sacchetti di plastica consumati quest'anno*:
 
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Perchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ? Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente“ ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo in termini di consumo di risorse, energia e di costi economici ed ambientali dovuti alla sua dispersione nell'ambiente, ad oggi incontrollabile. Ma non si tratta solamente di sacchetti, ci sono tanti altri imballaggi e articoli monouso che è possibile eliminare o ridurre drasticamente. Parti da piccoli gesti quotidiani per modificare stili di vita insostenibili, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA E RIFIUTA "L'USA E GETTA"!

COME ENTRARE IN AZIONE:
iniziative individuali per i singoli
iniziative collettive collettivamente
materiale per la media e grande distribuzione per la GDO materiale per negozio per i negozi
iniziative per le scuole per le scuole

Iniziative ed Eventi promossi da Porta la Sporta


FIRMA per "METTILA IN RETE!" nel tuo supermercato - PETIZIONE che presenteremo ai gruppi della Grande Distribuzione>>
sfida all'ultima sporta
mettila in rete
sfida all'ultima sporta

clicca e vai al RESOCONTO DELLA SETTIMANA NAZIONALE “PORTA LA SPORTA ” ( 14 - 22 APRILE 2012) >>

settimana nazionale porta la sporta dal 14 al 22 aprile 2012

 

PARTECIPA COME COMUNE ALLA COMPETIZIONE NAZIONALE "SFIDA ALL'ULTIMA SPORTA"
Una gara per comuni con un numero di abitanti tra le 8.000 e 16.000 unità
e con un indice di raccolta differenziata dal 60% in su

locandina della competizione sfida all'ultima sportaSbarca in Italia Sfida all'ultima sporta ispirata a Reusable Bag Challenge che ha visto nel 2009 in Colorado oltre 30 cittadine e un'intera contea fronteggiarsi in una gara a quale comunità consuma meno sacchetti. Gli esercizi commerciali aderenti, dai negozi di vicinato ai supermercati, hanno conteggiato, per un periodo di 6 mesi, i sacchetti risparmiati sulla base degli acquisti effettuati dai clienti senza utilizzare sacchetti monouso di qualunque materiale. ll premio in palio, una fornitura di pannelli solari completa di installazione, acquisita con il contributo degli sponsor è andato a beneficio della scuola locale del comune vincitore, Basalto. La sfida, che ha entusiasmato migliaia di partecipanti ha permesso un risparmio complessivo per l'ambiente di oltre 5 milioni di sacchetti con risultati che si sono mantenuti nel tempo.
L'idea è partita da un giovane abitante di Telluride amante della natura, Dave Allen e a lui verrà dedicata l'iniziativa italiana.

La versione nostrana può essere lanciata grazie al contributo totale di 20.000 euro che verrà donato al comune vincitore da tre sponsor: Banca Marche sponsor principale, Frà Production con il suo marchio Ecottonbag e Novamont.
Qualora altre aziende volessero aggiungersi potrebbe concretizzarsi un premio anche per un eventuale secondo classificato.
L'iniziativa si avvarrà della collaborazione della Cooperativa E.R.I.C.A. come Partner Tecnico e di due importanti patrocini che verranno presto annunciati.
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L'opzione di destinare il monte premi alla scuola del comune vincitore viene mantenuta con convinzione ed entusiasmo anche nel progetto di questa edizione italiana, non solamente per aiutare la nostra scuola ormai in grave emergenza di risorse, ma perché si può così mettere in luce il fatto che è nelle nuove generazioni che bisogna investire.
Compito degli adulti è fare il possibile per consegnare alle future generazioni un ambiente più pulito ma anche trasmettere loro un valore importante come il rispetto per l'ambiente che non deve rimanere solamente una dichiarazione di principio e di intenti. Rispettare l'ambiente è un impegno molto concreto, significa tenerne conto nelle scelte e nelle azioni che compiamo ogni giorno: da come viaggiamo a cosa, come e quanto compriamo. Cominciare a porsi delle domande su come vengano fatti i prodotti che compriamo e cosa succeda dopo che li buttiamo - o a riflettere sulle conseguenze che i nostri atti quotidiani apparentemente banali possano avere sullo stato di salute dell'ambiente - è il primo passo che ci può portare a fare scelte di consumo informato e consapevole.

I comuni che hanno i requisiti richiesti, e cioè un numero di abitanti compreso tra le 8.000 e le 16.000 unità e un indice di raccolta differenziata non inferiore al 60%, potranno prendere visione del bando presto online per inviare la loro candidatura a partire dal 28 maggio 2012 e sino al 30 settembre 2012.
Dopo le opportune verifiche verranno considerate le prime venti candidature valide pervenute e verrà compilata una lista di attesa a cui attingere in caso di rinunce. L'inizio previsto per la partenza della competizione è il 1 ottobre.
La competizione prevede che in ogni comune partecipante venga istituita una segreteria organizzativa che avrà il compito di conteggiare, con la collaborazione di negozi e supermercati locali aderenti all'iniziativa, i dati degli shopper monouso risparmiati. Vengono cioè conteggiate esclusivamente le vendite effettuate senza fornitura, a titolo gratuito o oneroso, di sacchetti monouso per un periodo di sei mesi. La segreteria organizzativa avrà il compito di tramettere tali dati alla segreteria nazionale e di coinvolgere tutti gli abitanti attraverso una comunicazione costante e con l'aiuto di iniziative locali di sensibilizzazione in modo che il consumo di sacchetti su base procapite venga drasticamente ridotto.

Sono in corso richieste di patrocinio e vi saranno presto altri aggiornamenti su cui vi ragguaglieremo aggiornando questo primo comunicato di lancio.

GLI SPONSOR

BANCA MARCHE
banca marcheBanca Marche è lo sponsor principale che ci ha permesso di concretizzare un'iniziativa a cui tenevamo in modo particolare. Banca Marche è stata l'unica banca che si è proposta di fare una diffusione della nostra campagna verso i propri correntisti.
L'estratto conto del dicembre 2009 inviato agli oltre 400.000 correntisti conteneva sul retro un invito ad usare borse riutilizzabili e a richiedere presso le filiali le borse di Banca Marche con il logo di porta la sporta. Inoltre anche la veste grafica del Bilancio Sociale 2009 è stata dedicata alla campagna con una sensibilizzazione sull'impatto della plastica negli ambienti marini.

Banca delle Marche SpA è stata costituita tra il 1994 e il 1995 per effetto della fusione fra le Casse di Risparmio di Macerata, Pesaro e Jesi. Banca Marche ha conservato la tradizionale attenzione al territorio, caratteristica che ha sempre contraddistinto le realtà creditizie da cui ha avuto origine. La rete di vendita è organizzata in Zone Territoriali strutture decisionali cui vengono demandate le competenze e le deleghe in ordine ai rapporti intrattenuti con la clientela. Ad esse fanno capo oltre 300 filiali che operano su Marche, Umbria, Emilia, Romagna, Lazio, Abruzzo, Molise ed una rete di Responsabili Private, Responsabili Enti e Referenti Imprese.

FRA' PRODUCTION SPA
ecottonbag di fra' productionLa FRA' Production Spa ha lanciato nel 2009 l'Ecottonbag una borsa a rete in cotone prodotta interamente in Italia nello stabilimento in provincia di Asti per grandi utenti nazionali ed internazionali.
Dal primo modello presentato nel 2009 in rete di cotone - disponibile in due misure e anche nella versione in cotore biologico- si è passati alla realizzazione di borse a rete in poliestere colorato. In linea con i tempi in cui, oltre all'esigenza di ritornare al riutilizzo, si deve porre al tempo stesso un freno al consumo di risorse, l'Ecottonbag di ultima generazione si può realizzare anche con materiali post consumo derivanti dalla raccolta differenziata della plastica. Un primo progetto di borse a rete realizzate con poliestere riciclato è avvenuto in Piemonte nel pinerolese. Sebbene il progetto abbia interessato la versione grande dell' Ecottonbag, il procedimento, ben illustrato da questo video, rimane identico anche per il formato più piccolo che, tramite l'iniziativa Mettila in rete, viene presentato come un'alternativa riutilizzabile da promuovere all'interno dei reparti ortofrutta della GDO.

La Frà Production è attiva da quasi cinquant'anni a livello nazionale e internazionale, collocandosi in una posizione primaria in termini di innovazione tecnologica e qualità produttiva.
L’ampio bagaglio tecnico e culturale dell’azienda è dimostrato dal numero di brevetti e marchi detenuti, a partire da Surgifix, la prima rete elastica tubolare per medicazione a Euronet (settore alimentare) e all'Ecottonbag.
L'attività dell'azienda si svolge a Cisterna d'Asti dove hanno sede la Direzione e gli uffici (Fondo) e la produzione della gamma medicale (Mattutina) e a Dusino San Michele, sede della produzione della gamma alimentare.

NOVAMONT SPA
novamontNovamont Spa produce famiglie di plastiche biodegradabili sviluppate sulla base di tecnologie proprietarie nel campo degli amidi, delle cellulose, degli oli vegetali e delle loro combinazioni. Tali bioplastiche sono commercializzate con il marchio Mater-Bi® e costituiscono i primi risultati del progetto “Chimica Vivente per la Qualità della Vita”.
Oggi, grazie all’esperienza maturata, Novamont propone un’ulteriore evoluzione del suo modello di sviluppo. Si chiama “bioraf?neria integrata nel territorio” e prevede l’utilizzo di materie prime rinnovabili prodotte localmente e in ?liera integrata, per la realizzazione di prodotti che nascono dalla terra e che alla terra ritornano, attivando tutto il settore della chimica da fonti rinnovabili.
Mater-Bi® è la prima famiglia di biopolimeri in grado di eguagliare o superare le performance delle plastiche tradizionali, col vantaggio di essere completamente biodegradabili e compostabili, minimizzando l’impatto ambientale.
Mater-Bi® è un prodotto certi?cato biodegradabile e compostabile secondo norme internazionali e nazionali (EN13432, UNI EN14995, ASTM D6400) da parte di enti accreditati quali Vinçotte (OK Compost) DIN-CERTCO (Kompostierbar), IIP - Istituto Italiano Plastici (certi?cati UNI - IIP), Certiquality (Compostabile CIC), BPI - Biodegradable Products Institute Usa e JBPA - Japan Bioplastics Association.

Primo Piano

Sono 74 i divieti locali per il sacchetto di plastica negli USA, con qualche novità nell'impostazione delle delibere (maggio '12)

bag banSono ormai 74 le amministrazioni locali negli USA che hanno in vigore o di prossima applicazione un divieto per la commercializzazione di sacchetti di plastica. I due terzi del totale sono stati emanati in California.
Tra le new entries di questo mese di maggio ci sono le cittadine californiane di Watsonville, Solana Beach e Ukiah.
Tutte e tre detengono il primato di essere diventate le prime cittadine ad aver votato un bando nelle rispettive contee: Santa Cruz, San Diego e Mendocino County.
A Watsonville il divietro entrerà in vigore a Dicembre 2012 e prevede un addebito obbligatorio di 10 cent sui sacchetti di carta che salità a 25 cent dopo un anno e che esclude il servizio take away dei ristoranti. Anche a Ukiah si parte da dicembre con gli esercizi commerciali che hanno un fatturato annuale lordo a partire da 3 milioni di dollari e una superficie di vendita più ampia di 10,000 metri quadrati per poi passare dopo un anno a tutti gli altri. I sacchetti di carta dovranno costare un minimo di 10 cent e restano esclusi dal divieto i ristoranti e i Farmers market.
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A Solana Beach si parte a settembre 2012 con un divieto che interessa prima la grande distribuzione (alimentare e non) e i ristoranti (nonostante un ricorso in atto da parte dell'industria della plastica). Dopo tre mesi è prevista l'estensione a tutte le altre tipologie di negozi. Anche qui i sacchetti di carta non potranno costare meno di 10 cent. Nelle Hawaii sono passati due provvedimenti che vieteranno nelle isole di Big Island (dal 2014) e di Oahu (dal 2015) l'utilizzo di sacchetti non biodegradabili.

Considerando che sono gia' in atto dei divieti in tal senso a Maui, Kauai, Molokai e Lanai le Hawaii diventeranno con il 2015 il primo stato degli Stati Uniti plasticbag free.

Dallo scorso aprile sono diventate invece 5 le cittadine dello stato di Washington ad avere divieti in atto.
A Seattle, Edmonds, Bellingham e Mukilteo si è aggiunta infatti Bainbridge Island, un'isola che si trova nella regione di Puget Sound tra Seattle, (raggiungibile in 35 minuti di ferry boat) e la Penisola Olimpica (Olympic Peninsula). In questo caso il divieto che interesserà i circa 25.000 residenti dell'isola prevede un prezzo minimo imposto di 5 cent per i sacchetti di carta e sarà operativo dal primo novembre 2012.
Sta facendo ancora il suo corso l'iter legislativo che dovrebbe portare Los Angeles, la seconda città degli USA con una popolazione vicina ai 4 milioni, a vietare i sacchetti di plastica e a rendere obbligatorio un addebito di 10 cent per i sacchetti di carta. Dopo sei mesi il divieto dovrebbe valere anche per i sacchetti di carta.

bag banMa quante sono le grandi città USA alle prese con divieti per il sacchetto di plastica?
Guardando la classifica per numero di abitanti troviamo ad oggi tre città tra le prime 14 della classifica: San Jose, San Francisco e Austin. Seguono poi con un certo distacco Seattle e Portland rispettivamente al 23mo e 29mo posto della classifica.
Nello stato dell'Illinois, con la proposta di legge SB 3422, si vorrebbe invece proibire eventuali divieti in tutte le città dello stato -fatta eccezione per Chicago- ma allo stesso tempo assoggettare i produttori di sacchetti di plastica a norme applicative che si rifanno al principio della responsabilità estesa del produttore sull'intero ciclo di vita dei propri manufatti (ERP).
La proposta di legge passata al senato e attualmente in dibattimento presso l'House Environmental Health Committee divide anche gli stessi produttori di sacchetti che si troverebbero a dover supportare a livello individuale o collettivo i costi relativi alla raccolta e al riciclo dei loro prodotti.
Oltre a dover fornire su base annuale rapporti sulle quantità di sacchetti e film plastici trattati e riciclati e a raggiungere l'obiettivo di produrre, entro il 2015, sacchetti con una percentuale del 30% di plastica riciclata.
Non credono inolte nell'efficacia del provvedimento l'Illinois Policy Institute e Sustainable Springfield Inc che, secondo il suo tesoriere Harv Koplo, impedirebbe di fatto agli enti locali di esercitare un loro diritto vietando o tassando i sacchetti di plastica.
E per finire si oppongono alla proposta di legge anche sei movimenti ambientalisti californiani come: Californians Against Waste, Bag It Town Programme, Surfrider Foundation, Center for Oceanic Awareness, Research and Education e Seventh Generation Advisors, che solitamente si limitano a considerare le questioni e le legislazioni del loro stato.
Il direttore esecutivo di Californians Against Waste e di “Campaign for Recycling” Mark Murray che rappresenta il punto di vista delle associazioni afferma:
“E' da oltre cinque anni che assistiamo a un peggioramento delle politiche di riciclo in California e al fallimento di una legislazione simile varata nel 2006. Anche in Illinois non funzionerà. Infatti, nonostante fosse stato creato in California un sistema di raccolta statale per i sacchetti di plastica, solo il 3% è stato riciclato. Il riciclo dei sacchetti non rappresenta una soluzione, il valore del materiale recuperato non arriva a coprire neanche lontanamente i costi dovuti alla raccolta, trasporto e riciclo dei sacchetti. L'inquinamento da plastica è un problema globale ma sono le amministrazioni locali che possono fare la differenza. La tassa in vigore a Washington, D.C. Per i sacchetti monouso di plastica e di carta, ad esempio, ha ridotto immediatamente il consumo mensile da 22.5 milioni di sacchetti a 3.3 milioni. ”

I produttori di sacchetti dal canto loro lamentano i costi che la proposta di legge imporrebbe loro per assolvere alle richieste: dall'iscrizione annuale di 500 $ alla IEPA (Illinois Environmental Protection Agency), all'impressione del loro nome su tutti i sacchetti, alla progettazione e mantenimento di un piano di azione (da sottoporre all'approvazione della IEPA) con l'elenco delle stazioni di raccolta e delle campagne di educazione in corso, sino alla redazione -da consegnare alla stessa agenzia-di un rapporto annuale con descrizione dell'operato e dei dati di raccolta e di riciclo del totale lavorato.

E' evidente che la situazione attuale di inquinamento e sovrasfruttamento del pianeta sommata alle emergenze rifiuti, alla crisi economica che sta assottigliando i bilanci pubblici e dei cittadini impone a tutti una presa di responsabilità maggiore. Anche l'industria deve assumersi la responsabilità del dei costi economici generati dal fine vita dei prodotti che immette al consumo. Ad oggi tutti i costi vengono scaricati sul consumatore finale che paga all'atto dell'acquisto dei prodotti e per lo smaltimento degli stessi che diventano prontamente rifiuti.

Solamente in un contesto dove vige il principio che “ chi (più) inquina (più) paga” i produttori saranno stimolati - a partire dalla fase di design- a immettere sul mercato prodotti a basso impatto ambientale, sicuri per la salute dell'uomo e dell'ambiente e totalmente riciclabili se si parla di imballaggi. Una spinta importante per velocizzare questi processi può partire dai cittadini consumatori che scegliendo prodotti sfusi o a basso impatto di imballaggio, adatti all'uso multiplo ( contenitori riutilizzabili, rasoi e spazzolini con testine intercambiabili, ecc. ) possono lanciare un chiaro messaggio al mondo dell'industria e della politica.

Perchè è solamente mettendo in atto una seria prevenzione e riduzione dei rifiuti in primis a cui abbinare azioni di riciclo totale per tutti i materiali che possono essere recuperati, che si possono generare vantaggi economici per le comunità tutelando la salute dell'ambiente e dell'uomo.

La corsa al packaging verde dei biopolimeri 1 (maggio '12)

LCAChiediamo a Dario Toso che segue l'area di ecodesign per studio LCE alcuni approfondimenti per capire se i biopolimeri sono da considerarsi a priori l'opzione più verde per il packaging.

Il mercato dei biopolimeri è in crescita, una proiezione fatta da BCC Research indica un incremento dalle 850000 tonnellate di consumo mondiale del 2011 a i 3,7 milioni di tonnellate nel 2016 (+ 34,3% annuo). In testa l'Europa, con un consumo di poco superiore alle 300.000 tonnellate, che nel 2016 raggiungerà 1,2 milioni di tonnellate.
I biopolimeri sono tra i materiali più indicati a sostituire, in parte, i polimeri tradizionali, data la necessità di introdurre sul mercato materiali con migliori performance ambientali a parità di funzione.
“Quantificare il carico ambientale in maniera oggettiva e specifica dei biopolimeri è quindi un problema molto sentito” si legge nell'introduzione dello studio a cui Dario Toso ha collaborato nel 2009 dal titolo :
“ Un contributo per valutare: quanto sono verdi le “plastiche verdi”? >>
Oltre ad inquadrare lo stato dell'arte e a fornire esempi che argomentano la complessità della materia le conclusioni dello studio possono essere riassunte nell'argomentazione che: “Ad oggi sono ancora pochi gli ecoprofili disponibili dei biopolimeri presenti sul mercato e l’applicazione della metodologia Life Cycle Assessment (LCA) su gran parte dei polimeri bio-based risulta ad oggi ambiziosa a causa del difficile reperimento di dati primari per tutte le fasi della filiera produttiva”.
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1) Che cosa si intende per reperimento di dati primari lungo le fasi della filiera produttiva?
Data la natura biologica della materia prima per i polimeri bio-based, è di grande importanza la valutazione del contributo dell’impatto ambientale della fase agricola in relazione alla tipologia di biomassa e all’area geografica di provenienza. L’eventuale “Land Use Change”, l’utilizzo di fertilizzanti, il fabbisogno idrico, incidono notevolmente sull’impatto ambientale del biopolimero. Un altro aspetto da considerare è la gestione del fine vita che introduce, per i polimeri biodegradabili e/o compostabili, nuovi scenari di smaltimento che il polimero tradizionale non considera. La modellizzazione di questi scenari in un’analisi LCA è fortemente connessa al contesto territoriale specifico in cui si va ad operare, valutando con attenzione, per esempio, se lo smaltimento in un impianto di compostaggio ha un riscontro effettivo nella realtà che si sta analizzando o meno.

2) Quali potrebbero essere gli impatti ambientali a grandi linee e soprattutto quelli meno evidenti e/o affrontati?
Se la produzione di biopolimeri avvenisse per la maggior parte da biomassa coltivata appositamente in campo (biopolimeri di prima generazione) ci sarebbero alcune problematiche legate alla coltivazione e all'uso del suolo.
In particolare la possibile conversione dell'uso del suolo (Land Use Change) in particolari aree del pianeta costituirebbe un problema per la biodiversità dell'area interessata e per l'assorbimento di anidride carbonica. L'uso di fertilizzanti e pesticidi per aumentare le rese di produzione e rendere quindi competitivi i biopolimeri sul mercato avrebbe delle evidenti ricadute sull'ambiente, così come l'utilizzo di grandi quantità di "blue water" per l'irrigazione dei campi. Il problema di utilizzo di suolo agricolo sottratto alla produzione di cibo non riguarda tanto le bioplastiche quanto in realtà i biocarburanti. Uno studio condotto dal Nova Institute sottolinea come solo una minima percentuale della biomassa coltivata viene attualmente destinata alla produzione di biopolimeri.
Sul mercato si stanno diffondendo con sempre maggior forza i biopolimeri prodotti da scarti di produzione nelle cosiddette bioraffinerie. Questi biopolimeri consentono di valorizzare degli scarti che attualmente costituiscono un problema e rappresentano dal mio punto di vista un'applicazione che può avere sviluppi interessanti.
Oltre al concetto di bio-based, il termine biopolimero può indicare anche le plastiche biodegradabili e compostabili. Il processo di biodegradazione rilascia in atmosfera principalmente CO2 e altri GHG (gas ad effetto serra) tra cui il metano se il processo avviene in maniera anaerobica. Questo vuol dire che il carbonio "bio" assorbito durante la crescita della pianta, viene rilasciato durante la fase di fine vita. Esistono tuttavia dei polimeri da fonte fossile resi biodegradabili da particolari additivi che durante il processo di biodegradazione, se avviene in maniera completa, rilasciano in atmosfera del carbonio “fossile”. Tuttavia per questa categoria di polimeri la biodegradazione dipende in maniera determinante da condizioni ambientali e dalla capacità dei microrganismi di assimilare completamente le molecole frammentate. Inoltre, attualmente la biodegradabilità fine a se stessa, senza la possibilità di compostaggio, non trova uno scenario di smaltimento dedicato per cui difficilmente viene valorizzata. Tutti questi fattori dovrebbero essere presi in considerazione durante la scelta del materiale con cui realizzare un manufatto.

3) La maggior parte dei relatori aziendali all'ultima conferenza di settore European Bioplastic Conference ha evidenziato che i biopolimeri - alla luce dei risultati dei più noti indicatori (nota 1) di sostenibilità utilizzati dall'analisi LCA Life Cycle Assessment siano più sostenibili rispetto ai materiali di origine fossile. Si possono fare dichiarazioni così generali o per voi che vi occupate come studio di fare valutazioni di impatto ambientale del packaging le valutazioni non sono così "semplici " e perchè ?
La sostenibilità ambientale di un materiale dipende fortemente dal contesto e dalla funzione per cui questo materiale viene utilizzato. E’ difficile quindi, a mio parere, fare dichiarazioni generali e assolute. La nostra esperienza nell'applicazione dell'LCA al settore dell'imballaggio dove frequentemente ci troviamo a dover confrontare diversi materiali (es. polimeri tradizionali vs biopolimeri) ci porta a dire che il risultato è fortemente influenzato dalla tipologia di prodotto, dalla quantità di materiale necessario e dalle ipotesi di fine vita considerate. Per alcune applicazioni i biopolimeri hanno un effettivo vantaggio, mentre per altre in cui esiste un circuito di riciclo efficiente e avviato il discorso può cambiare.
Inoltre bisogna considerare quali aspetti ambientali si vogliono considerare, se per alcuni indicatori d'impatto ambientale i biopolimeri possono avere un vantaggio, per altri mostrano dei limiti. La progettazione non può basarsi su assunti generali, ma va contestualizzata fortemente alla realtà specifica e al territorio.

4) Valutando le problematiche del "fine vita" dei diversi biopolimenti -sempre rimanendo alle applicazioni sul packaging- quanto pesano le diverse gestioni di questa fase finale (compostaggio, riciclo meccanico, riciclo chimico,incenerimento) nella valutazione di un LCA ?
Anche in questo caso la valutazione dipende fortemente dalla tipologia di prodotto (caratteristiche geometriche quali spessore, etc.) dalla tipologia di materiale e dal contesto territoriale in cui questo prodotto viene smaltito.
Come si ricordava in precedenza la biodegradazione porta al rilascio di carbonio bio in atmosfera sotto forma di CO2 e/o CH4, il riciclo chimico che si sta sperimentando con buoni risultati sul PLA ad esempio sembra dare dei benefici dal punto di vista ambientale. Un caso particolare è costituito dai polimeri biodegradabili e non compostabili per i quali non esiste un circuito dedicato, ma tendenzialmente sono indirizzati alla discarica o alla termovalorizzazione.
La biodegradazione ipotizzata per i manufatti plastici ha però bisogno di condizioni favorevoli per l’attivazione della frammentazione del polimero e della sua successiva metabolizzazione da parte dei microrganismi. Il rischio di innescare una frammentazione non completata dalla metabolizzazione delle molecole da parte dei microrganismi è quello di disperdere nell’ambiente microframmenti che potrebbero rientrare nella catena alimentare. Inoltre, è stata appurata la capacità di tali frammenti di adsorbire sostanze idrofobiche presenti nell’ambiente (suolo o acqua) aumentando così la possibilità di trasporto di sostanze inquinanti nella catena alimentare.

5) Quale consiglio ti senti come professionista di dare alle aziende che stanno valutando queste opzioni anche in relazione all'offerta di biopolimeri esistenti?
Il consiglio è sempre quello di chiedersi, prima di scegliere il materiale con cui realizzare un prodotto, se la soluzione che si sta adottando per la soddisfazione di un bisogno sia quella corretta. Un progetto di qualità parte sempre dall'individuazione del bisogno primario, dalla funzione che viene richiesta ad un prodotto o servizio per realizzarla. Banalmente, se devo fornire dell'acqua a degli utenti, non partirò dalla progettazione della bottiglia in plastica, ma andrò ad individuare a monte qual'è la soluzione più efficace, su quel territorio specifico, per far sì che le persone per cui sto progettando abbiano dell'acqua da bere. Questo molte volte vuol dire pensare a soluzioni che non costituiscono il core business dell'azienda, ma la vera innovazione parte da qui, e in questo periodo storico c'è un gran bisogno di scelte coraggiose e innovative.
La scelta del materiale è successiva a questa fase e, dal punto di vista ambientale, va fatta considerando il prodotto specifico e tutti gli impatti che questa scelta porta con sé durante il ciclo di vita.

 

nota (1) GWP= Global Warming Potential per il potenziale di cambiamento climatico, GER= Gross Energy Requirement , POCP= (Photochemical Ozone Creation Potential) per il potenziale di formazione di smog fotochimico, EP= Eutrophication Potential per il potenziale di eutrofizzazione

La corsa al packaging verde dei biopolimeri 2 (maggio '12)

Quali sono le bioplastiche arrivate sugli scaffali in Italia?
european bioplastics

Da una nostra breve indagine presso le sedi italiane di aziende multinazionali che già impiegano le bioplastiche (a livello europeo), parrebbe che in Italia sia ancora relativamente poca la bioplastica arrivata a scaffale e che prevalgano maggiormente nel nostro mercato azioni di ottimizzazione e riduzione del packaging “tradizionale”.
Tralasciando la famiglia dei polimeri da amido e prendendo in considerazione la tipologia dei contenitori rigidi, c'è stato fino ad oggi, a livello internazionale, un cospicuo utilizzo di PLA, (Acido polilattico) che è stato il secondo biopolimero (2002) commercializzato e venduto su larga scala da parte delle aziende utilizzatrici di packaging.
Più recentemente invece sta guadagnando consensi il PE verde o Bio-polietilene che diverse aziende del settore alimentare e non, (come Coca Cola, Pepsi, Danone, Procter & Gamble, l'Oreal, Shiseido,) hanno annunciato, a livello internazionale, di impiegare per i loro contenitori o di essere prossime ad un loro utilizzo.
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Un esempio in questo senso è Danone che utilizza il PLA e il Bio-PE per due sue linee solamente all'estero (Inghilterra, Belgio e Francia) e che ha un progetto in partenza in Olanda per produrre in PEF (polietilene-furanoato) le bottiglie destinate a qualche sua marca di acqua minerale.
Anche il gruppo Oreal non ha ancora impiegato bioplastiche nella produzione nazionale mentre Procter & Gamble ha messo in commercio in Italia dal luglio 2011 flaconi in Bio-PE per la linea Pantene Pro-V Nature Fusion come shampoo e balsamo.“Entro il 2020 Procter & Gamble intende sostituire il 25% delle nostre materie prime a base di petrolio, con equivalenti derivati da fonti sostenibili e rinnovabili”, ha dichiarato Lens Sauers, Vice Presidente Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile di P&G lo scorso anno.
Pubblichiamo a fine articolo l'intervista a Giuseppe Scicchitano, R&D Packaging Manager di Henkel in cui ci motiva perchè la Henkel non ha al momento in progetto un impiego delle bioplastiche.

Prendendo in esame il fine vita dei due biopolimeri prima citati, il Bio-PE è riciclabile meccanicamente insieme al PET fossile con cui condivide le caratteristiche meccaniche, fisiche e la non biodegradabilità. Questo è quanto dichiara il suo principale produttore mondiale brasiliano e confermato dagli addetti ai lavori del settore del riciclo. La gestione del fine vita del PLA invece, utilizzato nel nostro paese da un'azienda di acqua minerale, si sta rivelando più complicata e problematica di quanto l'azienda avesse previsto.

La premessa d'obbligo è che le linee a lettura ottica degli impianti di selezione operanti in Italia, che permettono di separare automaticamente i vari materiali, non hanno una tecnologia in grado di distinguere la bioplastica dalla plastica. Anche se Natureworks, uno dei principali produttori mondiali di PLA, ha annunciato la messa a punto di una tecnologia spettroscopica, grazie alla quale la selezione tra il PET e il PLA sarà possibile, passerà del tempo prima che le nuove tecnologie prendano eventualmente piede.

Allo stato attuale accade quindi che i contenitori in PLA non abbiano un reale riciclo e vadano a creare problemi ad altre filiere di raccolta postconsumo.
Succede infatti che quando i cittadini conferiscono con l'organico i contenitori in PLA compostabile certificato CIC (completamente biodegradabili - o almeno al 90% - in 80 giorni nel rispetto della norma UNI EN 13:432) questi vengono scartati come materiale estraneo dagli impianti di compostaggio.
Questo perchè gli impianti sono stati progettati per smaltire l'umido scartando le frazioni estranee tramite rilevatori che, in modo automatico individuano oggetti non idonei che vengono intercettati e conferiti in discarica.
Quando invece il PLA confluisce nella raccolta della plastica la sua presenza in percentuali anche modeste diventa un problema per il riciclo del PET. All'impianto di REVET azienda specializzata nella raccolta, selezione e trattamento di materiali destinati al riciclaggio (che opera prevalentemente in Toscana,) arrivano 250 ton/anno di bottiglie di PLA.
Valerio Caramassi Presidente di REVET afferma: “Le aziende che vogliono immettere nuove tipologie di imballaggi dovrebbero informarsi preventivamente presso il consorzio di filiera - in questo caso il COREPLA- in modo da tenere conto dei processi industriali di riciclo in essere. E' sufficiente l'1% di PLA per impedire il riciclaggio di una tonnellata di PET e una selezione manuale per il PLA avrebbe costi insostenibili”.
Considerata la possibilità di riciclo chimico del PLA, Danone sta proponendo ad altri produttori europei di imballaggi l’ utilizzo di questo biopolimero con l’obiettivo di raggiungere la scala necessaria per organizzare siti di raccolta di questa tipologia di packaging.

Il punto di vista di Henkel

Giuseppe Scicchitano, R&D Packaging Manager di Henkel ha risposto ad alcune domande inerenti all'utilizzo dei biopolimeri nel packaging.

Nell'ultimo webinar del sito Innovazione sostenibile dedicato al packaging sostenibile lei accenna a vostre valutazioni in essere circa l'adozione di soluzioni di packaging di bioplastica A che punto siete?

L'applicazione delle plastiche biodegradabili pone una serie di sfide nello sviluppo del packaging. Possiamo dire di essere a buon punto per quelle realizzazioni dove le richieste tecniche sono limitate alla realizzazione di pezzi stampati, destinata a funzionare come supporto di un prodotto, es. Prit correttore Ecomfort, realizzato con plastica bio Ingeo.
Per le realizzazioni dove le richieste tecniche sono più impegnative, ad esempio i flaconi destinati a contenere dei prodotti liquidi, stiamo effettuando tutte le valutazioni necessarie a completare un quadro di fattibilità che possa assicurare l'immissione sul mercato di prodotti sicuri, efficaci e vicini ai consumatori. Questo fa parte della nostra filosofia di lavoro, da sempre.

Quale è la vostra valutazione sui punti di forza e di debolezza che questi nuovi materiali, ottenuti da risorse rinnovabili (biobased), presentano e come conciliate la visione dalla culla alla culla (o cradle to cradle) -che nello stesso video lei dichiara Henkel voglia fare propria- nello sviluppo di nuove soluzioni di packaging?

Henkel segue da molto tempo la filosofia di sviluppo dei prodotti immessi sul mercato con una visione globale, dal punto di vista della sostenibilità.
Le recenti realizzazioni di flaconi, contenenti una parte di plastica riciclata proveniente da materiale post consumer, (come i flaconi in PET dei prodotti Vernel conc., Nelsen, Dixan Piatti, Bio Presto mano e Pril Brillantante oppure tutti i materiali promozionali, come collarini e basette, realizzati con un contenuto di carta riciclata al 80 % ), ne sono una testimoninaza tangibile. Per quanto riguarda la nostra valutazione sui nuovi materiali ottenuti da risorse rinnovabili, la nostra attenzione è massima. Siamo anche molto attenti al dibattito in corso sull'utilizzo di prodotti alimentari, come il mais, nella produzione di prodotti industriali.

All'interno degli interventi del congresso annuale dello scorso novembre, European Bioplastics Conference, si è evidenziato che un aumento significativo delle produzioni e l’utilizzo dei biopolimeri esteso anche al settore dei beni industriali, richiede anche un approfondimento delle problematiche relative al fine vita dei manufatti. Quanta considerazione ottiene questo aspetto nell'ambito della valutazione complessiva ai fini di una scelta sul materiale in Henkel?

La questione del fine vita, per i manufatti realizzati in bioplastica è una bella sfida. Immettere sul mercato un prodotto come un detersivo liquido, ad esempio, realizzato con un flacone in plastica biodegradabile, pone la domanda: come lo smaltisco quando è vuoto?
A mio avviso, la tecnica migliore resta sempre quella del riciclo meccanico, in tutti casi. Solo con il riciclo meccanico si riesce a recupare in modo semplice e senza troppo impiego di energia la materia prima impiegata per la produzione dello stesso manufatto. In aggiunta, il riciclo meccanico consente una adeguata pulizia della plastica da riciclare dagli eventuali residui contenuti nel packaging primario.
In un mondo ideale, dividerei il fine vita della bioplastica in 2 sfere: compostaggio per il packaging troppo sporco di prodotti alimentari o affini; riciclo meccanico per i prodotti industriali e tutto il resto, dove il compostaggio sarebbe piu' un problema che una soluzione.

A Spoleto metti l'ortofrutta in rete e vinci punti ! (aprile '12)

mettila in rete a spoletoIn occasione della nostra settimana nazionale appena conclusasi è partita la seconda sperimentazione a cura del Gruppo Gabrielli nel punto vendita Maxi Tigre di Spoleto. L'iniziativa è stata presentata dal Consigliere Comunale Davide Placidi - con il patrocinio del Comune di Spoleto- nel corso di una conferenza stampa a cui ha partecipato il presidente dall'associazione dei Comuni virtuosi Gianluca Fioretti.
Durante la settimana dal 14 al 22 aprile i clienti del punto vendita hanno avuto gratuitamente dei retini riutilizzabili, a marchio Ecottonbag, da riportare le volte successive per riporvi gli acquisti di ortofrutta, rimuovendo facilmente la vecchia etichetta prezzo. La novità di questa sperimentazione è che questa modalità di acquisto verrà incentivata! Ogni volta che il cliente riutilizzerà il retino ortofrutta, sino al prossimo 6 giugno, gli verranno accreditati alle casse 5 punti CUORE validi per la raccolta punti UNIKA 2011 – 2012.
I clienti verranno così indotti a cambiare abitudini e a toccare con mano che è tutto sommato facile ridurre lo spreco di questa tipologia di imballaggio che diventa immediatamente un rifiuto. Neanche la prospettiva di un riciclo efficace può “giustificare” questo consumo. La plastica con cui sono fatti i sacchettini ortofrutta - come spiegato nell'approfondimento sui dati del riciclo della plastica- insieme a vaschette, imballaggi plastici d'uso alimentare e pellicole d'imballaggio, rientra nella categoria plastiche miste o plasmix. Forse pochi sanno che non esistendo una filiera di impianti a livello nazionale per il recupero del materiale tramite un riciclo meccanico, il plasmix prende spesso la strada dell'incenerimento (chiamato recupero energetico) o della discarica. Il retino che proponiamo (ma la GDO è libera di trovare soluzioni proprie) è stato rintracciato dopo una ricerca su quanto il mercato poteva offrire di adatto allo scopo anche a livello internazionale. La soluzione più adatta e conveniente si è rivelata quella più vicina a noi poiché prodotta in Italia a marchio Ecottonbag.
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L'Ecottonbag si può avere anche in cotone organico ed è disponibile in due misure di cui quella piccola è maggiormente indicata come utilizzo per retino ortofrutta. La versione shopper dell'Ecottonbag oltre che in cotone si può avere in poliestere colorato o con filo di poliestere ricavato dalla plastica riciclata delle raccolte differenziate.
Un primo progetto di borse a rete realizzate con poliestere riciclato è avvenuto in Piemonte nel pinerolese. Il processo produttivo è ben illustrato da questo video.

Sono passati quasi due anni da quando abbiamo proposto alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), attraverso l'iniziativa Mettila in rete, di affiancare alle buste monouso del settore ortofrutta una versione riutilizzabile. Anche se ci sono state alcune sperimentazioni in occasione dei nostri eventi annuali - tra cui quest'ultima, più significativa, di Spoleto- le insegne della GDO hanno evidentemente bisogno di un supporto e di richieste specifiche da parte del mondo della politica locale (e nazionale) per partire su larga scala.

Promuovere stili di vita improntati al riutilizzo equivale a mettere in atto un grande cambiamento culturale per cui, indubbiamente, ci vorrebbe una cabina di regia autorevole. Tuttavia, siccome riteniamo che in materia di ambiente per fare decollare progetti o legislazioni dall'alto sia imprescindibile l'esistenza di una forte spinta dal basso, continueremo a fare la nostra parte.

Continueremo a informare i consumatori su questa possibilità a e chieder loro di firmare la petizione a favore di Mettila in rete. Al tempo stesso continueremo a sollecitare la GDO e la politica locale per realizzare nuove sperimentazioni.

Una riduzione della quantità di rifiuti prodotti ci viene richiesta dalla legislazione nazionale che ha recepito la direttiva 98/2008 EU e che, da come si legge nel decreto 2/2012 all’art. 180, vedrà il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare redigere entro il 31 dicembre 2012, a norma degli articoli 177, 178, 178-bis e 179, un programma nazionale di prevenzione dei rifiuti.
Parlando di prevenzione dei rifiuti quale altra strada è percorribile se non quella di eliminare gli imballaggi evitabili e ridurre quelli necessari sostituendoli con soluzioni riutilizzabili?

Anche il cammino che ci indica l'Europa con la pubblicazione della Commissione Europea dello scorso settembre dal titolo "Roadmap to a Resource Efficient in Europe" è quello di andare verso un'Europa che faccia entro il 2020 un uso efficiente delle risorse in tutti i settori.
Oggi, nell'Unione Europea, ogni cittadino consuma ogni anno 16 tonnellate di materiali, 6 delle quali sono sprecate, (la metà finisce in discarica).

Tra le tappe necessarie indicate dal documento in relazione alla produzione dei beni e degli scarti che ne derivano si legge che, entro il 2020, “i cittadini e le autorità pubbliche saranno adeguatamente incoraggiati a scegliere i prodotti e i servizi più efficienti dal punto di vista delle risorse".
Inoltre “entro il 2020 i rifiuti saranno gestiti come una risorsa. I rifiuti pro capite saranno in fase di netto declino. Il riciclaggio e il riuso dei rifiuti saranno opzioni economicamente interessanti per gli operatori pubblici e privati, grazie alla diffusione della raccolta differenziata e allo sviluppo di mercati funzionali per le materie prime secondarie. Sarà riciclata una quantità maggiore di materiali, inclusi quelli che hanno un impatto ambientale considerevole e le materie prime essenziali.”
Per approfondimenti leggi questo articolo di Gianfranco Bologna>>

Il riciclo della Plastica nel 2011

Secondo i dati forniti dal consorzio COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclaggio ed il Recupero dei Rifiuti di Imballaggi in Plastica), relativi al 2011, la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ha registrato un incremento del 7% (rispetto al 2010, ndr) sfiorando le 660.000 tonnellate.
Il riciclo effettivo, inoltre, ha segnato un trend ancora più positivo arrivando a superare le 390.000 tonnellate (+11%); poco meno di 160 milioni di euro sono stati riconosciuti dal consorzio ai comuni.

Una nota positiva è che il riciclo meccanico è cresciuto l'anno scorso con un tasso superiore a quello della raccolta differenziata: +11%, ovvero 390.000 tonnellate contro le 349.000 tonnellate del 2010.

La frazione che non può essere riciclata per via meccanica segue altre strade. Sono circa 225.000 le tonnellate di rifiuti da imballaggi in plastica differenziati dai cittadini, ma scartati nelle piattaforme per il basso livello qualitativo, che divengono combustibili alternativi, destinati a sostituire combustibili fossili non rinnovabili nei cementifici, oppure 'agenti riducenti' nelle acciaierie, o, ancora, servono a produrre direttamente energia elettrica e termica nei termovalorizzatori.
Sono trasformate in energia e calore anche le 485.000 tonnellate di imballaggi in plastica presenti nei rifiuti indifferenziati o non differenziati dai cittadini. Nel complesso, a recupero energetico sono andate l'anno scorso in Italia poco meno di 710.000 tonnellate di imballaggi in plastica, pari a circa il 35% dell’immesso al consumo.
Si tratta di un volume leggermente inferiore a quello del 2010, pari a 743.000 tonnellate, trend che attesta un costante miglioramento delle attività di selezione e riciclo meccanico.
Sommando, infine, riciclo meccanico e recupero energetico, il quantitativo di imballaggi in plastica che trova un riutilizzo, in forma di materia o energia, si attesta a 1.470.000 tonnellate (1.454.000 tonnellate l'anno precedente), vale dire circa il 70% del totale degli imballaggi in plastica immessi sul mercato nazionale nel 2011.
Ciò che resta, il 30% circa degli imballaggi in plastica, finisce in discarica; percentuale che potrebbe essere ulteriormente ridotta attraverso una maggiore diffusione e incisività della raccolta differenziata, sia in volume sia in qualità.
Un trend di crescita che lascia ben sperare: "Si stima che nel 2012 si dovrebbero raggiungere le 700.000 tonnellate". Di certo, "si tratta di un buon risultato ma c'è ancora molto fare visto che la produzione di imballaggi in plastica che passa attraverso le famiglie è di circa 1 milione e 500 mila tonnellate e la raccolta è vicina al 50%".
Fonte: Polimerica.it

Sostenibilità, responsabilità estesa del produttore e riciclo, anche per i prodotti “usa e getta” - Il caso Pampers. (aprile '12)

progetto di ricicloIl MIT Sloan Management Review in collaborazione con The Boston Consulting Group ha recentemente pubblicato un rapporto "Sustainability Nears a Tipping Point” che rileva che il 70% degli oltre 4.000 manager provenienti da 113 paesi intervistati ha dichiarato di aver inserito il tema della sostenibilità in modo permanente all'interno della propria agenda di strategie ed operazioni aziendali.
Tuttavia la comunità scientifica chiede in toni sempre più allarmati ai governi e al mondo economico di agire con urgenza per convertire i nostri modelli di sviluppo verso una sostenibilità globale. Alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che avrà luogo il prossimo giugno a Rio de Janeiro si dibatterà su quali proposte operative è possibile adottare nel breve e lungo periodo.
Una conferenza scientifica sui cambiamenti globali "Planet Under Pressure. New Knowledge Towards Solutions” svoltasi a Londra il 29 marzo -a cui hanno preso parte quasi 3.000 scienziati, studiosi ed esperti governativi sui cambiamenti globali- ha fatto il punto sullo stato di salute del pianeta.
La conferenza si è conclusa con il lancio di un rapporto dal titolo "State of the Planet Declaration" che ribadisce che ormai tutte le ricerche scientifiche convergono sul fatto che il funzionamento di quei sistemi naturali del pianeta che hanno supportato nei secoli recenti il nostro benessere e la civiltà, è a rischio.
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Purtroppo questa urgenza di fare della sostenibilità globale il fondamento delle nostre società (fatta esclusione per le dichiarazioni di intenti) non si riflette nelle priorità delle agende politiche nazionali e internazionali.
Possiamo solamente augurarci che questa necessità improrogabile di un cambio di rotta parta “dal basso”, da tutti quei soggetti aziendali e politici più lungimiranti che hanno ben chiaro che i vecchi modelli economici basati su una crescita economica infinita, in un pianeta dalle risorse “finite” , finirà per diventare un prossimo autogol per la stessa economia.

Vogliamo raccontare, per rimanere nel nostro campo di interesse, di un'iniziativa che può definirsi “dal basso” in cui un'azienda, Fater spa (Pampers e assorbenti Lines) ha dato vita ad un'alleanza tra pubblico e privato per sottrarre alla discarica o agli inceneritori i pannolini usati.
La sperimentazione, realizzata insieme al comune più riciclone d'Italia, Ponte nelle Alpi (BL) e al Centro Riciclo Vedelago (TV) permetterà di generare nuova materia prima secondaria, completamente sterilizzata, da riutilizzare in nuove e diverse produzioni, quali la creazione di arredi urbani o la produzione di cartoni da imballo.

Ezio Orzes è l'assessore all'ambiente di Ponte nelle Alpi che in soli quattro anni ha portato il suo comune a vincere (negli ultimi due anni) il premio di Legambiente “Comune più riciclone d’Italia”, con una raccolta differenziata porta a porta al 90%, una riduzione della produzione di rifiuti da discarica e delle tariffe per i cittadini.
In ogni occasione pubblica Ezio Orzes ripete con convincimento “I rifiuti sono energia, materia e lavoro sprecati, sono un indicatore della nostra inefficienza. Il “secco non riciclabile” è una delle unità di misura dell’insostenibilità del nostro sistema economico e produttivo. Rendere sostenibile il ciclo della produzione e del consumo, attraverso processi di miglioramento continuo è un impegno che a tutti i livelli le istituzioni devono sottoscrivere e praticare”.

In Italia si producono ogni anno poco più di 32 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, il 3% di questi è rappresentato da prodotti assorbenti per la persona di tutte le marche (pannolini, assorbenti femminili, prodotti per l’incontinenza); il 77% dei pannolini sono smaltiti in discarica il 23% negli inceneritori. Nei primi tre anni di vita ogni bambino consuma in media 5000 pannolini usa e getta pari a circa una tonnellata di rifiuti che vanno a finire in discarica o nell’inceneritore.
Il sistema di riciclo promosso da Fater spa, Ponte nelle Alpi e il Centro Riciclo Vedelago tratterà, una volta a a regime, circa 5.000 tonnellate/anno di prodotti assorbenti per la persona.
Da una tonnellata di pannolini usati riciclati si ottengono quasi 150 kg di plastica da usare in nuove produzioni (arredi urbani, imballi e altri oggetti) e più di 350 kg di materia organico-cellulosica da usare per la produzione di cartoni o come fertilizzante capace di restituire nutrienti a terreni depauperprogetto di riciclo- particolareati.

La sperimentazione che partirà dopo l'estate prevede che i prodotti (pannolini per bambini e pannoloni) vengano raccolti separatamente dal Comune di Ponte nelle Alpi e conferiti al Centro Riciclo Vedelago.
Questa operazione di separazione determinerà degli immediati benefici economici per il comune e i cittadini di PnA legati alla diminuzione del volume e peso del totale della frazione residua secca o rifiuto indifferenziato.
Andranno pertanto a diminuire sia i costi che attualmente il comune paga per conferire in discarica il rifiuto indifferenziato (pari a 192,23 euro per tonnellata), che le bollette per lo smaltimento dei rifiuti delle singole famiglie (che pagano una tariffa a seconda del volume dei rifiuti indifferenziati conferiti: Tia).

Abbiamo chiesto a Ezio Orzes se ritiene che l'operato di Fater debba essere preso come un esempio di applicazione della “responsabilità estesa del produttore” sull'intero ciclo di vita dei sui prodotti, introdotta dall'articolo 8 della direttiva n. 2008/98/CE.

Ecco la risposta:
“Io credo che nel terzo millennio non sia più possibile che ci siano ancora delle merci che possano essere immesse sul mercato senza che si sia pensato prima a cosa accadrà alla fine del loro primo ciclo di vita. Come non è più accettabile che le comunità si debbano sobbarcare i costi ambientali economici e sanitari correlati al loro smaltimento. Di questo problema se ne deve far carico chi produce le merci. Oggi è possibile prelevare sempre meno risorse e materie prime dalla biosfera e restituire qualcosa che è progressivamente sempre più pulito e riutilizzabile. La conversione ecologica della produzione è l’obiettivo verso cui tutti, cittadini e imprese, dovremmo tendere in modo responsabile”.

Abbiamo fatto alcune domande a Marco Sambuco, responsabile delle relazioni esterne della Fater spa.

Dott.Sambuco cosa vi ha spinto a decidere di realizzare questo progetto?
Il progetto riciclo si inserisce in un percorso di sostenibilità che da più anni l’azienda ha intrapreso. Per Fater, l’azienda in Italia dei pannolini Pampers e degli assorbenti Lines, sostenibilità è competitività. Abbiamo operato con priorità e continuiamo a farlo nell’efficientizzazione dei processi, nell’ideare prodotti dal ridotto impatto ambientale, in una nuova visione della logistica. Per questo abbiamo già conseguito risultato significativi: abbiamo ridotto nell’ultimo anno le emissioni di Co2 di circa 7000 tonnellate; eliminato dalle strade 6.580 camion negli ultimi anni grazie a modalità innovative di carico dei camion e all’uso della nave, i prodotti sono più performanti e utilizzano meno materie prime oltre a essere più sottili, con vantaggi per i consumatori ed efficienza nei trasporti. Bisognava quindi approcciare il post uso che nel life cycle assessment di un pannolino pesa per il 18% .

Fater ha inteso perciò dare un contributo a ridurre il problema dei rifiuti, trasformandolo in vantaggio. Il nostro intento è validare il sistema : dalla raccolta differenziata specifica, alla trasformazione per il riciclo tramite la tecnologia sviluppata da Fater, alla riutilizzazione delle materie prime seconde ottenute in nuovi e diversi processi produttivi. Per questo partirà a Settembre il primo progetto sperimentale in Italia presso il Centro Riciclo Vedelago in provincia di Treviso per il riciclo del pannolino, degli assorbenti e prodotti per incontinenza usati .

Quali sono le vostre aspettative per il progetto?
Dimostrare che si può coniugare la scelta e l’uso di un prodotto performante e al tempo stesso avere un vantaggio per l’ambiente. Pensi che il processo di riciclo nelle zone in cui verrà implementato darà la possibilità di risparmiare 1.874 ton/anno di CO2 ogni anno; eliminerà 5.000 ton/anno dalle discariche pari a 6.500 m3/anno .

Quali sono le condizioni necessarie perchè possa essere replicato?
Un’efficace attività di raccolta differenziata da parte dei Comuni è il presupposto fondamentale per consentire la riapplicazione del sistema di riciclo sia sotto il profilo economico che ambientale. Pensi che il vntaggio a livello nazionale sarebbe come eliminare tre discariche. Siamo confidenti che gli esiti del progetto sperimentale confermeranno le nostre valutazioni e auspichiamo che il modello possa essere replicato con successo anche in altre zone d’Italia in quanto capace di generare vantaggi per tutti, dall’ambiente agli altri operatori nel campo del riciclo.

L'ultima notizia è che un altro accordo è stato siglato tra Fater spa e Savno Servizi , un'azienda che gestisce la raccolta differenziata porta a porta di alcuni comuni del Trevigiano, per conferire presso il Centro Riciclo Vedelago, quando l’impianto sarà a regime, anche i pannolini frutto della raccolta differenziata spinta nei comuni serviti.

Per vedere come avviene il processo di riciclo dei pannolini guarda il video>>

Per approfondimenti vai all'articolo sul progetto del blog di Ezio Orzes e sul sito di Fater

Imballo dove ti butto? Ovvero quando le aziende facilitano la scelta “giusta” (marzo '12)

sigillo C colussiLa crescita dei rifiuti da imballaggio non si è mai fermata, neanche nei periodi in cui, complice la crisi economica, la produzione di rifiuti urbani calava di qualche punto. Al contrario, se si guarda il decennio 1996-2006 sono aumentati del 27,7%. L'Italia continua ad occupare il terzo posto in Europa come produzione di rifiuti da imballaggio procapite, anche alla luce dei dati elaborati dall'ISPRA e riferiti al 2008.
I Comuni sono obbligati per legge a raggiungere almeno il 65% di raccolta differenziata entro il 2012, pena un aumento della tassa applicata per lo smaltimento in discarica o negli impianti per trattamento.
Facendo una proiezione, sulla base dei dati contenuti nel dossier Comuni Ricicloni e del proprio Osservatorio interno Roberto Cavallo, Presidente della Cooperativa ERICA in un'intervista concessaci “azzarda” una stima su quanti comuni italiani riusciranno a raggiungere questo obiettivo di raccolta differenziata. Tra gli oltre 8 mila comuni italiani, potrebbero essere, secondo Cavallo circa 2000 e pertanto appena il 25%! Diventa imprescindibile il ruolo che l'industria deve giocare per la riduzione del packaging, l'immissione in commercio di imballaggi totalmente riciclabili provvisti di un'informazione puntuale sulle confezioni che indichi al consumatore come è realizzato il packaging e, soprattutto, come smaltirlo.
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Attualmente la plastica fa la parte del leone nel settore del packaging detenendo a livello europeo una quota di mercato superiore al 60% all’interno del settore alimentare e con un utilizzo nel confezionamento delle merci europee che va oltre al 45% del mercato totale (1).
Tra i materiali usati nell'imballaggio sono quelli di plastica a sollevare più dubbi nei cittadini: non tanto per quanto concerne i flaconi in cui sono contenuti i prodotti per la detergenza ma soprattutto per gli involucri di varia composizione che si utilizzano preferibilmente per i prodotti da forno così come per il confezionamento del caffè macinato.
Molto spesso questi dubbi trovano origine nella difficoltà che i consumatori incontrano nel riconoscere i materiali accopiati o in multimateriale, cioè gli abbinamenti tra carta, plastica e alluminio.
Anche quando la confezione è interamente di plastica può bastare una colorazione nella parte interna o esterna che richiama l'effetto “metalizzato” per far sorgere in molti il dubbio se conferirlo nella plastica o nell'indifferenziato in quanto "poliaccopiato". Come riprova del fatto che l'industria è già al corrente di questa difficoltà abbiamo trovato un'indicazione sul sovraimballaggio delle confezioni doppie di caffè Vergnano. Infatti un avviso, in bella evidenza, recita: incarto esterno in materiale plastico a basso impatto ambientale privo di alluminio.
Questa difficoltà viene manifestata da chi si occupa di elargire informazioni sulla raccolta differenziata un po' in tutto il paese. Anche una ricerca dello scorso ottobre condotta da Swg, (per Moige, Movimento italiano genitori, e Corepla il consorzio per recupero della plastica all'interno del CONAI,) ha confermato questa situazione.
Tra i risultati della ricerca riferiti alla differenziazione della plastica emerge che 7 famiglie su 10 (70%) raccolgono indistintamente tutti gli oggetti in plastica e che appena un quarto di queste famiglie raccoglie -correttamente- solamente gli imballaggi. Emerge inoltre una forte la richiesta di indicazioni più chiare soprattutto sulla destinazione degli imballaggi raccolti (63%): 3 italiani su 4, infatti, dichiarano di avere un’idea molto vaga (45%) o di non averla assolutamente (28%).

Fortunatamente alcune aziende stanno rispondendo a questo bisogno apponendo sugli involucri un’etichetta che informa il consumatore di quale materiale sono fatti gli incarti e come vanno conferiti.

Le etichette più “complete” utilizzate su tutte le confezioni, ad esempio, dalla Barilla e dal gruppo Colussi contengono la sigla identificativa del materiale come macrocategoria (ad es. PP per la plastica, PAP per la carta seguiti da un numero identificativo dello specifico materiale) la sua descrizione e l’indicazione su come smaltirlo riferita ad ogni diverso componente dell’imballo.

Sul sito del gruppo Colussi dedicato alle politiche ambientali da loro intraprese si possono visionare le immagini delle etichette utilizzate denominate sigilli ambientali all'interno del progetto chiamato Eco-saving. Un suggerimento che vogliamo dare a Colussi consiste nel recuperare ancora qualche millimetro di spazio sulle confezioni per poter ingrandire la parte dell'etichetta più rilevante che ha attualmente caratteri troppo piccoli da risultare di difficile lettura.

Anche la Kraftfoods nella sua linea di biscotti Oro Saiwa utilizza questa tipologia di indicazioni.

Altre aziende, come Doria, hanno inserito un richiamo a favore della raccolta differenziata e la sigla PP all'interno del triangolo identificativo della plastica, ma mancano dell'indicazione del materiale e di dove conferirlo.
Per quanto riguarda le linee di prodotti a marca privata della Grande Distribuzione, da una prima ricerca abbiamo rilevato che la Coop appone un'istruzione di conferimento su quasi tutti i propri prodotti alimentari -e non- e che le etichette con maggiori dettagli si trovano su alcune linee come Vivi Verdee e Fior Fiore.
Tra le altre marche commerciali abbiamo avuto modo di rilevare che Simply fornisce quest'informazione tramite un'apposito box informativo impresso sulla confezione di tutte le sue linee, e che Selex e Carrefour non prevedono queste informazioni al momento.

Torneremo con un aggiornamento sullo stato dell'arte ma intanto chiediamo ai nostri lettori di segnalarci qual'è la situazione riferita ad altre marche private o dell'industria di marca non citate di cui siete a conoscenza.
A parte pochissime eccezioni, tra cui quella del Caffè Vergnano citato prima, stupisce che quasi tutte le marche più conosciute del caffè non indichino nulla in merito. Anzi, il servizio consumatori di una marca leader italiana ha risposto a una richiesta scritta di un consumatore (che ci è stata girata) che tale informazione non veniva apposta perchè non obbligatoria per legge e per problemi di spazio disponibile sulla confezione.
Entrambe le motivazioni sono deboli, ma la seconda è improponibile, considerando che spesso i pacchetti di caffè macinato vengono venduti in confezione doppia avviluppati nel “ famoso” sovraimballaggio, ( che stiamo chiedendo alle aziende e alla GDO di eliminare ).
Chiudiamo con un pressante appello rivolto a tutte le marche che ancora non indicano sui propri imballaggi le modalità di conferimento di voler provvedere prima possibile per aiutare i cittadini consumatori che vogliono fare una differenziata spinta e di qualità. Questa informazione viene resa sempre più necessaria e urgente dall'immissione nel mercato di nuovi materiali come le nuove generazioni di poliaccopiato riciclabili e le bioplastiche.
Per quanto concerne l'impiego di imballi in poliaccopiato -che ad oggi venivano indicati come non riciclabili da conferire nell'indifferenziato- abbiamo scoperto che questa regola può avere delle eccezioni. La Barilla ha sviluppato per una linea di biscotti, riconoscibile dall'incarto di colore verde, un involucro in multimateriale (C/PAP 81) che può essere invece conferito con la carta. Da quanto ci ha comunicato il loro ufficio stampa questa nuova soluzione di packaging verrà gradualmente estesa a tutti gli altri biscotti prodotti da Barilla, a partire dai prossimi mesi.

(1) Fonte: Plastics Europe

Da rifiuti marini a nuovi contenitori (marzo '12)

rifiuti marini riciclatiEnvision Plastics Industries un'azienda che ricicla la plastica di Reidsville NC e Method Products Inc. un produttore di detergenti di San Francisco hanno lavorato per 18 mesi ad un progetto che vuole sensibilizzare l'opinione pubblica sul pesante impatto dei detriti che infestano gli oceani.
Envision Plastics ha trovato il modo di riciclare i rifiuti di plastica che vengono spiaggiati alle Hawaii impiegandoli nella produzione di contenitori per uno specifico detergente di Method Products che raggiungerà gli scaffali dei supermercati il prossimo l'autunno.
Per oltre un anno dipendenti di Method Products hanno organizzato, con l'aiuto di organizzazioni no profit, delle giornate di pulizia della spiaggia di Kahuku Beach, nell'isola di Kaui, coinvolgendo intere scolaresche.
Per tutti i partecipanti è stato scioccante vedere, durante le operazioni di pulizia, come non si riuscisse a completare la pulizia della spiaggia prima che le onde non avessero già buttato altri rifiuti di plastica. In quella zona i rifiuti marini provengono dalla zona oceanica del North Pacific Gyre.
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La plastica che viene catturata delle correnti circolari oceaniche dopo un certo periodo di tempo viene espulsa verso l'esterno e finisce il suo viaggio, spinta dalle onde, sulle spiaggie dell'arcipelago delle Hawaii, o in qualche tratto della costa occidentale degli Stati Uniti.
Questi rifiuti raccolti e selezionati nel corso delle diverse operazioni di pulizia sono stati separati dalle consistenti quantità di reti e altre componenti di attrezzature da pesca che, pur essendo di plastica, non possono essere riciclate.
Envision Plastics ha poi dovuto creare un'apposita formula tenendo conto delle caratteristiche del materiale plastico raccolto, degradato dall'esposizione ai raggi ultravioletti e dalla permanenza in acqua. I contenitori che verranno fabbricati saranno quindi realizzati con una miscela costituita dal 75% di plastica proveniente dal riciclo di polipropilene e polietilene a elevata densità (HDPE) e dal 25% di rifiuti plastici marini.
Va detto che i team delle due aziende che hanno lavorato al progetto, che ha soprattutto un'alta valenza di sensibilizzazione, non coltivano certo l'illusione di poter risolvere il problema dell'inquinamento da plastica dei mari, reso soprattutto drammatico dalla presenza di minuscoli frammenti in cui la plastica si scompone. Queste particelle che ricoprono i fondali e galleggiano a varie profondità della colonna d'acqua sono infatti impossibili da rimuovere e hanno fatto di mari e oceani una zuppa di plastica più o meno densa.
Adam Lowry il co-fondatore di Method Products, azienda che ha scelto di utilizzare per i contenitori solamente plastica riciclata, ritiene che questo progetto sia solamente il primo passo di un piano per aumentare la consapevolezza sull'inquinamento provocato dalle materie plastiche nei mari. In una fase successiva, l'azienda prevede di collaborare con organizzazioni dedite regolarmente a operazioni di pulizia delle spiaggie in tutto il mondo, per creare una rete che possa intercettare i rifiuti marini di plastica, inviandoli al riciclo invece che nelle discariche.
Lowry ha dichiarato durante la presentazione del progetto: “Sino a quando si continuerà a utilizzare plastica vergine invece di recuperare con il riciclo la plastica già prodotta che abbiamo a disposizione sul pianeta, il problema non potrà che aggravarsi. Meno plastica vergine immessa al consumo equivale a meno nuovi rifiuti. Il mondo ha bisogno di prodotti realizzati in modo più sostenibile e vanno prese nelle aziende le decisioni basate su dati scientifici che possono indicare la soluzione più compatibile dal punto di vista ambientale. Come azienda vogliamo fare qualcosa di innovativo che provochi un cambiamento nel mercato e abbia un impatto ben più grande rispetto alle dimensioni fisiche e alla presenza sul mercato della nostra azienda”.

San Francisco si conferma all'avanguardia nelle politiche ambientali (febbraio '12)

san franciscoAggiornamento marzo 2012:
Come era prevedibile Save the Plastic Bag Coalition ha presentato un ricorso all'ordinanza della città di San Francisco sulla base di due motivazioni. La prima concerne l'assenza di uno studio di impatto ambientale depositato di supporto all'ordinanza da parte della città che sembrerebbe essere necessario quando la popolazione coinvolta è di una certa entità come a San Francisco con i suoi oltre 805.000 abitanti. La Corte Suprema della California aveva infatti ritenuto in un precedente ricorso contro Manhattan Beach -perso dalla coalizione- che un simile studio fosse necessario per aree urbane con una popolazione più importante rispetto ai 33.000 abitanti della cittadina.

La seconda motivazione, secondo il rappresentante della coalizione Stephen Joseph, consiste nel fatto che l'ordinanza non potrebbe essere applicata ai ristoranti poichè una legge dello stato parte del "California Retail Food Code" prevede che i sacchetti di plastica possano essere distribuiti dai ristoranti. Secondo Joseph gli innumerevoli turisti che visitano la città saranno costretti a comprare borse riutilizzabili che - oltre a non essere riciclabili come il sacchetto di plastica- finiranno per inondare le camere di albergo abbandonate dai turisti.
Chissà sa se Joseph sa che ad esempio in Corsica i turisti se la sono cavata benissimo senza sacchetti di plastica e non solamente non hanno lasciato le borse sull'isola ma hanno cominciato ad usarle anche a casa loro.

Nel 2007 San Francisco è stata la prima città americana a bandire i sacchetti di plastica nei maggiori negozi e catene di prodotti alimentari e di parafarmacia.
Dal 2010 Ross Mirkarimi, membro della Commissione di Vigilanza della città di San Francisco e autore della legge del 2007 ha lavorato alla sua estensione che è stata approvata lo scorso dicembre. Il ritardo è stato dovuto al clima di incertezza causato da una serie di ricorsi intentati dalla corporazione Save the plastic bag verso amministrazioni comunali americane che avevano emesso ordinanze senza presentare una costosa valutazione dell'impatto ambientale del sacchetto di plastica e di carta, che, a detta del gruppo di interesse, sarebbe obbligatoria.
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L'ordinanza emessa che avrà applicazione da ottobre è classificata come appartenente alla seconda generazione di ordinanze, il nuovo standard della California. La novità rispetto alle ordinanze di prima generazione consiste nel fatto che, oltre a vietare l'utilizzo di sacchetti di plastica, si cerca di prevenire il consumo di altre tipologie di sacchetto monouso permesse, evitando così che il consumo si sposti da un materiale all'altro senza una contrazione.
La misura consiste nel vietare la distribuzione gratuita di sacchetti di carta o comunque biodegradabili che devono essere venduti ad un prezzo minimo di 10 cent, sia nei ristoranti che nei negozi, e non solamente del settore alimentare. Il provvedimento entrerà in vigore in due scaglioni, ad ottobre per le catene del retail e nel giugno del 2013 per i negozi e i ristoranti. In questo modo si cerca di promuovere nei cittadini l'adozione della scelta ambientalmente meno impattante della borsa riutilizzabile.
Ma oltre all'unicità del provvedimento, che sarebbe il primo negli USA ad essere esteso al settore non alimentare, la città di San Francisco è da tempo all'avanguardia nella gestione dei suoi rifiuti. Infatti, da quando ormai oltre 30 anni fa, i suoi cittadini si espressero contro la costruzione di impianti di incenerimento e discariche, si è puntato tutto sulla raccolta differenziata, sul riuso, sulla promozione di comportamenti virtuosi tra i cittadini (introducendo sistemi di tariffazione a consumo che premiano chi produce meno rifiuti indifferenziati). Jack Macy – responsabile del programma “Zero Waste” è stato chiamato a Parma lo scorso ottobre per presentare l'esperienza della sua metropoli ed ha così riassunto i risultati che per una città con oltre 700.000 abitanti sono da manuale: “Abbiamo un tasso di conversione che è arrivato al 78% grazie alla massimizzazione del porta a porta, e sempre meno residuo da smistare in discarica”. Si separano carta, organico e rifiuti misti. Il materiale viene quindi trattato in appositi centri – “meno evoluti di quelli presenti in Italia” puntualizza Macy – dove si produce compost di qualità che va bene anche per i vigneti della Napa Valley. “Abbiamo messo in atto campagne d’informazione e tutti, imprese e cittadini – pagano in base al volume di rifiuti che producono. La raccolta viene sostenuta esclusivamente con questa imposta. Abbiamo infine emanato una legge che obbliga a riciclare, per convincere anche alcuni soggetti più restii”.
“L’inceneritore – spiega – è una scelta costosa, dannosa per l’ambiente, dobbiamo arrivare a una migliore gestione dei rifiuti e la politica zero rifiuti è la cornice che può condurre a questo risultato”. Una tonnellata di rifiuti a livello locale equivale a 70 nella catena che è all’origine del rifiuto stesso. Se li abbandoniamo in discarica, sprechiamo quelle 70 tonnellate, se le bruciamo le distruggiamo per sempre e poi dobbiamo estrarre nuove risorse. Dobbiamo riciclare per ridurre lo spreco di energie, l’inquinamento”. “Che senso ha bruciare gli scarti – continua – quando il sistema basato sul trattamento meccanico-biologico dei rifiuti porta invece dei vantaggi ben più convenienti per tutti”. Elenca Macy: riciclaggio al 90% dei prodotti, risparmio economico, meno danni al clima, e una possibilità di impiego (con i cosiddetti green jobs, lavori verdi) dieci volte maggiore rispetto a quella offerta da discariche e inceneritori. ”(1)

Eventi zero waste anche al Porto
Anche l'ente che amministra il porto The San Francisco Port Commission non è stato da meno rispetto alla municipalità adottando una politica rifiuti zero sulle proprie aree come primo ente portuale al mondo. Le nuove regole che disciplinano la gestione dei rifiuti in eventi che prevedono un minimo di 5000 partecipanti vengono proposte -anche se a livello volontario- in occasione di eventi più piccoli. Diventa così probabile che l'esempio sia destinato ad essere seguito anche per altre manifestazione che hanno luogo in città e dintorni. Sostanzialmente si profilano tempi duri per i tanti abituati ad assistere a manifestazioni armati di bottiglia di plastica con bevande varie, cibo da asporto e stoviglie usa e getta contenuti in sacchetti di plastica e poi a liberare palloncini nel cielo. Questi ultimi sono una fonte sottostimata di inquinamento da plastica nei mari e letali per gli animali marini.
Si potrà quindi negli eventi al porto utilizzare solamente sacchetti o stoviglie che siano compostabili o riutilizzabili e bere da bottiglie e borracce non a perdere.
Tra i primi grandi eventi che avranno luogo nel porto di San Francisco ci sono quelli riferiti alla 34ma America's Cup con le finali nel 2013. Jill Savery la responsabile sostenibilità della manifestazione ha commentato favorevolmente questo provvedimento poichè in linea con le strategie sviluppate dalla sua stessa organizzazione nell'ultimo anno. La sfida da affrontare e vincere -secondo la Savery- sarà quella di mettere in condizione le masse di visitatori accaldate che si assieperanno al porto di potersi idratare. L'installazione di stazioni di rifornimento per l'acqua potrebbe raggiungere questo obiettivo per poi diventare una bella eredità della manifestazione per il porto. Il progetto ci sembra ottimo ci torneremo più avanti per darvi gli aggiornamenti.

(1) Fonte: http://consumi-parma.blogautore.repubblica.it

E in Italia quante saranno le piccole San Francisco che arriveranno a centrare l'obiettivo di legge del 65% di raccolta differenziata? (febbraio '12)

kit del ricicloAbbiamo chiesto a Roberto Cavallo fondatore di "ERICA", azienda leader nella consulenza tecnica e comunicazione ambientale per le amministrazioni pubbliche un commento sulla situazione della raccolta differenziata nelle città italiane.

Come mai in Italia nonostante le competenze professionali e la tecnologia degli impianti di riciclaggio a disposizione (definiti “evoluti” da Jack Macy nell'articolo su San Francisco) non abbiamo ancora città della grandezza di San Francisco con raccolte differenziate oltre al 70% ?
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In Italia abbiamo alcune città che superano i 50mila e addirittura i 100mila abitanti che stanno ottenendo risultati simili a San Francisco, come Pordenone (51mila), Guidonia (82mila) in Provincia di Roma, Salerno o Novara.
Certo ancora nessuna “metropoli” però questi esempi dimostrano che anche in Italia si possono attuare strategie virtuose per la gestione dei rifiuti urbani e questi esempi rappresentano pur sempre un quartiere, una circoscrizione o un municipio di una grande città.
Anche nelle grandi città italiane dove è stato istituito il porta a porta i risultati sono stati di buon livello: alcuni quartieri di Roma (Colli Aniene, via di Decima, Massimina) o di Napoli (Colli Aminei, Scampia) o di Torino (quasi mezza città) hanno raggiunto il 65% di raccolta differenziata.

Perchè questi risultati non sono evidentemente sufficienti a convincere le amministrazioni comunali a fare “ il grande salto” e coinvolgere tutta la città ? Quanto pesa l'aspetto economico ma anche la capacità o l'incapacità di vedere l'investimento economico in una prospettiva di lungo termine nelle decisioni che vengono prese dalle amministrazioni ?

Il perché gli amministratori non facciano “il grande salto” – come lo definisci tu – credo si possa commentare in due modi:

- Esiste una diffidenza verso chi ha ottenuto i risultati che altri portano ad esempio, che confina, da un lato, con una mancanza di coraggio, e dall’altro con l’orgoglio di essere diversi. Le frasi più ricorrenti degli amministratori reticenti al cambiamento sono: “si si, capisco quel che mi dice, ma il mio Comune è diverso… i miei cittadini sono diversi” o ancora “ma vorrei proprio capire come fanno i conti in quei comuni… in altri casi appunto l’orgoglio porta a dire “guardi io sono già al 50% e spendo la metà degli altri” senza considerare che si riferiscono al solo costo della raccolta, non si considera la qualità del materiale raccolto e soprattutto senza capire che oltre quel limite sarà difficile andare.

- La questione delle risorse economiche è invece una questione reale. Mi sento però di provare a dare una lettura che spero utile agli amministratori che ci leggeranno. Bisogna provare a guardare al conto economico non come spese di investimento, ma come costi di gestione. Mi spiego meglio. La conversione di un sistema richiede investimenti, ad esempio passando dalla raccolta stradale alla raccolta domiciliare occorre acquistare bidoni, sacchetti, mezzi adatti, alienare vecchie attrezzature, assumere personale, ma mandando in ammortamento gli investimenti ci si accorge come gran parte di tali costi è coperta dalla riduzione del costo degli smaltimenti, ad obiettivi crescenti di “conversione dalla discarica o dall’incenerimento”, come dicono a San Francisco, o dalla vendita dei materiali derivanti dalla raccolta differenziata. Ovviamente il pareggio o addirittura la convenienza di un sistema è in funzione dei costi di smaltimento. A tal proposito è bene chiarire che costi di smaltimento inferiori ai 120 euro/tonnellate, sia si tratti di discarica che inceneritore, non sono costi industriali, ma viziati da aiuti esterni o non completa contabilizzazione dei singoli fattori che contribuiscono alla definizione della tariffa.

Vorrei concludere questo punto con un ulteriore invito alle amministrazioni, un po’ seguendo il modello di San Francisco, ma anche quello della Regione Fiandre o ancora quello messo in atto dai sempre più numerosi comuni italiani che hanno aderito alla Rete Rifiuti Zero: per affrontare correttamente la gestione dei rifiuti occorre dotarsi di piani pluriennali ad obiettivi crescenti siano essi di raccolta differenziata e “conversione” dallo smaltimento, che di prevenzione dei rifiuti. Il darsi obiettivi “passo-passo” e verificarli è il miglior sistema per rendere sostenibile un progetto, al di là degli schieramenti politici, al di là dei mandati amministrativi. Serve per superare i due blocchi che ho provato a descrivere, si può verificare infatti che i cittadini sono pronti ad accogliere le novità e che i conti possono tornare! E tutti insieme ci si accorge anche di un altro elemento fondamentale: per quanto lungo sia il percorso verso percentuali virtuose di raccolta differenziata i tempi sono sempre e comunque più corti della costruzione di un qualsiasi impianto di smaltimento…Speriamo che vinca la voglia di imitarsi più che la diffidenza!

Secondo te quanti comuni italiani raggiungeranno il 65% di raccolta differenziata entro il 2012?

Molti comuni stanno ancora lavorando per raggiungere il traguardo fissato dall'art. 205 del decreto 152. Penso alla Provincia di Vercelli dove 84 Comuni su 85 nel corso del 2011 hanno convertito il proprio sistema di raccolta adottando la raccolta domiciliare, o ancora il Comune di Alba o Bra che stanno estendendo in questi mesi la raccolta dell'umido a tutta la città, per rimanere nel Piemonte dove vivo. La stessa cosa cosa sta però accadendo in Lazio, come nel già citato comune di Guidonia (RM) o in molti comuni della provincia di Viterbo, o in altre regioni.
Provando a lanciarmi in pronostici, che non sono uso fare, anche grazie al censimento di Legambiente attraverso il dossier Comuni Ricicloni e all'Osservatorio interno della cooperativa ERICA, direi che in Piemonte si supererà il 50% di comuni che raggiungono l'obiettivo, in Veneto si sfiorerà l'80%. In FVG e Trentino credo si raggiungerà il 50% dei comuni, in Campania si supererà il terzo (con oltre 150 Comuni su 550), analogo andamento per Marche, Umbria, Sardegna e Emilia Romagna. Credo che si fermeranno a non più di un quinto invece regioni come Liguria, Toscana, Lazio, Val d'Aosta. Per le regioni non citate ci sarà il rischio di dover contare sulla punta delle dita i comuni che raggiungeranno il 65% di RD. In generale sugli oltre 8mila comuni italiani forse potremmo sperare di arrivare a 2mila, cioè il 25%.

Che cosa succederà a quel (circa) 75% dei comuni italiani che non ce la faranno, è prevista una sanzione?

Per chi non raggiunge il 65% di raccolta differenziata occorrerà capire quanti accordi di programma con il Ministero verranno proposti ed accettati, ricordo infatti che la stessa norma che prevede una sanzione prevede anche una deroga, per la verità un po' singolare, in forza di motivate ragioni: (art. 205 comma 2 decreto 152/06) "nel caso in cui a livello di ambito territoriale ottimale non siano conseguiti gli obiettivi minimi previsti dal presente articolo, è applicata un'addizionale del venti per cento al tributo di conferimento dei rifiuti in discarica a carico dell'Autorità d'ambito [...] che ne ripartisce l'onere tra quei comuni del proprio territorio che non abbiano raggiunto le percentuali previste dal comma 1 sulla base delle quote di raccolta differenziata raggiunte nei singoli comuni".

 

TG Telesubalpina - "Porta la sporta" e le iniziative del Comune di Torino

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i numeri dell'acqua in bottiglia in Italia
     (dal 01/01/11 - in litri al secondo)

Al primo posto in Europa per consumo annuo procapite:
193 litri circa

bottiglie di plastica utilizzate in un anno: 9 miliardi
di cui riciclate: il 30% circa**


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*sacchetti di plastica consumati quest'anno nel mondo

**Il consumo procapite di acqua in bottiglia varia a seconda degli studi, fra cui: Un paese in bottiglia di Legambiente e The global Bottled Water Market della Beverage Marketing Corporation.

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