle linee guida per l’acquisto sostenibile dai tuoi diretti fornitori, che seguano un indirizzo di salvaguardia ambientale, rispetto dei lavoratori e sicurezza dei prodotti e/o ingredienti? Sì/No

10 - hai ottenuto una certificazione da terzi per ognuno dei prodotti che vendi a Wal-Mart? Se sì, seleziona, dalla lista di certificazione allegata, quelle per cui ogni tuo prodotto, o materia prima utilizzata, è certificato.

PERSONE E COMUNITA'
Produzione Etica e Responsabile

11 - Sei a conoscenza della localizzazione del 100% degli impianti che producono i tuoi beni? (Sì/No)

12 - Prima di iniziare una collaborazione con un’industria manifatturiera, valuti i loro parametri di qualità della produzione e la loro capacità di produzione? (Sì/No)

13 - Hai un processo di controllo del rispetto della manodopera al livello di produzione? (Sì/No)

14 - Lavori a contatto con la distribuzione per risolvere eventuali problemi emersi durante le valutazioni della tutela dei lavoratori, ed inoltre documenti le correzioni e i miglioramenti? (Sì/No)

15 - Investi nello sviluppo di attività comunitarie nei paesi fornitori in cui operi? (Sì/No)
(Tratto da un articolo di Miguel Bustillo-Wall Street Journal)
Per saperne di più: http://walmartstores.com/FactsNews/NewsRoom/9277.aspx

Lettera aperta al sindaco di Lecce ma anche a tutti gli amministratori di buon senso (novembre '09)

in attesaEgregio Sig. Sindaco,

qualche tempo fa ci è pervenuto un messaggio da Daniele, un suo giovane concittadino che ha una panetteria e che testimonia la sensibilità di tanti altri esercenti e cittadini per le problematiche ambientali.
Daniele, anche come semplice cittadino, sente il peso di dover degnamente rappresentare la sua città e vorrebbe darne uno spettacolo edificante. Si sente pertanto mortificato nel vedere le piazze della sua città che, a volte, offrono un triste spettacolo agli occhi dei turisti e si sente impotente di fronte all'impossibilità di poter da solo educare un'intera cittadinanza. Siamo certi che un primo cittadino rappresentando ufficialmente la sua città senta questa responsabilità moltiplicata all'ennesima potenza.
Daniele dopo averle scritto lo scorso settembre
leggi la lettera >>
Caro Sindaco,
le scrivo dal mio posto di lavoro, da un panificio di Lecce e la prego di dedicare qualche secondo a quello che sto x dirle: dal 15 settembre ho deciso di distribuire il pane ai clienti senza il sacchetto di plastica in quanto x noi commercianti comporta dei costi molto onerosi e x l'ambiente un danno inestimabile....l'unica soluzione x convincere i clienti a non usare il sacchetto è stato quello di applicare un prezzo di 0.05 cent x ogni busta di plastica aderendo ad una campagna contro la diffusione della plastica alla quale molti comuni e province d'Italia hanno già aderito.. troverà delle informazioni su www.portalasporta.it mi piacerebbe che tutti i commercianti di Lecce facessero pagare la busta perché educare i leccesi è compito difficile soprattutto se si è soli.
Il nostro governo comunale può fare qualcosa x imporre il prezzo sulle buste x diminuirne l'utilizzo e il danno all'ambiente? Molti dei nostri clienti usano già la sporta e vengono già muniti da casa col sacchetto e hanno gradito la nostra iniziativa ma è anche vero che molti hanno origini nordiche quindi già educati a simili iniziative.
Lecce è un comune virtuoso rispetto molti altri del sud ma adesso bisogna aprire un capitolo nuovo x la nostra città e per essere alla pari con quelle del nord,  cioè quello dell'Ambiente!
È stato terribile quest'estate vedere piazza San Oronzo piena di turisti con cartaccie che svolazzavano loro in faccia!

Distinti saluti

D.P.

e aver ricevuto da lei alcune borse riutilizzabili da omaggiare ai suoi clienti ha fatto una scelta coraggiosa che tanti esercenti hanno paura a intraprendere.
continua >>
locandina stampata dal sig. DanieleDopo aver stampato e affisso nel negozio le nostre locandine sta facendo pagare i sacchetti in plastica ai clienti.
Nonostante la sua azione sia passata come incomprensibile e risibile da parte di alcuni clienti, altri, la grande maggioranza, l'hanno compreso. Ha così raggiunto il suo obiettivo: ha ridotto del 95% lo spreco delle buste monouso!
Questo gesto, Signor Sindaco, potrebbe farle apparire una nuova opportunità: in tempi difficili c'è ancora più bisogno della passione e della collaborazione dei cittadini. Immagini tanti esercenti come Daniele che trasmettono questo importante messaggio verso i clienti : basta sprecare, basta sporcare, il nostro territorio è un bene prezioso ! E questo non costa nulla al Comune ma può trasmettersi come un contagio positivo. Cosa pensa di poter fare dunque come amministratore?
Potrebbe adottare la nostra campagna attivando esercizi e associazioni dei commercianti che, ne stia sicuro, aderiranno e La supporteranno?
Come ottenere queste adesioni spontanee ? Sollecitandole, supportandole con informazione , consigli, soluzioni… soprattutto VALORIZZANDOLE. Utilizzando allo scopo anche il sito del Comune per raccontare dell'iniziativa e per segnalare tempestivamente e mettere in evidenza chi e come si sta impegnando: così facendo in modo che i media parlino finalmente anche di esempi di cittadinanza virtuosa!
Noi siamo disponibili a dare a Lei, suoi Assessori, incaricati… a chi vorrà, il nostro appoggio, così come stiamo facendo con gli amministratori che ci chiamano ogni giorno.
Portare la sporta potrà sembrare un piccolo e forse insignificante gesto che non può incidere su scenari ambientali ben più drammatici, ma le assicuriamo che per tanti suoi concittadini, che intraprenderanno questa scelta con consapevolezza di causa, questo potrà diventare il primo passo nel necessario cammino verso scelte di nuovi stili di vita. Che tutti prima o poi dovremo intraprendere. Fare attecchire questo seme nella Sua città è la sfida che Le chiediamo di accettare. Confidando in un Suo favorevole e confortante riscontro Le auguriamo buon lavoro.

Non bere l'acqua del rubinetto ti costa almeno 300 euro all'anno ! (ottobre '09)

bevi l'acqua del rubunetto"Bevi l'acqua di casa": è lo slogan della campagna di Altroconsumo per diffondere la cultura dell'acqua del rubinetto e dare un colpo di piccone ai pregiudizi, propagati ad arte, che l'hanno trasformata nella sorella povera e meno sicura di quella in bottiglia. Non è così: l'acqua del rubinetto non è un ripiego più economico, ma una scelta intelligente, che fa anche risparmiare. segue >>
Articolo completo
Leggi inoltre :
Scopriamo che acqua beviamo
L’acqua a marca commerciale è l’acqua del rubinetto?

E' finita la luna di miele tra Mexico City e i sacchetti in plastica (settembre '09)

Gli adolescenti usano i sacchetti per introdurre alcolici nei luoghi dove si tengono concerti, i pendolari li utilizzano per trasportare bevande e generi di conforto, ovunque il loro uso ha soppiantato l'uso di cestini, borse o altri contenitori riutilizzabili usati in passato.
In questa metropoli soffocata dallo smog dove vivono 20 milioni di persone è da tempo in atto una vera e propria love story tra il sacchetto di plastica e i suoi abitanti che si sta però avviando a una conclusione.
Il governo ha emanato un provvedimento che vieta l'utilizzo di sacchetti approvato lo scorso marzo e firmato ad agosto che dà agli esercizi che utilizzano sacchetti un anno di tempo per conformarsi.
Questa misura si inquadra in un programma a favore dell'ambiente che ha visto un potenziamento delle piste ciclabili, l'introduzione di mezzi di trasporto pubblico a bassa emissione e l'avvio di un ambizioso programma di riciclaggio.
I gruppi della grande distribuzione si stanno preparando: Wal-Mart sta cercando di avviare programmi di riciclo per la plastica e di mettere a disposizione alle casse borse riutilizzabili.
Le catene dei supermercati Soriana e Comercial Mexicana sono passate ai sacchetti degradabili, sempre in plastica, ma che impiegano meno tempo a degradarsi.
Città del Messico ha tempo fino a metà ottobre per arrivare alla pubblicazione dei regolamenti che definiscono cosa si intende per sacchetto biodegradabile, nonché la sanzione prevista per le violazioni che potrebbe arrivare fino a 1 milione di pesos e 36 ore in carcere.
continua>>
Questo divieto riguarderebbe i circa 8 milioni di abitanti della città propriamente detta ma il ministro dell'ambiente dello stato del Messico ha proposto un simile provvedimento applicabile anche a gran parte dell'area metropolitana. Un divieto federale è stato proposto in seno al Congresso del Messico nel mese di febbraio ma la proposta è rimasta ferma a livello di commissione di valutazione.
L'associazione nazionale Mexico's National Association of Supermarkets and Department Stores esprime preoccupazione in quanto la legge a loro parere non specifica chiaramente quali confezionamenti in plastica degli alimentari potrebbero diventare fuori legge e richiedere confezionamenti alternativi.
Xiuh Tenorio, ex legislatore che ha formulato il bando asserisce che il divieto riguarda esclusivamente i confezionamenti che vengono effettuati in sede da parte di negozi, ristoranti e tintorie.
La vera sfida al rispetto del divieto è costituita dall'economia sommersa non regolamentata dei venditori ambulanti del centro città che secondo la camera di commercio potrebbero essere 35.000 nel centro della città solamente che utilizzano i sacchetti come primo contenitore in cui versare qualunque alimento sfuso dalle cavallette al peperoncino, prelibatezza messicana.
Nel centro della città, c'è un intero blocco di negozi che vendono prodotti per il corpo sfusi messi direttamente con l'ausilio di spatole o palette nei sacchetti in plastica. Enormi tini con gel per capelli, bianche montagne di crema idratante simil Dove o Nivea, si tratta infatti di prodotti contraffatti e più economici per chi non può permettersi di comperare i prodotti originali.
I sostenitori del provvedimento ribadiscono che si tratta di tornare alle vecchie e buone abitudini, sino al 1990 per trasportare gli acquisti fatti nei mercati venivano infatti usate sporte in stoffa dai colori vivaci. Sperano inoltre che il divieto contribuisca a riportare in auge le vecchie borse che ora si trovano in vendita come oggetti chic nelle boutique.
Tratto da http://www.kansascity.com/

Il bando dei sacchetti in Cina ha ripagato (settembre '09)

A oltre un anno dalla legge che ha impedito la produzione di buste in plastica di spessore inferiore ai 0,025 millimetri e ha vietato ai negozi la distribuzione gratuita ai clienti di sacchetti i risultati sono soddisfacenti. In un comunicato rilasciato lasciato dal National Development and Reform Commission (NDRC) il divieto ha realizzato un risparmio annuo di petrolio equivalente a 2,4 milioni / 3 milioni di tonnellate. Il divieto ha ridotto il consumo del 60% nei supermercati con un risparmio di mezzo milione di tonnellate di plastica e ha contribuito a una riduzione di emissioni di biossido di carbonio pari a 9,6 milioni di tonnellate secondo le stime ufficiali. Ma il divieto ha avuto altri effetti positivi, costringendo le persone a cercare delle alternative ai sacchetti ha contribuito a sensibilizzarle su tematiche ambientali con il risultato che ha indotto altre pratiche quotidiane di attenzione per l'ambiente nelle case. Il 74 per cento degli intervistati che hanno partecipato a un sondaggio di Global Times huanqiu.com si sono dichiarati a favore del provvedimento e il 58% circa ha dichiarato di aver diminuito la quantità di sacchetti utilizzata. Il 41% circa invece dichiara di non aver cambiato abitudini. Province e regioni hanno adottato misure in linea con il divieto mentre nel sud ovest della provincia dello Yunnan, si è andato addirittura oltre vietando la produzione, la vendita e l'uso di tutte le forme di sacchetti di plastica. Ma nonostante il divieto sia stato rispettato nelle zone centrali delle città l'esecuzione è tuttora disattesa nei piccoli negozi e nei mercati dell'alimentare dove i commercianti, per paura di perdere i clienti, continuano a regalare i sacchetti. Subito dopo il divieto i sacchetti venivano ancora consegnati furtivamente ma poco tempo dopo, apertamente come prima, come avviene ad esempio nel quartiere Haidian di Pechino. . Ci sono inoltre fabbriche rischiando pesanti sanzioni continuano illegalmente a produrre i sacchetti vietati e a venderli tramite internet. Questo provvedimento non ancora sviluppato a pieno regime fa parte di un piano generale a favore dell'ambiente. Secondo un programma intrapreso due anni fa la Cina si è impegnata a ridurre entro il 2010 il consumo energetico del 20% per ogni 10.000 yuan (1.470,6 dollari) di Pil. Oltre ad aumentare la quota delle energie rinnovabili sino ad arrivare a coprire il 10 per cento del consumo totale di energia. Come avverte Dong Jinshi, ambientalista e Vice segretario della Società di scienze Ambientali di Pechino Beijing Society for Environmental Science è necessario lavorare per prevenire all'origine le fonti dell'inquinamento bianco (da imballaggio eccessivo) e per educare le persone alla tutela dell'ambiente.
Fonte: China Global Times

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.... A Palo Alto CA i sacchetti in plastica sono stati banditi (settembre '09)

I sacchetti di plastica sono ufficialmente scomparsi dai negozi di alimentari di Palo Alto, cittadina della contea di Santa Clara, da poco più di un mese, i clienti se ne sono a mala pena accorti e non ne sentono la mancanza.
"Una volta che ci si abitua a utilizzare le borse portate da casa si scopre che è tutto più facile," ci dice Alex Woody, di Palo Alto, che è arrivato a Safeway con otto diverse borse di tela e altre due ne conserva a casa.
"Sono più robuste e contengono più quantità di acquisti, ho già convinto mia madre e mia sorella che abitano nell'Ohio perchè comincino ad utilizzarle," aggiunge Alex.
A Palo Alto, pochi clienti si sono lamentati, i più sono felicemente passati alle borse riutilizzabili che vengono mediamente vendute a un prezzo che varia da 1,08 a 1,49 $. Un numero sempre più crescente di clienti arriva con proprie borse e i più ripongono direttamente dal carrello al bagagliaio della propria auto acquisti sfusi dalle dimensioni più ingombranti come angurie o confezioni multiple di alimentari.
Rabiah Zahra, che vive nella zona est di Palo Alto, mentre compra la sua prima borse riutilizzabile da Safeway, afferma: “Ho un nuovo nipotino e voglio a proteggere l'ambiente per le generazioni future, tocca a noi, io cammino molto e vedo ovunque sacchetti abbandonati nella natura.”
Quando il divieto è entrato in vigore ad agosto, già tutti i punti vendita delle sette principali catene di prodotti alimentari offrivano solamente più buste in carta o borse riutilizzabili. Alcuni di questi gruppi avevano eliminato i sacchetti in plastica ancor prima che il divieto venisse approvato lo scorso marzo e gli altri hanno provveduto poco prima dell'entrata in vigore del provvedimento.
Il consiglio municipale di San Jose , la capitale della Contea di Santa Clara dovrà presto decidere se portare avanti una proposta di divieto di commercializzazione dei sacchetti in plastica a partire dal 2010 e che riguarderà anche la maggior parte dei sacchetti in carta. Qualora tale divieto passasse San Josè sarebbe la città più grande degli USA ad avere messo al bando i sacchetti in plastica. Nel frattempo, il personale tecnico dell'amministrazione avrà il tempo per effettuare un esame di impatto ambientale e la stesura dell'ordinanza che, a dicembre o all'inizio del prossimo anno, verrebbe inviata al consiglio per la votazione finale.
Questa ordinanza fa parte di un piano più ampio della città per ridurre le quantità di rifiuti che vanno in discarica. La nuova ordinanza, che non vieta l'utilizzo dei sacchetti in plastica usati per gli alimentari, è andata in vigore nonostante una prima opposizione da parte dei proprietari dei negozi coinvolti che si sentivano penalizzati rispetto ad altre tipologie di impresa.
La città ha anche vinto una causa intentata da un gruppo industriale che intendeva bloccare il provvedimento contestando il “presunto” minore impatto ambientale rappresentato dall'alternativa del sacchetto in carta. La causa è stata vinta dall'amministrazione di Palo Alto che ha però accettato di condurre uno studio di valutazione ambientale più completo prima di estendere il divieto ad altri tipi di imprese che commercializzano sacchetti in plastica. Nel frattempo i funzionari stanno lavorando alla proposta di estendere il divieto all'utilizzo del sacchetto in plastica alle farmacie e altri negozi, e considerando una possibile applicazione di una tassa sui sacchetti di carta.
Lo scorso mese di aprile, il consiglio comunale ha già approvato un divieto di commercializzazione di particolari contenitori monouso a base di polistirene espanso utilizzati dai ristoranti e gastronomie per contenere il cibo da asporto.
"Tutto questo ha un senso” afferma Woody. "Ho iniziato ad usare le borse per qualsiasi tipo di acquisto non solamente per le spese di genere alimentare"
Fonte : www.mercurynews.com

Colorado - Reusable Bag Challenge 2009 : Basalto ha vinto la sfida (settembre '09)

La città di Basalto CO vince la competizione (CAST- Colorado Association of Ski Towns) Reusable Bag Challenge durata 6 mesi che si è conclusa il 1 settembre. Al secondo posto le cittadine Winter Park, Fraser e Granby, che hanno gareggiato insieme e al terzo posto Summit County.
Questa sfida ha permesso un risparmio complessivo di circa 5,3 milioni di sacchetti usa e getta "E' stato un grande successo", commenta David Allen, l'ideatore del programma. "I risultati sono stati superiori alle aspettative e il progetto ha ricevuto un'attenzione impressionante. I media si sono interessati alla sfida CAST anche in paesi distanti come l'Italia."
La competizione volta a incoraggiare l'uso della borsa riutilizzabile e a sensibilizzare gli abitanti sul problema dell'impatto ambientale ed economico del sacchetto usa e getta ha coinvolto 31 cittadine montane degli stati Uniti occidentali.
Premio in palio per la cittadina vincitrice di questa lunga sfida partita il 1 marzo 2009, è l'installazione di un impianto di pannelli solari per la scuola pubblica locale. La banca Alpine Bank e la società edile PCL Construction hanno sponsorizzato il programma con la somma di 10,000 $ necessaria per l'acquisto dei pannelli solari e con la distribuzione gratuita di 3000 borse riutilizzabili offerte da PCL azienda leader nella bioedilizia.
Andrew Karow, Presidente Regionale della banca che ha sostenuto l'iniziativa fin dal suo inizio dichiara "Alpine Bank si congratula con la comunità di Basalto per il risultato conseguito e considera un privilegio il poter essere stata partecipe di questo sforzo che ha permesso il risparmio di oltre 5 milioni di sacchetti."
L'azienda Independent Power Systems di Boulder Colorado ha generosamente offerto di fornire le parti e la manodopera necessaria per l'installazione dei pannelli solari al prezzo di costo.
I negozi e i supermercati coinvolti dall'iniziativa in tutte le cittadine si sono occupati di conteggiare tutti gli acquisti forniti senza sacchetto a clienti muniti di borse.
Le città partecipanti sono state : Telluride, Aspen, Mountain Village, Snowmass Village, basalto, Carbondale, Gunnison, Silverthorne, Dillon, Breckenridge, Frisco, Granby, Winter Park, Fraser, Avon, Crested Butte / Mt. Crested Butte, Durango, Eagle, Edwards, Estes Park, Grand Lake, Gesso, Silverton, Steamboat Springs, Gunnison e Vail. Jackson Hole, WY, Park City, UT, Sun Valley, Ketchum, Hailey e Bellevue.
La preoccupazione su problematiche ambientali come l'enorme produzione di rifiuti e il deterioramento delle risorse ha dato origine a questo progetto.
La partecipazione e l'attivismo delle comunità unitamente all'esigenza di ridurre sprechi e costi hanno convinto le amministrazioni delle cittadine a considerare seriamente la problematica dei sacchetti usa e getta partecipando alla competizione.
22 settembre 2009

In Colorado riduci gli shopper e vinci energia solare (luglio '09)

Tutto è cominciato nel 2008 quando due cittadine montane dal cuore verde, Telluride e Aspen, hanno deciso di cimentarsi in una sfida amichevole a favore dell'ambiente. La scommessa consisteva nel raggiungere il più alto numero di sacchetti risparmiati e quindi non distribuiti incrementando l'uso di borse riutilizzabili.
La competizione, durata tre mesi, ha permesso il risparmio di 140.000 sacchetti in plastica e alla città vincitrice è andato un premio in denaro offerto da Alpino Bank per l'approvvigionamento di pannelli solari per la scuola locale.
Grazie all'entusiasmo di Dave Allen, del comitato promotore di Telluride, che ha contattato tutti i sindaci delle cittadine aderenti all'associazione Colorado Association of Ski town, alla nuova edizione hanno aderito, più di 30 cittadine e supermercati come Safeway, King Sooper, Wal-Mart and Sport’s Authority.
A Telluride hanno aderito tutti i tre supermercati locali tra cui il Village Market dove si è registrato in due mesi un risparmio di ben 4100 sacchetti!.
L'edizione 2009 di Reusable Bag Challenge , partita il 1 marzo, si concluderà il 1 settembre: sebbene i numeri arrivati a Dave Allen non siano definitivi nei primi due mesi risulterebbero già risparmiati ben oltre 790.000 sacchetti monouso.
Nel frattempo la competizione acquisendo notorietà ha conquistato nuovi sponsor che hanno portato il premio a 10.000 $. Un'azienda che installa pannelli solare ha assicurato l'installazione e la fornitura dei prezzi di ricambio dei pannelli solari a prezzo di costo e regalato più di 3000 borse riutilizzabili ai cittadini.
Ogni cittadina si impegna con la partecipazione dei commercianti che registrano alle casse quante vendite vengono fatte senza distribuzione del sacchetto.
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Le cittadine si stanno impegnando con entusiasmo in un'organizzazione non da poco. A Durango l'azione è stata curata dalla sezione giovanile del locale Rotary Club. La responsabile Katie Zortman ha contattato e ottenuto l'adesione dei negozi locali che si sono impegnati a esporre le locandine, a stimolare l'uso di borse riutilizzabili e, parte più impegnativa, a registrare i conteggi manualmente.
Fortunatamente in alcune catene è stato invece previsto uno sconto per ogni acquisto senza sacchetti che, grazie ad un codice identificativo dell'operazione, permette una registrazione automatica dei sacchetti risparmiati. Studenti del College locale hanno affiancato Katie Zortman e supportato i commercianti nella registrazione e nella raccolta dei dati.
I negozi locali hanno sperimentato diversi approcci per abituare i clienti a usare borse riutilizzabili mettendole in vendita a 1 $, regalandole, abbonando 5 cent a chi acquistava sfuso, o facendo pagare i sacchetti monouso.
Al momento è in testa Winterpark's seguita da Basalto, Summit County e al quarto posto Aspen e Telluride. Quello che si registra è una crescente consapevolezza tra le persone, tanti quando dimenticano la borsa piuttosto che chiedere un sacchetto escono con gli acquisti in mano.
Questo dato conforta le aspettative degli organizzatori dell'evento che hanno visto nella competizione uno strumento concreto di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'impatto che le abitudini di ciascuno hanno a livello complessivo sull'ambiente.

Guarda il promo dell'evento http://www.youtube.com/watch?v=fk3fbwmLBII
Per saperne di più: http://www.tellurideinside.com/2009/06/telluride-local-takes-on-the-challenge.html

QUANDO LA MUSICA STA CON L’AMBIENTE: al Ride Again Festival acqua gratis e sfusa per tutti

Nell’ultimo week end di agosto si è svolta sotto il segno dell’ambiente questa sesta edizione, intitolata Music from the globe e dedicata alla black music. Dal rispetto del Protocollo di Kyoto, con l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, alla scelta di schierarsi contro la privatizzazione dell’acqua, con T.V.B. Vietato dunque l’ingresso nel Parco di Bornasco alle bottigliette in plastica, in favore dell’acqua comunale appositamente microfiltrata come legge comanda: la campagna T.V.B. Ti voglio bere ha previsto durante la manifestazione l’installazione di una Fontanella erogatrice di acqua microfiltrata attraverso un sistema di trattamento che toglie cloro, cloroderivati e eventuale materiale in sospensione. Il pubblico ha potuto così dissetarsi gratuitamente riempiendo la propria borraccia T.V.B. durante tutta la tre giorni di concerti. Una bella convenienza, perché l’acqua è di ottima qualità, buona al gusto, gratuita ed ecologica.
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E gli spettatori hanno dimostrato di apprezzare: i numeri verdi della tre giorni di Bornasco parlano di circa un migliaio di borracce T.V.B. vendute, 6.000 litri di acqua microfiltrata erogata gratuitamente con la Fontanella T.V.B., 250 kg di plastica evitata e circa 600 kg di CO2 non emessa in atmosfera.
“Siamo un po’ dei pionieri - dice Cristiano Zanotti, dell’associazione culturale organizzatrice Blow Bros Entertainment -, e possiamo dire di essere molto orgogliosi della nostra scelta, anche perché l’abbiamo fatto perché siamo noi i primi a crederci. Anche la gente era soddisfatta, ha capito il nostro modo di usare e rispettare l’acqua e ne ha fatto tesoro”. “Molti degli spettatori si sono infatti rivolti allo stand T.V.B. per avere informazioni e rassicurazioni sull’acqua del rubinetto. Speriamo che poi una volta tornati a casa possano continuare questa buona abitudine di bere l’acqua della rete, riducendo così i rifiuti in plastica, le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, il petrolio usato per trasportare le bottiglie di acqua da una regione all’altra, e ovviamente le spese familiari”, aggiunge Domenico Filippone del Centro Studi Ambientali.

Per saperne di più : www.tvb-tivogliobere.it

Premio Nazionale Comuni a 5 stelle 2009

clicca per scaricare il bandoE' ufficialmente aperto il bando per la terza edizione del Premio nazionale dei Comuni a 5 stelle, promosso dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, in collaborazione con il Movimento per la Decrescita Felice e Città del Bio, e il patrocinio di diverse reti di enti locali.
Giovedì 10 settembre (ore 11.00) si terrà presso la sede del settimanale “CARTA”, la presentazione alla stampa Premio.(clicca sull'immagine per scaricare il bando del concorso)

Lavorare alla nascita di un premio sulle buone prassi amministrative che valorizzi gli enti locali impegnati nella riduzione complessiva della propria impronta ecologica, è l’obiettivo che muove fin dalla nascita gli amministratori dei Comuni Virtuosi, quale punto di riferimento per la diffusione di politiche e scelte quotidiane orientate a diminuire l’impatto ambientale delle pubbliche amministrazioni e, più in generale, delle comunità locali.

continua>>
Al premio, giunto quest’anno alla sua terza edizione, possono concorrere tutti gli enti locali che abbiano avviato politiche (azioni, iniziative, progetti caratterizzati da concretezza ed una verificabile diminuzione dell’impronta ecologica) di sensibilizzazione e di sostegno alle “buone pratiche locali” con particolare riferimento alle seguenti categorie:
gestione del territorio (Opzione cementificazione zero, recupero aree dismesse, progettazione partecipata,bioedilizia, ecc.);
impronta ecologica della “macchina comunale” (efficienza energetica, acquisti verdi, mense biologiche,ecc.);
rifiuti (raccolta differenziata porta a porta spinta, progetti per la riduzione dei rifiuti e riuso);
mobilità sostenibile (car-sharing, car-pooling, traporto pubblico integrato, piedibus, biocombustibili, ecc.);
nuovi stili di vita (progetti per stimolare nella cittadinanza scelte quotidiane sobrie e sostenibili, quali: filiera corta, disimballo dei territori, diffusione commercio equo e solidale, autoproduzione, finanza etica, ecc.).

Una giuria composta da tecnini e personalità del mondo universitario e scientifico, stilerà una graduatoria finale indicando le progettualità ed esperienze più significative. Il termine per la presentazione dei progetti è fissato per il 25 ottobre. La cerimonia di premiazione avverrà presso il Comune di Camigliano (CE) sabato 21 novembre.
Il Comune vincitore riceverà una consulenza gratuita per l’attivazione di un progetto pilota a livello nazionale di mobilità dolce. Un modo concreto per favorire una riduzione dell’inquinamento atmosferico e una maggiore qualità della vita della comunità locale.
Saranno presenti alla conferenza stampa:
Gianluca Fioretti - Sindaco di Monsano (AN) e Presidente Associazione dei Comuni Virtuosi
Marco Boschini – Assessore di Colorno (PR) e Coordinatore Comuni Virtuosi
Ignazio Garau – Città del Bio
Per ogni necessità di ulteriori informazioni è stata istituita la Segreteria del Premio quale organo operativo a cui chiunque può rivolgersi. I suoi recapiti sono: Comune di Colorno: 0521313745 - 3346535965 – info@comunivirtuosi.org

Cartolina dalla Corsica di Roberto Cavallo

Corsica (agosto 2009) - Sto pagando in farmacia e la farmacista, con fare gentile, mi informa, porgendomi il resto, che dovrò portarmi via le scatoline delle varie medicine appena comprate, così, sfuse, "perché non diamo più sacchetti in plastica".
"Ah già", penso io, la Corsica è stata la prima in Europa a sopprimere i sacchetti in plastica della spesa, me ne ero scordato.
Esco dalla farmacia pensando che voglio andare a fare la spesa in un supermercato per vedere come si sono organizzati. Passo la giornata a spasso per i villaggi arrampicati alle rocce che si tuffano nel mare.
Sono a San Antonino e, mentre fotografo dei falchi che si lasciano trasportare dal vento, posata accanto ad una porta, scorgo una sporta, si in plastica, ma robusta e riutilizzabile.
Lascio i falchi al loro roteare e guardo la borsa con una bella foto delle coste della Corsica e delle scritte eloquenti "Praticu è assai megliu pè a Corsica" che non hanno neanche bisogno di traduzione "Un mi ghjittate micca - Um imbruttu micca - Difendu a Natura".
La sera scendo a far la spesa al supermercato e alle casse tutti hanno la borsa che avevo visto in montagna.
Chi non ce l'ha può comprarla o comprarne in carta, come mostra un cartello grande, proprio sopra le casse: "I nuovi sacchi della spesa - Il sacco non inquinante e riciclabile" e ancora "Fate la vostra scelta".
Purtroppo non è tutto così bello, la frutta e la verdura, per esempio, si comprano con guanti in plastica usa e getta e si ripongono in sacchetti in plastica leggera... Come dire c’è ancora da lavorare, ma c'è da pensare che se ce la fanno in Corsica ce la si può fare anche altrove, in Italia per esempio! Da Roberto Cavallo

La GDO e l'ambiente - notizie dall'estero. L'impegno della catena Kröger nella promozione delle borse riutilizzabili

Kröger, è uno dei più grandi gruppi della GDO americana con sede a Cincinnati, Ohio, ed è presente in 31 stati americani con più di 326.000 soci che gestiscono 2.481 supermercati e grandi magazzini. Appartengono al gruppo oltre alla catena Kröger altri marchi come Ralphs, Fred Meyer, Food 4 Less, Fry's, King Soopers, Smith, Dillons, QFC, ecc . Senza contare una catena di negozi convenzionati Convenience Store con 771 punti vendita, 385 negozi di gioielli, 40 impianti di trasformazione alimentare ed altro ancora.

Per il secondo anno di fila, indice un concorso on line Design a Reusable Bag che premia il miglior motivo di design da riprodurre su una borsa. Al concorso che quest'anno si è tenuto da marzo a maggio possono partecipare tutti gli americani con più di 13 anni. Per poter partecipare ci si registra al sito Design a Reusable Bag accessibile da tutti i siti delle catene del gruppo.
Chiunque partecipi con la presentazione di un disegno riceverà comunque un accredito sulla propria carta socio per poter ritirare uno shopper gratuitamente con il proprio disegno impresso.
continua>>
Sino a maggio oltre a inserire propri disegni è possibile votare i disegni proposti. Sulla base dei voti e del parere di una giuria vengono nominati 10 finalisti.
Il vincitore del concorso riceverà un buono spesa pari a 1000 $ spendibile nei punti vendita del gruppo e la possibilità di vedere il suo disegno impresso sulla linea di borse in vendita durante l'anno in corso. Agli altri finalisti verranno assegnati buoni spesa da 250$ e 100$. I nomi dei finalisti di quest'anno verranno resi noti a inizio giugno e i modelli rimarranno consultabili sul sito sino a fine mese.

Kröger ha venduto nel 2007 più di 6 milioni di borse riutilizzabili e si propone di arrivare a raddoppiarne le vendite negli anni a seguire.

Sul sito di Design a Reusable Bag è attivo un contatore che indica la quantità di sacchetti evitati all’uso dal gruppo ogni giorno. Il conteggio è il risultato di una ipotesi: se una borsa riutilizzabile garantisce il risparmio di 1000 sacchetti nel suo ciclo di vita e il gruppo ha una vendita media giornaliera di borse riutilizzabili pari a 12,953 esemplari ogni giorno si può ben sperare che utilizzandole sempre il contatore “dica la verità”.
Un efficace programma lanciato a fine 2007 Bag2Bag e tuttora attivo ha raccolto in quattro mesi 113 tonnellate di plastica che sono state riconvertite in altri sacchetti e in materiali per l'edilizia come mattoni e laminati.
I clienti possono depositare in appositi contenitori, ben visibili in tutti i punti vendita del gruppo, i propri sacchetti in plastica (di tutte le provenienze), le pellicole plastiche e gli altri involucri in plastica utilizzati dalle tintorie per destinarli al riciclo. http://www.designareusablebag.com/index.aspx

Notizie da Washington, San Clemente, Outer Banks, Edmonds

fiume anacostiaTassa sui sacchetti a Washington per la bonifica del fiume Anacostia
Luglio 2009 - Nel distretto di Columbia è stata approvata all'unanimità un progetto di legge che prevede l'applicazione di una tassa di 5 cent su sacchetti in plastica e in carta monouso distribuiti da supermercati, take away, alimentari e altre tipologie di negozi. Nel distretto una famiglia media di quattro persone consuma ogni anno circa 1.880 sacchetti di plastica solamente per la spesa di alimentari, i supermercati distribuiscono 90.000 sacchetti alla settimana.
I proventi andranno devoluti a un fondo di recente istituzione Anacostia River Cleanup Fund( http://www.trashfreeanacostia.com/index.cgi?page=fund ) per la protezione del fiume Anacostia gravemente compromesso da inquinamento da rifiuti.
"Questo provvedimento e la conseguente azione di bonifica e riqualificazione del fiume permette al Distretto di Columbia di diventare capofila di un progetto che va a contrastare efficacemente e per la prima volta l'inquinamento provocato dai sacchetti monouso", ha dichiarato Tommy Wells, membro del consiglio di distretto e autore del disegno di legge.
Secondo una recente ricerca del dipartimento federale all'ambiente del distretto, sacchetti, bottiglie, confezioni e imballaggi in plastica di vario genere costituiscono l'85 per cento dei rifiuti presenti nel fiume (un affluente del fiume Potomac). In altri affluenti del fiume, come il Watts Branch, i sacchetti di plastica rappresentano quasi il 50 per cento della spazzatura.
Il rapporto afferma che per effetto del provvedimento di tassazione i rifiuti potrebbero diminuire del 21% nel fiume e del 50% nei suoi affluenti.
Tutti i cittadini vengono invitati a ridurre la quantità di sacchetti di plastica a beneficio dell'ambiente e a utilizzare borse o zaini, che potrebbero già avere a casa, senza bisogno di acquistare borse speciali acquistando quanto più possibile prodotti sfusi anche nell'ortofrutta.
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San Clemente
Anche a San Clemente, California, si sta considerando di bandire i sacchetti riservandosi di attendere l'esito di proposte di legge in corso a livello di stato. C'è attesa anche di poter beneficiare di uno studio di impatto ambientale provocato dai sacchetti che l'ente californiano di protezione dell'oceano, California Ocean Protection Council, sta preparando per metterlo a disposizione di tutte le città dello stato che vogliano legiferare in merito. Il rapporto, costando intorno ai 100000 $, non è sicuramente alla portata di spesa di piccole cittadine.
La mancata presentazione di questo studio a supporto di provvedimenti emessi da Los Angeles, Santa Monica, Palo Alto, Manhattan Beach, Calif., ha permesso al movimento Save the Plastic Bag, costituito da rappresentanti dell'industria plastica, di bloccarne l'applicazione tramite causa legale. Manhattan Beach ha presentato ricorso.

Nel frattempo, si sta anche lavorando a una proposta di divieto di un utilizzo usa e getta per quanto concerne anche altri contenitori e vaschette monouso per alimentari, in materiali non riciclabili, e a vietare l'uso di palloncini come decoro esterno in occasione di eventi. Lo scopo di decretare un bando o di applicare una tassa è quello di ridurre la quantità di plastica in circolazione abituando le persone ad usare borse riutilizzabili.

Gli Outer Banks del Nord Carolina ( http://www.tripadvisor.it/LocalMaps-g616326-Outer_Banks-Area.html ) sono diventati dal 24 giugno la prima comunità dell 'East Coast a bandire i sacchetti in plastica di spessore inferiore ai 0,025 millimetri distribuiti dai supermercati, catene e grandi negozi. Il divieto entrerà in vigore il prossimo settembre 2009 e riguarderà le contee di Currituck, Hyde e Dare. I clienti avranno a disposizione sacchetti in carta riciclata ma saranno soprattutto incentivati a servirsi di borse riutilizzabili a fronte di rimborsi, pari al costo dei sacchetti risparmiati, che la legislazione prevede debbano essere loro elargiti dalla catene quando acquistano senza sacchetti monouso. I rimborsi possono consistere in sconti immediati o in accredito punti su tessere fedeltà dei diversi supermercati che danno diritto a sconti ulteriori o regali.
Il bando è stato accolto positivamente dal portavoce del punto vendita locale della grande catena americana Wal-Mart. “Il nostro gruppo è sempre stato leader tra i gruppi della GDO nel compito di ridurre la quantità di plastica utilizzata nei punti vendita e nel promuovere tra i propri clienti l'uso della borsa riutilizzabile. Pur non prevedendo l'entrata in vigore di questa legge la valutiamo positivamente e cogliamo l'opportunità di sperimentarne le tappe e gli esiti con il nostro punto vendita locale e di estendere l'esperienza a altri punti vendita negli USA” dichiara Chris G. Neeley.

Edmonds, Washington
A Edmonds la distribuzione di shoppers potrebbe essere vietata in tutti i punti di vendita al dettaglio entro i primi mesi del prossimo anno. Così ha definito una prima votazione che potrebbe essere ratificata da una votazione finale a luglio. La cittadina conta 40.000 residenti con un consumo annuo di 8 milioni di sacchetti. In America al momento sono attivi bandi a Westport, Conn., San Francisco, Malibu e Fairfax in California.

Anche a Fairfax, California, è entrato in vigore il bando verso lo shopper

Dal 4 maggio 2009 anche a Fairfax, cittadina che conta circa 7300 abitanti, il sacchetto di plastica è stato bandito. Il Consiglio Comunale di Fairfax aveva già pronto un bando in tal senso nel 2007 ma, a seguito di una minaccia di citazione a giudizio da parte di due produttori di shoppers, ha dovuto convertire il provvedimento in misura volontaria. L'attuale sindaco Larry Bragman ci riprova però un anno dopo mettendo la decisione in mano ai cittadini con il referendum tenutosi il 4 novembre scorso.

L'esito conferma con il 79% di voti a favore il sostegno degli abitanti al bando.

Il sindaco Larry Bragman emette quindi il giorno stesso l'ordinanza che vieta la distribuzione di sacchetti in plastica alla scadenza dei 6 mesi.(bando in inglese)

La novità rispetto ad altri bandi è che l'ordinanza include tutte le tipologie di sacchetto in plastica (alta o bassa densità) ed è applicabile a tutte le tipologie di pubblico esercizio (negozi, ristoranti, take-away, ecc). Copia dell'ordinanza è stata recapitata a ogni esercizio entro 30 giorni prima della data di entrata in vigore.

Le sanzioni sono pari a 100 $ per la prima infrazione, 200 $ per la seconda e 500 $ per la terza. A tutte le tipologie di esercizi è concesso di tenere borse riutilizzabili in vendita.
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Il processo che ha portato sin qui è stato innescato dalla determinazione di Renee Goddard, appassionata ambientalista che, colpita da un discorso tenuto da Green Shanga dal titolo “Ripensare la plastica Ripensare le nostre vite” (link http://www.greensangha.org/Plastics-Campaign/), ha deciso di passare all'azione. La sua prima sfida è stata eliminare la distribuzione dei sacchetti dal mercato di produttori agricoli locali di Fairfax, (uno dei sette mercati gestiti da MFM, Marin Farmers Market un'associazione no profit della contea di Marin).
Con la collaborazione di associazioni ambientaliste locali come Sustainable Fairfax e Good Earth è partita un'azione di comunicazione che ha visto la distribuzione nel mercato di borse cucite a mano e di altre alternative agli shoppers. La sede del servizio sanitario locale ha fornito gli strumenti per una sensibilizzazione e una educazione ambientale, cittadini volontari si sono impegnati a raccogliere le prime firme per supportare la richiesta di divieto.

Il Fairfax Farmers Market è entusiasta di essere il primo dei mercati MFM che non offre più sacchetti di plastica monouso. La stagione 2009 apre a maggio e termina a settembre: i clienti dei 25 agricoltori e artigiani locali sono incoraggiati a fare la loro parte, portando le proprie borse riutilizzabili consci che, anche in presenza di alternative monouso come sacchetti in carta riciclata o compostabili, la borsa è la soluzione da preferire nel rispetto dell'ambiente.
"In questa stagione si vede finalmente il risultato dello sforzo e del lavoro effettuato da centinaia di persone della comunità del Fairfax Farmers Market", riflette il Market Manager del Marin Farmers Market, Amelia Spilger: “Il fatto che gli abitanti di questa cittadina abbiano votato a favore di questo provvedimento rassicura gli agricoltori che si sentono incoraggiati a proporre alternative alla plastica ai propri clienti aiutandoli a reimparare a portare a casa i prodotti freschi senza plastica”.
Anche se il bando non concerne le buste in plastica per alimenti il mercato ha escluso anche quest'utilizzo insegnando ai clienti a mettere frutta e verdura in cestini. Una volta che il contenuto è stato pesato frutta e verdura vengono trasferite direttamente nelle borse o in contenitori riutilizzabili in plastica o vetro con coperchio che i clienti si portano da casa.

Fairfax sostenibile continuerà a svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere questo sforzo di educazione ambientale per la comunità. Il loro progetto, i Green Wednesdays, viene ospitato dal 2007 dal Fairfax Farmers Market. In occasione dei ricorrenti incontri periodici vengono forniti ai residenti suggerimenti su come si possa ridurre il proprio impatto ambientale durante tutto l'anno e non solamente durante la giornata internazionale della Terra, l' Earth Day.
Per saperne di più: http://www.sustainablefairfax.org/content/view/199/4/

Larry Bragman il sindaco di Fairfax che ha emesso il bando
Vedi il brevissimo filmato in cui il sindaco Larry Bragman racconta che Fairfax vanta una tradizione di scelte e riforme innovative a favore dell'ambiente. Dopo aver spiegato le ragioni per cui la plastica è dannosa per l'ambiente, Bragman evidenzia come l'esperienza di San Francisco, con un bando in vigore da due anni, ha permesso anche alla sua cittadina di seguire la stessa via.
Fairfax ha adottato da poco la strategia “rifiuti zero” con l'obiettivo di arrivare, in un massimo di 10 anni, a una riduzione di rifiuto indifferenziato pari all' 80 %. Le aziende di raccolta rifiuti hanno appoggiato il bando perchè hanno visto nella riduzione di grosse quantità di sacchetti un risparmio effettivo per i loro bilanci. http://www.greenpartywatch.org/2009/05/18/california-mayor-explains-plastic-bag-ban/

Concerto sostenibile ? L'impegno a tutto campo di Jack Johnson nel suo ultimo tour internazionale

Jack Johnson ( http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Johnson_(musicista) ) jacksoncantautore, atleta, film-maker coltiva oltre all'amore per la musica una grande passione per l'ambiente che si manifesta con atti concreti.
Supporta infatti da tempo programmi di educazione ambientale nelle scuole delle Hawai dove è nato e risiede, e la campagna A Rise above plastic promossa da Surfrider . I risultati della sua ultima fatica sono stati resi noti qualche mese fa.
Si tratta del tour Jack Johnson World Tour 2008, svoltosi lo scorso anno che è stato anche un vero e proprio progetto di educazione ambientale rivolto ai suoi fan e appassionati di musica e concerti.
In concomitanza con il tour e stato infatti presentato AllAtOnce.org, ( http://www.jackjohnsonmusic.com/allatonce ) un social network che ha messo a disposizione informazioni e strumenti per motivare e responsabilizzare le persone sensibili alla musica a svolgere anche un ruolo attivo nella propria comunità e nel mondo rispetto a tematiche ambientali.
Il claim di Allatonce infatti recita: Un'azione individuale, moltiplicata per milioni di persone, crea un cambiamento globale.
Prima della partenza del tour gli appassionati di musica e concerti sono potuti venire a conoscenza on line su importanti questioni ambientali potendone discutere con l'aiuto di esponenti di oltre 150 società non-profit selezionate da Jack a livello mondiale che hanno dialogato in rete con gli utenti.
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Tra le altre i fan hanno avuto l'occasione di conoscere e di venire a contatto con: Surfrider, Climatecounts.org ( http://www.climatecounts.org/ ), 1%for The Planet ( http://www.onepercentfortheplanet.org/en/ ), VotetheEnvironment.org
Anche in occasione dei concerti del tour le associazioni erano presenti all'interno di uno speciale stand al Village Green. Per incentivare l'interesse iscrivendosi al gruppo veniva offerta la possibilità di scaricare gratuitamente brani di Jack Johnson e altri musicisti o in occasione di concerti poterli vedere dal back stage.

I fan sono stati incoraggiati ad arrivare ai concerti con i mezzi pubblici o ad aggregarsi a altri fan attraverso il carpooling (http://it.wikipedia.org/wiki/Auto_di_gruppo) potendo beneficiare di posteggi riservati. Durante gli eventi e all'interno del Village Green i visitatori hanno potuto acquistare merchandise ecologica come borse riutilizzabili, borraccie che potevano essere gratuitamente riempite da appositi erogatori alla spina.
Oltre al risparmio in termini di sacchetti e bottiglie in plastica, per ridurre ulteriormente la produzione di rifiuti da mandare in discarica sono stati predisposti contenitori per accogliere rifiuti in modo differenziato e poterli riciclare. I fan hanno potuto compensare le emissioni di CO2 relative al proprio viaggio acquistando il biglietto tramite Ticketmaster e per compensare le emissioni del tour sono stati devoluti contributi a speciali programmi.

Per saperne di più leggi il rapporto sul tour
http://www.jackjohnsonmusic.com/images/pages/greening/JJ08-STTS_ImpactResults_AAO.pdf
o visita il sito http://www.jackjohnsonmusic.com/allatonce

A Seattle si vota per l'applicazione di una tassa sugli shopper monouso in plastica e carta

Anche a Seattle dal primo gennaio 2009, così come in Irlanda, sarebbe dovuta entrare in vigore una legge che prevede il pagamento di una tassa di 20 cent sull'acquisto del sacchetto monouso in plastica e carta. (Questa tassa precedentemente introdotta in Irlanda nel 2002 sul sacchetto in plastica ne ha ridotto il consumo del 90%).
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Gli introiti dovevano essere destinati all'organizzazione di campagne di educazione dei cittadini, di aiuti all'acquisto di borse da regalare a famiglie e individui a basso reddito e a finanziare programmi di incentivazione al riciclaggio e alla riduzione rifiuti.
A seconda del proprio fatturato i negozianti avrebbero potuto trattenere una quota della tassa, pari a 5 cent, per i costi di gestione amministrativa o, nel caso di negozi molto piccoli, l'intera cifra.

L'industria della plastica però, appena emanato il decreto nel 2008 e allo scopo di prevenire un pericoloso precedente, ha messo in campo un investimento superiore ai $ 250.000, erogato dall'American Chemical Council, per un'azione di contrasto.
Operatori regolarmente pagati sono stati reclutati in California e inviati in loco per raccogliere le firme necessarie per indire un referendum. Il numero di firme necessario è stato raggiunto e i cittadini saranno perciò chiamati a votare al referendum il prossimo 18 agosto.
Anche i previsti programmi di sensibilizzazione e di promozione di borse riutilizzabili hanno dovuto essere sospesi.

In risposta a questa azione un gruppo di cittadini ha formato un comitato di difesa del provvedimento emesso nel 2008 e a sostegno del proprio sindaco, Greg Nickels, fondando il movimento Green Bag Campaign. (http://greenbagcampaign.org/)

Per finanziare le attività di informazione e di sensibilizzazione dei cittadini sul tema sottoposto a referendum e per l’ottenimento del voto favorevole alla approvazione della legge sono stati raccolti fondi e donazioni da volontari.
A Seattle si consumano 360 milioni di sacchetti monouso tra plastica e carta con un consumo annuo di 500 shopper in plastica procapite.
Guarda il video prodotto per la campagna "Seattle Green Bag Campaign" :

Turismo sostenibile ? Si grazie !

Con l'arrivo dell'estate aumentano le gite fuori porta, le escursioni e in tanti partono per le agognate vacanze.
Vogliamo allora proporre a tutti gli amici che portano la sporta o lo zaino e si sono affrancati dalla dipendenza da sacchetto di prendere qualche piccolo accorgimento in più per praticare un turismo più sostenibile.

visiona il videoInnanzitutto cosa significa turismo sostenibile ? Riportiamo la definizione data dalla rivista ambientale del Consiglio d’Europa: "per turismo sostenibile s’intende ogni forma di attività turistica che rispetta e preserva a lungo termine le risorse naturali, culturali e sociali e che contribuisce in modo positivo ed equo allo sviluppo economico e al benessere degli individui che vivono e lavorano in questi spazi". Ecco allora che il turismo sostenibile non solo si preoccupa di non intaccare le risorse dei luoghi che va a toccare, ma si fa carico di portare un contributo attivo alla loro salvaguardia.
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Pertanto, oltre a consigliare il rispetto del decalogo dell'eco-bagnante proposto da Legambiente, del decalogo del picnic sostenibile promosso da Coldiretti la nostra iniziativa vi propone di adottare l'equipaggiamento sostenibile che previene la produzione di rifiuti in plastica monouso che dovreste altrimenti lasciare come ricordo del vostro passaggio.

clicca per vedere il videoE quindi portate con voi borraccia, zainetti termici, contenitori riutilizzabili durante le vostre escursioni e gite, ovunque andiate. Non è complicato, serve un briciolo di organizzazione.

Prendete ispirazione da questo video dedicato agli uomini, Reusables for real men dove il fondatore di Reusablebags.com, Vincent Cobb presenta una serie di articoli riutilizzabili. Signori maschi italiani, non vi resta che imparare!

 

Attraverso il sito di Reusablebags.com non si ha solamente l'occasione di acquistare tra un'ampia scelta di borse e altri contenitori, che prevengono l'uso di imballaggi usa e getta, ma di documentarsi sull'impatto ambientale della plastica e rimanere aggiornati sulle azioni che vengono intraprese negli Stati Uniti a questo proposito.

Da questo sito proviene il nostro contatore di sacchetti che è stato inserito nella scenografia dello show di Oprah Winfrey: Oprah’s Earth Day Show, “Go Green Save Money” durante la Giornata della Terra lo scorso aprile.

Vedi altre definizioni qui http://files.homoturisticus.com/
Per saperne di più : http://www.viviconstile.org

Ridurre si può : i progetti di Piossasco

ridurre si può- piossascoGli esperti del settore concordano nell'affermare che la prevenzione nella produzione dei rifiuti, in Italia soprattutto, è molto sottovalutata nonostante che le direttive europee stabiliscano che nel ciclo della gestione dei rifiuti è la prevenzione l'obiettivo prioritario verso cui tutte le politiche in materia dovrebbero tendere.
Prevenzione, riduzione e riutilizzo sono le parole chiave che possono guidare le amministrazioni pubbliche nell’organizzazione delle attività cercando di recuperare il ritardo con cui la prevenzione si è affacciata come nuovo orizzonte sul territorio a livello locale e nazionale.

A questi proposito vogliamo parlare dei progetti realizzati a Piossasco, un comune a 30 km da Torino che conta 17500 abitanti.
La Città di Piossasco ha istituito un fondo destinato all’incentivazione degli interventi per la riduzione dei rifiuti alla fonte e l’uso di buone pratiche ambientali rivolto agli esercenti commerciali di vicinato e attività di somministrazione alimenti e bevande in pubblici esercizi. Questo fondo, inferiore ai 30.000 euro per due anni di attività (2007-2008) ha permesso la realizzazione di alcuni progetti che hanno avuto, evidentemente, effetti positivi anche sull'ottimo livello raggiunto dalla raccolta differenziata: il 73%. Nonché sul dato relativo alla produzione di rifiuti prodotta giornalmente a Piossasco (1 kg procapite) inferiore del 37% rispetto alla media della provincia di Torino (kg. 1,58). Vediamo alcuni di questi progetti in che cosa consistono.
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Rete dei negozi leggeri: ovvero contributi ai negozianti che adottano buone pratiche di riduzione degli imballaggi.

Il Progetto Riducimballi in collaborazione con Ecologos e in concertazione con l'Assessorato al commercio è stato finanziato con circa 14.000 euro, prevedendo un contributo per i negozi aspiranti a entrare nella rete pari al 50% del costo in caso di investimento (acquisto / installazione di attrezzatura) e un contributo di 150 euro per l'adozione di buone pratiche di riduzione.
Hanno aderito 22 negozi di prossimità. Le pratiche di riduzione attuate vanno dalla vendita di vino sfuso, di detersivi alla spina, all'abolizione di imballaggi inutili come le bustine di zucchero, all’impegno ad acquistare solamente detersivi sfusi per fare le pulizie, ecc. Tutti i negozianti hanno dovuto seguire dei corsi di aggiornamento in tema di rifiuti. Ipotizzando un consumo settimanale di una bottiglia l'acquisto di vino sfuso con vetro a rendere permette di evitare in un anno 19,1 Kg.

Io non compro rifiuti: ovvero incentivazione economica in favore dei cittadini che utilizzano borse di tela in modo continuativo
Per questo progetto sono stati investiti 10.000 euro con il coinvolgimento della Rete negozi leggeri impegnati nella promozione di un'altra buona pratica: si sono distribuite 500 borse di tela, a ognuna delle quali è stata associata una tesserina. Ogni volta che il cittadino usa in uno qualsiasi dei negozi aderenti alla rete la borsa di tela del Comune, riceve un timbro sulla tesserina. Dopo cinque timbri, ha diritto a 5 euro di sconto in uno qualsiasi dei negozi della rete. L’importo dello sconto viene poi rimborsato ai negozi dal Comune.

Il bambino leggero: contributi per i genitori che acquistano i pannolini riutilizzabili.
E' stata fornito a ogni famiglia in attesa un set completo di pannolini riutilizzabili in comodato d’uso, il Comune chiede in cambio di potere monitorarne l’uso nonché la disponibilità della famiglia a parlare ad altre dell’esperienza. Si è quindi concesso un bonus di 100 euro a famiglia per l’acquisto di un set di pannolini presso due negozi leggeri che li mantengono in vendita. Costo totale del progetto 3500 euro. La terza fase, in corso, prevede l'inserimento di pannolini riutilizzabili nell’asilo nido, con il coinvolgimento di genitori e operatori del nido, per verificarne la fattibilità attraverso l'avvio di una fase di sperimentazione. Con la eliminazione dei pannolini usa e getta, il comune conta di risparmiare circa 5000 euro/anno nella raccolta.

Dove ti butto: ovvero una campagna consistente in piccolo premio per un corretto conferimento di un rifiuto o di un oggetto dismesso.
Dove ti butto ha prodotto 2000 buoni sconto da 1 euro (spendibili nella rete dei negozi leggeri) per i cittadini che hanno consegnato all'ecocentro alcune tipologie di rifiuto: olio da frittura, oli esausti di automobili, piccoli elettrodomestici, contenitori di materiali pericolosi (vernici e altri), neon e lampade a basso consumo energetico, ecc. I cittadini hanno avuto così l'opportunità di imparare a smaltire correttamente rifiuti che altrimenti finiscono nell'indifferenziato o negli scarichi.
Il costo totale di questa operazione, comprensiva dei costi per la campagna di sensibilizzazione contro l'abbandono dei rifiuti, è stata di circa 4000 euro.

L'Assessore all’Ambiente Cristina Abrami a cui abbiamo chiesto un bilancio sul lavoro svolto e sui costi ci ha evidenziato che in questi progetti sono stati investiti poco più che 30.000 euro in tre anni.

“Il Progetto Riducimballi concertato con l’assessorato al commercio” - sottolinea l’Assessore – “non solo sancisce una scelta ambientale e di educazione alla riduzione dei rifiuti, ma è anche un modo per incentivare il commercio di prossimità. Occorre impiegare incentivi economici solamente verso quei soggetti che si impegnano in progetti precisi e dagli esiti monitorabili. Elargire incentivi non basta: è necessario costruire un dialogo per attuare un percorso condiviso in cui i soggetti coinvolti si sentano parte integrante e sappiano trasmetterlo, in questo caso, ai propri clienti. La comunicazione ha avuto un peso notevole e ha toccato migliaia di contatti. Questo progetto ha dato l'occasione ai negozi di prossimità di imparare a valorizzarsi, a differenziarsi e a capire l'importanza di mettersi in rete come garanzia di sopravvivenza nell’epoca dei grandi supermercati e dei centri commerciali”.

Per maggiori informazioni:
www.riducimballi.it

Otto australiani su dieci sono favorevoli al bando dei sacchetti in plastica (maggio '09)

21 maggio 2009 - Gli esiti di un sondaggio effettuato dall'associazione ambientalista Do Something! su un campione di 1000 intervistati ha evidenziato che l'83% degli australiani è a favore di una legge governativa che bandisca i sacchetti di plastica, il 79% ritiene che i rifiuti elettronici debbano essere intercettati per non finire in discarica e per essere recuperati attraverso adeguati programmi di riciclaggio.
Al momento il governo del sud Australia è il solo nel paese ad aver bandito, dallo scorso 4 maggio, i sacchetti di polietilene a bassa densità distribuiti da supermercati e da negozi di alimentari.
Il fondatore e presidente di Do Something! Jon Dee Rudd rimprovera al governo di non aver onorato la promessa fatta in campagna elettorale di bandire il sacchetto di plastica a livello nazionale. Rimarca inoltre che Peter Garrett, il ministro all'ambiente da lui conosciuto sin dai primi anni 90, ha difeso molto più efficacemente l'ambiente nel suo precedente ruolo di presidente della Fondazione per la Conservazione dell'Australia.
Alcune catene come Bunnings e Ikea non distribuiscono più gratuitamente sacchetti di plastica e un'altra (Target) li eliminerà totalmente dal prossimo giugno. Anche l'industria elettronica sta facendo pressione affinché sia varato un piano di riciclaggio per i computers e gli apparecchi televisivi dismessi.
“C'è qualcosa che non torna quando anche l'industria è più avanti del governo, sono proprio il ministro Garrett e i suoi burocrati a Camberra che avversano il cambiamento. La gente è stufa di ascoltare solamente retorica, i politici dicono di preoccuparsi per l'ambiente ma poi non prendono provvedimenti in suo favore,” incalza Jon Dee Rudd che ha fondato nel 1992 Planet Ark insieme all'asso del tennis Pat Cash.
Il sondaggio ha anche riscontrato che il 96 % degli intervistati è favorevole all'estensione in tutto il paese del sistema del vuoto a rendere già attivo nell'Australia del Sud in cui la cauzione per bottiglie e lattine è pari a 10 cent.
(Fonte http://www.news.com.au/

Sud Australia, ci siamo: il 4 maggio scatta il divieto di utilizzo degli shopper in plastica dei supermercati (maggio '09)

Il premier del Governo del Sud Australia Mike Rann ha ricordato poche settimane fa che l'entrata in vigore del divieto di utilizzo dei sacchetti in plastica effettivo dal 4 maggio 2009 permetterà il risparmio di 400 milioni di pezzi all'anno e che il suo governo sarà l'esempio che guiderà l'intera nazione nel fare a meno dei sacchetti.( locandina campagna australiana )
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Il bando è stato annunciato il 30 dicembre scorso dal ministro per l'ambiente Jay Weatherill stabilendo un periodo di transizione necessario agli esercenti di supermercati e di alimentari per preparare delle alternative, (sia riutilizzabili, sia monouso) e per preparare i propri dipendenti a saper rispondere a eventuali contestazioni da parte dei clienti. I clienti hanno avuto a loro volta il tempo per abituarsi ad avere sempre a disposizione, prevalentemente, borse riutilizzabili. Le sanzioni previste dopo il 4 maggio in caso di utilizzo dei sacchetti banditi verranno addebitate al negoziante.
Una recentissima inchiesta fatta dalla società Zero Waste ha evidenziato che:
-il 95% degli intervistati è a conoscenza dell'entrata in vigore del bando e lo sostiene concettualmente,
-otto intervistati su dieci hanno già iniziato a utilizzare regolarmente borse riutilizzabili,
-coloro che utilizzano borse una volta su 4 devono però ricorrere all'acquisto di sacchetti monouso per avere dimenticato le borse,
-coloro che utilizzano borse non considerano la possibilità di utilizzarle in alcune occasioni come ad esempio quando acquistano cibo pronto nei Take Away.

A partire dalla data dell'annuncio è attivo il sito BYO Bag ( Bring your bag) http://byobags.com.au/Home.mvc/Index_ita che supporta i cittadini e gli esercenti in questo cambio di abitudine con un numero verde a disposizione.

Il sito BYO Bag contiene tutta l'informazione necessaria per affrontare il cambiamento di abitudine a seconda del profilo dell'utente, cittadino o esercente, e risponde in sette lingue a tutte le possibili domande che esercenti e cittadini potrebbero porre.
E' partita nelle settimane precedenti quella scadenza anche una massiccia campagna pubblicitaria che, con il coinvolgimento dei media e con affissioni stradali in prossimità e all'interno dei centri commerciali, ha ricordato nelle ultime settimane l'entrata in vigore del divieto e la necessità di avere sempre una borsa a portata di mano.
Si veda il video:
http://www.youtube.com/watch?gl=AU&hl=en-GB&v=gGyfnzI7ZaA

Lo stato ha intanto donato ai cittadini meno abbienti 5000 borse riutilizzabili attraverso le organizzazioni di beneficenza che si occupano della loro assistenza e l'azienda produttrice di borse, The Green Bag Company, che si è fatta carico di regalarne altre 3000. Altre forniture gratuite e relativa distribuzione avverranno su richiesta delle associazioni.

Il nostro commento nello specifico è che, anche in questo caso, abbiamo molto da imparare dalla organizzazione e dalla gestione dei dettagli di altri paesi. I cambiamenti si rivelano tanto più indolori e efficaci quanto più si riesce a coinvolgere le persone che li devono interiorizzare in un processo preventivo di informazione e di supporto, indispensabili all'ottenimento della necessaria collaborazione.
Ci auguriamo che l'iniziativa di sensibilizzazione venga estesa anche ad altri settori non alimentari come l'abbigliamento a cui è ancora consentito distribuire borse in polietilene ad alta densità.
In considerazione che, anche per questa tipologia di acquisti, meno pianificata, è pur sempre possibile usare borse riutilizzabili, a condizione che le portiamo sempre con noi. Esistono borse ripiegabili che pesano pochi grammi e che possono stare in tasca, in macchina o in borsetta.

Ridurre si può! Grande adesione dei commercianti al progetto “Usiamo e Riduciamo” del Comune di Crema(aprile '09)

Riportiamo questa esperienza che dimostra come sia possibile per un'Amministrazione comunale mettere in campo delle iniziative efficaci con l'obiettivo di una Riduzione e Minimizzazione dei Rifiuti, avvalendosi intelligentemente di risorse coinvolgibili sul territorio come le associazioni dei commercianti. Un plauso a Crema per avere utilizzato questa modalità che garantisce risultati che durano nel tempo. Per indurre cambiamenti importanti negli stili di vita e di consumo è necessaria infatti un'azione articolata, di lungo periodo, fatta di momenti di sensibilizzazione ma anche di disincentivazione e di contrasto nei luoghi più importanti in cui si svolge la vita dei cittadini...
segue >>
Ha ottenuto un risultato superiore alle aspettative l’adesione dei commercianti al dettaglio del settore alimentare coinvolti dall’Amministrazione Comunale di Crema nella Campagna di Sensibilizzazione finalizzata a promuovere una riduzione nell’utilizzo dei comuni sacchetti in plastica. Sono infatti una ventina i commercianti che hanno aderito all’iniziativa impegnandosi a rendere disponibili per i propri clienti bocampagna di crema "fatti un nodo alla borsa!"rse riutilizzabili o borse mono-uso realizzate in materiale biodegradabile a pagamento.

Il promotore dell’iniziativa, il Vice Sindaco e Assessore all’Ambiente Prof. Massimo Piazzi ha commentato con soddisfazione i risultati di questa prima fase del progetto rivolgendo un grazie particolare sia ai commercianti che hanno dimostrato una grande disponibilità e un’attenzione reale ai problemi ambientali, sia alle associazioni di categoria attivamente coinvolte con l’Amministrazione Comunale e con Scs Gestioni s.r.l. già dalle prime fasi di studio del progetto. Alle associazioni ASCOM Crema, A.SVI.COM Cremona, ASCOM Cremona, Confesercenti, Associazione Autonoma Artigiani Cremaschi – Confartigianato e la Libera Associazione Artigiani si è, inoltre, recentemente aggiunta la neo costituita Lega Panificatori.

Dai prossimi giorni i commercianti aderenti all’iniziativa, che saranno individuabili grazie ad una vetrofania (“Usiamo e Riduciamo”), distribuiranno ai propri clienti un volantino dell’iniziativa finalizzato a informare i cittadini sui danni provocati dall’eccessivo ricorso ai sacchetti in plastica, motivandoli al contempo ad abbracciare la buona pratica di portare sempre con sé una o più borse riutilizzabili quando si fa la spesa. “Fatti un nodo alla borsa” è, infatti, lo slogan pensato per questo volantino che verrà distribuito in modo capillare anche nei luoghi pubblici della nostra città.

L’iniziativa “Usiamo e Riduciamo” è stata proposta nella prima fase ai dettaglianti del settore alimentare, piuttosto che alla grande distribuzione per la facilità di relazione, l'efficacia dell'azione e i risultati nel tempo che un coinvolgimento diretto dei proprietari può garantire nel raggiungimento degli obiettivi.
L'iniziativa però non si limiterà al settore alimentare poichè verrà estesa nei prossimi mesi anche ad altri settori, tra i quali le farmacie, notoriamente grandi dispensatori di shopper in plastica. L’Azienda Farmaceutica Comunale ha voluto anticipare questa seconda fase rendendo disponibili i volantini informativi dell’iniziativa presso la propria sede di via Cappellazzi e di v.le Europa, proponendo inoltre borse realizzate in materiale biodegradabile.

Nei mesi scorsi l’Amministrazione ha inoltre puntato molto sulla diffusione di una borsa in cotone riutilizzabile personalizzata con il logo dell’iniziativa e realizzata presso un’azienda cremasca nel rispetto della filosofia ambientale del “kilometro zero”. La borsa è stata distribuita come omaggio in occasione del Natale ai bambini iscritti alla Scuola dell’Infanzia di via Bottesini e agli anziani frequentanti il Centro Diurno di via Zurla. Proposta alla vendita in occasione delle Bancarelle di Natale sotto il Torrazzo e della Festa dell’Albero ha ottenuto un notevole gradimento sia per l’aspetto estetico sia per le caratteristiche funzionali.

Il comune di Crema che ha raggiunto già da tempo livelli di eccellenza eccellenza sul fronte dello smaltimento e della differenziazione, intende ora sviluppare una Politica di Riduzione e di Minimizzazione dei Rifiuti che vada ad incidere a monte nella catena di produzione dei rifiuti stessi e in questo contesto si inserisce l'iniziativa specifica sui sacchetti.
Il piano di contenimento dei rifiuti rientra a sua volta nel più ampio Progetto Ambientale “Riduciamo”, messo in campo dall'attuale amministrazione, con il quale si intende pianificare e sostenere una serie di iniziative finalizzate al conseguimento del risparmio energetico e al rispetto ambientale sensibilizzando la cittadinanza ad adottare pratiche sostenibili nei diversi ambiti di consumo. Ovvero nelle modalità degli acquisti, nell’uso del riscaldamento, degli elettrodomestici, della luce, dell’acqua e dei mezzi di trasporto.

Per informazioni:
Comune di Crema – Servizio Ambiente
Sig.ra Valeria Negri
Email: servizioambiente@comune.crema.cr.it
Tel. 0373.894.291 – Fax 0373.894.382
 
by avanguardia virtuosa - 2009